Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

CONCERTO DEGLI ANGELI di Gaudenzio Ferrari del 1534

Santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

L'ULTIMO ANGELO di Nicholas Roerich

Dipinto a olio del 1942.

mercoledì 18 gennaio 2017

Il Caffè della Rivoluzione - Il diavolo è innamorato! / 8




Eccoci di nuovo con il Il Caffè della Rivoluzione del mercoledì a trascorrere insieme qualche buon momento in compagnia! Oggi parliamo di un aspetto davvero esaltante e positivo di quel periodo: la stampa, che letteralmente esplose. Giornali di opposte tendenze politiche nascevano incessantemente, si stampavano e si vendevano in migliaia e migliaia di copie, si avviava la distribuzione e ci si abbonava al proprio giornale preferito. E il tutto contribuiva ad accendere gli animi e i liberi dibattiti e in una società dove il concetto di privacy era inesistente: si apriva la corrispondenzala censura era prassi normale e si poteva ricevere una lettre de cachet e finire sepolti vivi in qualche orrendo carcere perché si osava criticare o denunciare il potente di turno.

Non fu soltanto la stampa giornalistica a godere di questa fioritura straordinaria, ma anche il romanzo. Si scriveva e si pubblicava come matti, e gli analfabeti, cioè la stragrande maggioranza, ascoltavano la lettura ad alta voce riuniti attorno al lettore preposto. In questo periodo furono dati alle stampe romanzi scandalosi come Justine o le disavventure della virtù (Justine ou les Malheurs de la vertu), del marchese De Sade, manoscritto datato 1788, versione originaria poi ampliata del 1787; oppure circolarono con maggior vigore romanzi pubblicati addirittura più indietro nel tempo, come il celebre La principessa di Clèves di Madame La Fayette, vero antesignano del romanzo introspettivo moderno.

Uno dei romanzieri più curiosi e interessanti di questo periodo è Jacques Cazotte, che qui potete vedere in un ritratto di Jean-Baptiste Perronneau. Nato a Digione il 17 ottobre 1719, fu considerato dai suoi contemporanei un vero e proprio "visionario", uno dei tanti che popolarono la Francia del Settecento, epoca dell'Illuminismo ma anche della fioritura di numerose sette esoteriche.

La prima parte della sua vita fu tuttavia all'insegna della normalità. Seguì il suo piano di studi presso i Gesuiti di Digione, prima di entrare a far parte, dal 1747 e per un decennio circa, della marina reale presso Martinica. Cazotte assistette nel 1756, sempre presso la Martinica alla esplosione dello scandalo La Vallette, innescato dal gesuita accusato di bancarotta e di concussione che finì per rovinare l'intero ordine religioso. Nel 1759, colpito da scorbuto, tornò in Francia. Avendo ricevuto in eredità dal fratello una villa sulla Marna, vi si trasferì definitivamente. Il 9 luglio 1761 si sposò con una signora creola e per quindici anni si dedicò prevalentemente alla letteratura.


Nel 1775 iniziò a seguire sempre più le proprie inclinazioni per il fantastico e il soprannaturale. Frequentò la setta degli "Illuminati", un movimento di ispirazione massonica con sede a Lione. In questo periodo Cazotte fece esperienze medianiche, divulgando le sue visioni e diventando famoso per le predizioni.

La sua opera più famosa, che volentieri ho riletto in questi giorni, è Il diavolo innamorato (Le diable amoureux), pubblicata nel 1772. In questa storia ambientata tra Napoli, Venezia e la Spagna, il demonio in persona si presenta al giovane spagnolo Alvaro. Ecco un estratto del primo incontro:

Presi in breve tempo questa decisione, sebbene fossi un po’ turbato dal lamento dei gufi e dei barbagianni che abitavano i dintorni e l’interno della caverna.
Un poco rassicurato dalle mie riflessioni, raddrizzo il busto, mi pianto bene sulle gambe, deciso a resistere. Pronuncio l’evocazione con voce chiara e sonora, e alzando il tono chiamo, a tre riprese e dopo brevi intervalli: ‘Belzebù!’
Un brivido mi correva lungo le vene e i capelli mi si rizzarono in testa. Avevo appena finito, quando una finestra a due battenti si apre proprio di fronte a me, in cima alla volta. Un fiume di luce abbagliante esce dall’apertura e una testa di cammello, orribile per forma e dimensioni, si affaccia alla finestra. Aveva orecchie smisurate. L’odioso fantasma apre le fauci e con un tono che ci confà alla figura, mi risponde ‘Che vuoi?’
In ogni volta, in ogni sotterraneo lì intorno echeggiò quel terribile: ‘Che vuoi?’
Non saprei descrivere il mio stato d’animo. Non so chi mi diede il coraggio, impedendomi di perdere i sensi al cospetto di questa apparizione, o a causa del più spaventoso rumore che le mie orecchie avessero mai udito.
Nonostante il primo approccio non sia dei migliori, le cose cambiano in corso d'opera, o meglio in corso d'evocazione: il diavolo si trasforma in un bellissimo paggio che cela in realtà un'affascinante fanciulla, Biondette, cambiando disinvoltamente sesso e con il chiaro intento di sedurlo. In questo modo dà corpo alla prima coppia esoterica "di fatto" della storia.

Alvaro è francamente il personaggio più irritante, un autentico mammone che si crede di essere un vero eroe quando non ha un minimo di sale in zucca; in quanto al diavolo-fanciulla, è simpatico perché fa finta di essere quello che non è e si capisce subito dove voglia andare a parare. Molto interessante è anche la descrizione di un ceto sociale aristocratico che trascorreva le sue giornate tra festini, tavoli da gioco, amori passeggeri e sperperi di ogni tipo. Anche per quello c'era tanto bisogno dell'intervento del "diavolo rivoluzionario"! E interessante è anche la nota a pie' di pagina dell'autore, che rivela come il testo fu alquanto rimaneggiato nel finale.

Non vi dico come va a finire la storia, appunto, perché magari avete voglia di leggerla. Si tratta di un'opera deliziosa e originale, che si legge nello spazio di una sera come recita il titolo della collana per le edizioni La Spiga.

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E a voi piacciono queste storie dei secoli passati che hanno il diavolo come protagonista? Ne rammentate qualcuna?

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Fonte:
Il diavolo innamorato di Jacques Cazotte - Tascabili La Spiga

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sabato 14 gennaio 2017

Il mondo degli animali: protagonista è il cavallo / 10



Nel dizionario Treccani il termine “cavaliere” (dal provenzale cavalier, francese antico chevalier, che risalgono al latino tardo caballarius, derivato di caballus "cavallo”) indica semplicemente “chi sta a cavallo, chi va abitualmente a cavallo”. Solo con il tempo la parola ha assunto una connotazione di stampo militare, ma dalle sfumature anche leggendarie, grazie alle svariate epopee e chanson de gestes medievali.

Pur non essendo tra i miei animali favoriti, è stato dunque un obbligo per me occuparmi del

cavallo 

a causa del rapporto strettissimo, quasi simbiotico, che si è venuto a creare tra l’uomo e questa sua cavalcatura privilegiata. Dai tempi del suo addomesticamento, com’è ovvio, il cavallo viene utilizzato anche come animale atto a tirare carri, carretti e, più raramente, aratri; ma è indubbio che cavallo e cavaliere formino un sodalizio ricco di fascino e significati.

Nelle mie ricerche ho scoperto così che ci sono oltre trecento razze di cavalli, che si dividono in base alla corporatura e al temperamento (a sangue freddo, mezzo sangue e i cosiddetti purosangue). Ci sono inoltre i cavalli da tiro, le "razze leggere da sella" e le "razze da sella". Nei miei romanzi mi sono divertita ad assegnare ai cavalieri, di volta in volta, il baio con crini ed estremità nere e corpo marrone in tutte le sue gradazioni, il frisone mostrato nella fotografia iniziale, una delle razze equine più antiche in Europa, e naturalmente il cavallo arabo, nobile e dal busto fine e tra i più pregiati, il pomellato grigio oppure bianco con macchie rotondeggianti, e via discorrendo. Sempre sul dizionario Treccani ho imparato che il destriero (o destriere) era proprio il cavallo da battaglia o da giostra dei guerrieri medievali, così detto perché lo scudiero lo conduceva con la destra.

Quindi, per non disperdere ulteriormente le nostre forze, andiamo in ordine cronologico e cominciamo questa nostra cavalcata – è il caso di dirlo! – da un cavallo mitico che ha dato il suo nome addirittura a una costellazione.


Il mito: Pegaso

È il più famoso dei cavalli alati. Secondo il mito, nacque dal terreno bagnato dal sangue versato
quando Perseo tagliò il collo di Medusa. Secondo un'altra versione, Pegaso sarebbe balzato direttamente fuori dal collo tagliato del mostro, insieme a Crisaore. Animale selvaggio e libero, Pegaso viene inizialmente utilizzato da Zeus per trasportare le folgori fino all'Olimpo. Grazie alle briglie avute in dono da Atena, viene successivamente addomesticato da Bellerofonte, che se ne serve come cavalcatura per uccidere la Chimera

Dopo la morte dell'eroe, avvenuta per essere caduto da Pegaso, il cavallo alato ritorna tra gli dei. Pegaso prende il volo verso la parte più alta del cielo e si trasforma in una nube di stelle scintillanti che hanno formato una costellazione, tuttora chiamata Pegaso. Si trova nel cielo boreale; le sue tre stelle più brillanti, assieme a Sirrah (α And), formano un quadrilatero detto il Quadrato di Pegaso.

Nell'opera del 1925 di John Singer Sargent, qui sopra inserita, il pittore mostra Perseo che cavalca Pegaso. L'eroe ha appena tagliato la testa di Medusa, e nell'impostazione il cavallo sembra sorgere come sprigionandosi dal corpo e cavalcando su un sentiero costituito da nuvole aggrovigliate e scalpitando nell'azzurro del cielo. I colori utilizzati sono fredde tinte bianche, celesti e grige. L'oro utilizzato serve per dare rilievo al volume delle nuvole e in special modo alla muscolatura del cavallo, il cui muso si staglia con nettezza sullo sfondo.


Di nuovo il mito: il centauro

Proseguendo la nostra galleria degli antichi miti, il rapporto simbiotico tra uomo e cavallo ha dato origine al centauro: un uomo mezzo uomo e mezzo cavallo. Questa figura ha origine dall'amore sacrilego fra il re dei Lapiti, Issione, e una sosia della dea Era, Nefele, dalla cui unione nasce, appunto, Centauro, un essere deforme che si accoppia con le giumente del Monte Pelio e origina una razza di creature ibride, metà uomini e metà cavalli. Questi esseri possono essere incredibilmente saggi o terribilmente crudeli, poiché in loro pregi e difetti della natura umana risultano esasperati.

La più famosa leggenda che coinvolge i centauri è quella della loro battaglia contro i Lapiti in occasione della festa nuziale di Piritoo, la cosiddetta Centauromachia. I Centauri vengono invitati ai festeggiamenti ma, non essendo abituati al vino, ben presto si ubriacano, dando sfogo al lato più selvaggio della loro natura. Quando la sposa Ippodamia ("colei che doma i cavalli") arriva per accogliere gli ospiti il centauro Euritione balza su di lei e tenta di stuprarla. In un attimo anche tutti gli altri centauri si lanciano addosso alle donne e ai fanciulli. Scoppia una battaglia nella quale anche l'eroe Teseo, amico di Piritoo, interviene in aiuto dei Lapiti. I centauri sono sconfitti e scacciati dalla Tessaglia e a Euritione vengono mozzati naso e orecchie.

Tra i centauri più famosi è Chirone, benevolo e saggio maestro e custode del fanciullo Achille, qui sopra raffigurato in un affresco al Museo Archeologico di Napoli, mentre mostra al giovinetto l’uso della lira. Un esemplare della specie violenta è, invece, Nesso, che tenta di rapire la seconda moglie di Ercole, Deianira, per stuprarla.

Questa creatura fantastica viene raffigurata su terracotte, muri e affreschi e sopravvive nell’araldica medievale come armato di clava e nel centauro sagittario come armato di arco.


Il cavallo e il cavaliere nel Medioevo

Controverso è il consumo di carne equina nel Medioevo secondo lo storico Massimo Montanari nel suo bel saggio Alimentazione e cultura nel Medioevo. L’allevamento del cavallo assicura lavoro e trasporto specialmente in rapporto alle cavalcature militari. Soprattutto da ciò deriva la singolare funzione sociale di questi animali, che finisce col riflettere sul cavallo il prestigio del suo cavaliere; da qui la gravità degli affronti fatti all’aspetto fisico del cavallo, quasi l’animale sia per certi versi umanizzato. Isidoro di Siviglia afferma che “solo il cavallo ha la capacità di piangere per l’uomo, e di provare l’emozione del dolore. Per questo, nei centauri, la natura del cavallo è mescolata a quella dell’uomo.” Non sembra che ci sia una proibizione tout court nell’uso alimentare della carne equina nei libri penitenziali dell’Alto Medioevo; la cosa parrebbe quindi avere una certa discrezionalità.

Comunque sia, nel Medioevo il cavallo diventa non solo la cavalcatura del guerriero, ma un compagno fedele e un amico insostituibile. Un poco come avviene tra padrone e cane, anche tra cavaliere e cavallo si finisce con l’assomigliarsi per carattere e attitudini. Nella Prima Crociata del 1095-1099, e nel romanzo- saggio di Franco Cardini L’avventura di un povero crociato, lo storico descrive la terribile marcia dei crociati attraverso l’Anatolia e specialmente l’attraversamento dei monti dell’Antitauro, la “montagna del diavolo” abitata secondo la tradizione da spiriti malvagi. Egli scrive che il sentiero s’inerpicava talvolta lungo i costoni resi insidiosi dagli spigoli taglienti di grige rocce scistiche, talatra costeggiava pareti lisce, quasi a picco, percorrendo una cornice stretta poche braccia che dava direttamente su abissi vertiginosi e che spesso si dovevano superare profondi crepacci passando su malsicuri ponti di legno e di corda. Non fidandosi ad attraversare quelle instabili passerelle con i loro cavalli, armi e armature, alcuni cavalieri cercano di disfarsi dei loro animali cedendoli ad avidi pellegrini per pochi soldi. Ma alle volte cavalli e muli mettono scivolano lungo i sentieri e cadono loro stessi negli strapiombi. Così, uomini abituati a tutte le battaglie e a tutte le durezze, e spesso impietosi con i loro stessi congiunti, scoppiano in lacrime come bambini quando i loro cavalli muoiono a quel modo, oppure a causa di ferite e malattie. Sentono di aver perso una parte di loro stessi.

Nel dipinto che vi propongo sopra, e che è opera di Ferdinand Leeke, non poteva mancare un'immagine di Parsifal  visto il titolo di questo blog, nello specifico Parsifal in Quest of the Holy Grail... Lascio a voi l'interpretazione del dipinto, limitandomi a dire che quel prato fiorito e il fiumiciattolo che scorre di lato mi ricordano molto certi angoli del Trentino.


La cavalla storna di Giovanni Pascoli

Arriviamo così a una poesia in cui noi tutti scolari italiani ci siamo imbattuti nelle antologie letterarie: La cavalla storna del poeta Giovanni Pascoli, penultima inserita nei Canti di Castelvecchio. La poesia è stata composta da Pascoli in memoria del padre, assassinato sul suo carro mentre tornava verso casa, il 10 agosto 1857. L’autore all’epoca aveva circa dodici anni e non furono mai individuati i colpevoli, anche se si fecero delle supposizioni.

Il fatto costituisce quindi un vero e proprio giallo. L’animale ha visto l’autore materiale dell’omicidio, ma non può esprimersi nel linguaggio degli uomini; e gli uomini non possono intendere il linguaggio animale. Ma la madre di Pascoli entra nella stalla e si mette a dialogare con la cavalla. Ecco gli ultimi versi della poesia:

Mia madre l’abbracciò su la criniera
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!

Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.

Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.

Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.

La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.

Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.

Se desiderate udire l’intera poesia recitata dall’inconfondibile e calda voce di Alberto Lupo, ecco il link su Youtube, mentre accanto ai versi trovate uno schizzo dello stesso Pascoli. L’aggettivo “storna” significa di mantello di cavallo grigio scuro macchiettato di bianco.


Il film: Seabiscuit di Gary Ross del 2003

Seabiscuit - Un mito senza tempo (Seabiscuit) è un film del 2003 diretto da Gary Ross. Il film è tratto dal libro del 2001 intitolatoSeabiscuit: una leggenda americana di Laura Hillenbrand.

Nell'America degli anni trenta, il paese si trova travagliato dalla crisi economica a causa della Grande Depressione. Il giovane Red Pollard viene lasciato dai genitori a un tutore che può curarsi di lui, dato che la famiglia non ha più i mezzi per mantenere tutti i figli. Contemporaneamente, il magnate dell'automobile Charles S. Howard scala le vette del successo con la sua attività ma subisce una tremenda tragedia. Infatti suo figlio Frank, muore a causa di un incidente. Dopo questa vicenda, il suo matrimonio fallisce. Nello stesso tempo, Tom Smith un uomo che si potrebbe definire l'ultimo cowboy, gira per il paese cercando di adattarsi alle modernità della nuova corrente.

I loro destini si accomuneranno quando Howard decide di assumere Smith come allenatore per i cavalli della sua scuderia. Durante questa collaborazione, ad una corsa ippica, Howard, che intanto si è risposato con una ragazza messicana, decide di acquistare un cavallo dalla pessima reputazione, ovvero Seabiscuit. Smith, allena il cavallo riconoscendo in lui un potenziale campione, nonostante sia considerato basso, grasso e con un difetto alla zampa.

Dopo averlo rimesso in sesto, con una dieta bilanciata e la compagnia nella stalla di un cavallo bianco e un cane, si tratta di trovargli un fantino. Entra in scena Pollard che durante la sua giovinezza ha girato il paese facendo degli incontri di boxe e sbarcando il lunario come fantino. Seabiscuit e Pollard hanno lo stesso carattere nervoso e Smith, dopo che i due si incontrano, capisce che sono fatti l'uno per l'altro. …

Pur con le inevitabili differenze tra il libro e la sua versione cinematografica, il film è ben realizzato e commovente al tempo stesso. Tre uomini, considerati dalla società come “falliti” a causa di avversità personali ed economiche, si trovano prontamente estromessi non solo dalle possibilità di realizzazione e sostentamento ma anche dal diritto ad avere una vita dignitosa e affettivamente ricca. E il film è soprattutto la storia di un cavallo, anche lui considerato uno scarto a causa del suo difetto e quasi in procinto di essere abbattuto. Tra incomprensioni, difficoltà e conflitti, nasce tra questi esseri umani un’amicizia solidissima e il cavallo tanto disprezzato, e che nessuno voleva diventa non soltanto il simbolo di un riscatto, ma una creatura amata e rispettata come dovrebbe essere chiunque, qualsiasi difetto o disabilità abbia.

Infatti nell’incipit del libro Seabiscuit – Una leggenda americana si legge: "Nel 1938, nell'elenco dei personaggi più famosi dell'anno, al secondo posto c'era Franklin Delano Roosevelt e al terzo Adolf Hitler. In testa alla classifica non c'era un uomo ma un cavallo grasso, zoppo e testardo, guidato da un fantino sfortunato e cieco da un occhio. Il suo nome era Seabiscuit."

Più sopra, la locandina del film, con Tobey Maguire nel ruolo di Pollard e, qui, il vero Seabiscuit con Tom Smith.


La curiosità: il cavallo di Muybridge

Nato nel 1830, l’inglese Muybridge fu un pioniere della fotografia del movimento. Nel 1878 gli si chiede di confermare un'ipotesi, ovvero che durante il galoppo di un cavallo esiste un istante in cui tutte le zampe sono sollevate da terra. Nel 1878, Muybridge fotografa con successo un cavallo in corsa utilizzando 24 fotocamere, sistemate parallelamente lungo il tracciato. Ogni singola macchina viene azionata da un filo colpito dagli zoccoli del cavallo. La sequenza di fotografie chiamate The Horse in motion mostra come gli zoccoli si sollevino dal terreno contemporaneamente, ma non nella posizione di completa estensione, come era comunemente raffigurato. Questa situazione è spesso raffigurata nei dipinti e disegni degli inizi del 1800.


I risultati di Muybridge sconvolgono questa visione e influenzano pesantemente l'attività dei pittori, che si affidano sempre più al mezzo fotografico per meglio riprodurre quello che l'occhio umano confonde. L'analisi forse più attenta del movimento catturato da Muybridge viene portata a termine da Edgar Degas, che studia a fondo tutte le posizioni assunte dal cavallo.


Sequenza animata di un cavallo da corsa al galoppo. Le foto che la compongono furono scattate da Edward Muybridge (morto nel 1904) e pubblicate per la prima volta nel 1887 a Philadelphia con il titolo Animal Locomotion.



***

Avrei voluto inserire anche il film d'animazione Spirit - cavallo selvaggio, ma il post si sarebbe fatto troppo lungo. Non ho inoltre mai letto il libro di Michael Morpurgo, War Horse né visto il film. Qualcuno li conosce? Avete esperienza diretta con i cavalli?

***

Fonti:

Immagine d’apertura: cavallo frisone www.maneggio-persiceto.com
Wikipedia per gli estratti su Pegaso e centauro, e i testi (adattati e tagliati)
Alimentazione e cultura nel Medioevo di Massimo Montanari – edizione Laterza
L’avventura di un povero crociato di Franco Cardini – edizione Mondadori
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mercoledì 11 gennaio 2017

Il Caffè della Rivoluzione - Bertrand Barère, il trasformista della politica / 7





Con il nuovo anno riapre anche Il Caffè della Rivoluzione che vi offre i suoi gustosi approfondimenti a base di croissant, chiacchiere, cioccolata e bevande calde, corroboranti e appropriate visto che ci troviamo in gennaio e in questi giorni fa molto freddo!

Niente di meglio che stare al chiuso e andare a teatro, non trovate? A proposito di teatro e Rivoluzione, vorrei raccontarvi una bella esperienza dello scorso anno. Andai infatti al Teatro Strehler a vedere con un'amica La Morte di Danton, dramma in quattro atti di Georg Büchner, dal titolo originale di Dantons Tod, scritto tra il gennaio e il febbraio 1835. L'opera viene pochissimo rappresentata in quanto dura più di tre ore, consta di una ventina tra attori maggiori e minori, oltre alle varie comparse, ha un testo molto complesso con disquisizioni politiche e filosofiche non facilmente digeribili e richiede un allestimento dispendioso o comunque impegnativo. Io naturalmente ero felice come una bambina in procinto di ricevere i regali di Natale e, anzi, mi buttai allo sbaraglio senza sapere quasi niente dell'opera, se non che era una pietra miliare sulla Rivoluzione Francese.

Il dramma per la regia di Saverio Martone mi piacque immensamente e alla fine dello spettacolo comprai il testo e anche una sorta di pieghevole che mostrava i personaggi dell'epoca in ritratti o incisioni, accompagnati dall'attore che li interpretava. Lo portai a casa e mio marito, incuriosito, lesse tutte le biografie e alla fine commentò, restituendomi il pieghevole: "Questo qui è proprio il tipo del politico che se la cava sempre."


L'arringa di Robespierre alla Convenzione per inchiodare Danton.
Robespierre è interpretato da uno straordinario Paolo Pierobon.
Saint-Just è il primo sulla destra.
Questo qui è l'uomo da me soprannominato VB, ovvero il Viscido Barère. Nel sottobosco dei personaggi minori e poco conosciuti della Rivoluzione, se non dagli addetti ai lavori e dagli appassionati, Bertrand Barère (1755-1841) spicca come la tipica persona che passa da uno schieramento a un altro vuoi per acquisire potere, vuoi per incensare il vincitore vuoi per salvarsi la pelle. All'epoca della Rivoluzione Francese, non esistevano dei veri e propri partiti, che venivano visti come il fumo negli occhi a causa della convinzione che fossero generatori di lotte fratricide in seno alla Convenzione, il che peraltro non fu evitato, ma più che altro raggruppamenti politici.

Barère riuscì comunque a passare pressoché indenne attraverso il crollo della monarchia, il Terrore rivoluzionario, la ghigliottina, il colpo di stato per rovesciare Robespierre, l'avvento di Napoleone. Ai giorni nostri, uno come Barère si potrebbe equiparare a uno Scilipoti, un Verdini o un Razzi.

Ecco la scansione della doppia pagina. Se cliccate sulla foto e allargate la breve biografia, potete leggerla agevolmente. Siccome non sono del tutto sicura che ciò accada, ve la riporto anche qui di seguito:
Bertrand Barère, 39 anni, educato come gentiluomo, del quale aveva tutte le maniere, uomo buono per tutti i salotti, colto, poliglotta, fu uno dei principali fautori e organizzatori del regime del Terrore. Promotore del Comitato di Salute Pubblica ispirò la politica estera aggressiva della Repubblica e fu rigido assertore di provvedimenti fortemente repressivi contro i nemici della Rivoluzione. Cospirò contro Robespierre ottenendone la condanna a morte, ma venne poi imprigionato dalla nuova classe politica termidoriana. Riuscito a fuggire alla ghigliottina, fu successivamente richiamato e amnistiato da Napoleone. 

Per ulteriori approfondimenti su VB, potete anche cliccare sul link wikipedia.


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Vi piace andare a teatro? E vi siete mai imbattuti in qualche personaggio cosiddetto minore, reale o letterario, che abbia acceso la vostra immaginazione?


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sabato 7 gennaio 2017

Buon 2017! "Le Strade dei Pellegrini": genesi di una copertina


Carissimi,

innanzitutto vi faccio i miei

migliori auguri per un buon 2017 

ricco di voglia di fare e di progettualità. Comunque vadano le cose, sono convinta che il "ritorno" in termini di entusiasmo e passione mette in moto delle energie fortificanti che ci permettono di vivere per davvero, e non di andare avanti semplicemente mettendo un piede davanti all'altro. Personalmente sono grata per ogni cosa che il 2016 mi ha regalato, e anche per le dure lezioni che mi ha impartito.

Questo 2017 inizia per me molto bene con l'annuncio che il  mio nuovo romanzo storico Le Strade dei Pellegrini, pubblicato poco prima di Natale da Silele edizioni, è stato distribuito e ora è disponibile per l'acquisto sia presso le librerie che aderiscono al circuito distributivo di Libro.Co Italia s.r.l. sia presso tutti i principali siti di vendita online. Per quanto mi riguarda, ho ricevuto fisicamente le mie copie, le ho palpate per avere certezza che esistono e quindi sono più che felice. A chiusura del post vi fornirò maggiori dettagli sulla distribuzione, facendo per una volta un po' di pubblicità a me medesima.

Nel frattempo molti sono stati incuriositi dalla copertina del romanzo, oltre che colpiti dalla bellezza dell'esecuzione. Dimitri Zagano e Antonio Migliozzi - un artista e un orafo che avete incontrato sul mio blog nel corso di due interviste - hanno visto l'opera in originale e ne sono rimasti ammirati. L'intersezione delle linee ha richiamato ad alcuni osservatori anche l'idea della vetrata medievale. Non ho intenzione di addentrarmi nella spiegazione dell'acquarello, tecnica in cui peraltro sono stata sempre molto scarsa, ma vorrei raccontarvi come è nata questa copertina e alcuni piccoli segreti che vi sono contenuti.

Come vi raccontavo nel post precedente, l'artista è Maurizio De Rose, che, oltre a essere un bravissimo acquarellista, è un "resuscitatore" di abiti storici in qualità di sarto perché taglia, cuce e ricama abiti e accessori che spaziano dal periodo medievale a quello rinascimentale. Maurizio e io ci siamo conosciuti per puro caso un paio d'anni fa, in seguito al corteo di inaugurazione della mostra Visconti-Sforza a Palazzo Reale di Milano. Scattavo fotografie ai figuranti del corteo come se piovesse, e dopo qualche tempo le misi su Facebook. Mi contattò Maurizio chiedendo se potevo fornirgli le foto in alta risoluzione, dato che avevo fotografato alcuni suoi abiti con tanto di biscione visconteo ricamato sopra un manto di velluto nero, e in un'altra occasione mi mandò alcuni suoi acquarelli in visione.

Nel frattempo stavo cercando di realizzare in autonomia la copertina del romanzo, prendendo come spunto un'immagine piuttosto famosa. Eccola:




Molti di voi avranno riconosciuto il viaggio dei pellegrini di Canterbury narrato nel poema di Geoffrey Chaucer. Mi ero messa quindi addietro, armata di pennelli e colori acrilici, tralasciando del tutto lo sfondo con tutte quelle chiese e quei castelli difficilissimi e minuziosi da riprodurre e devo dire che era venuta piuttosto bene. Tuttavia ero turbata dalla questione dei diritti, in quanto l'immagine si trova presso la British Library: un conto è inserire un'immagine in un blog come questo, dove tutto è senza scopo di lucro, un conto è riprodurre un facsimile dell'immagine in un libro messo sul mercato. L'ultima cosa che avrei voluto è essere chiamata al cospetto di una torma di anglosassoni inviperiti, perché so per esperienza che in Inghilterra sono molto severi sulla questione dei diritti inerenti immagini anche molto antiche e i cui artisti sono morti e sepolti da secoli. Ricordavo benissimo la diatriba su un testo di letteratura a proposito del ritratto di sir Thomas More attualmente alla National Portrait Gallery di Londra, tra l'agenzia fotografica che ci aveva fornito l'immagine e la pinacoteca, con scambi di invettive non proprio British.

A parte la questione dei diritti, però, iniziava anche a darmi sui nervi l'immagine del pretone vestito di bianco e rosso che sembra il focus della composizione in quanto l'occhio è attirato istintivamente su quello come il ferro dalla calamita. Orbene, nel mio romanzo la compagnia di cavalieri si muove senza alcuna presenza di ecclesiastici al suo interno, in quanto sono.. ehm... un po' sui generis. Poi mi ero accorta che gli abiti non erano del tutto adatti, si tratta infatti di una miniatura eseguita all'inizio del 1500 e quindi poco ci azzeccava con i miei cavalieri del 1100 o giù di lì, e quindi sbucati freschi freschi dalla fine dell'Alto Medioevo.

A questo punto l'idea che già germogliava nel mio cervellino sempre agitato è spuntata come un rametto in piena luce: perché non chiedere a Maurizio l'immagine nuova di un cavaliere sulla falsariga di quello che potete vedere qui? L'uomo raffigurato è il patrono di Asti - il soldato romano e martire san Secondo - cittadina dove si svolge un palio che, in ordine d'importanza, è al secondo posto dopo quello di Siena.

Prima di comunicare l'idea al diretto interessato, però, ho fatto un sondaggio chiedendo ai miei conoscenti, amici e amanti dei libri che cosa ne pensavano. Quasi tutti mi hanno dato un responso positivo, a patto di rendere i colori meno delicati.

Maurizio e io ci siamo incontrati a casa sua, dove mi ha sottoposto alcuni disegni di cavalieri. Abbiamo discusso le opportune modifiche la prima delle quali riguardava l'aspetto del cavaliere raffigurato. Doveva essere biondo e avere i capelli lunghi, con gli occhi di colore azzurro chiaro. Si tratta infatti di uno dei protagonisti del romanzo: il cavaliere fiammingo Geoffroy de Saint-Omer, cofondatore dell'ordine dei cavalieri Templari insieme al più noto Hugues de Payns. Doveva avere la spada portata sul fianco destro, dato che il personaggio è mancino e quindi ha un certo sentore sulfureo secondo la mentalità medievale e non solo; in questo modo sarebbe risultata ben visibile. Sul cartiglio ai piedi del cavallo doveva esserci scritto il motto in latino Nihil est sicut apparet ("Niente è come appare").

Abbiamo deciso che le città e i castelli raffigurati dovessero partire dalla sua mano in segno di offerta e girare attorno alla testa in modo da comunicare l'idea del viaggio e anche quella dell'aureola; un suggerimento di santità che, unita allo zolfo e al motto, contribuisce non poco all'ambiguità di Geoffroy. E poi, ovviamente, la croce di Cristo sullo stendardo doveva campeggiare e precederlo. Ho ribadito che i colori dovevano essere più vivi.

Maurizio si è quindi sbizzarrito disegnando e dipingendo un vero esercito di soggetti e portandomi, alla fine, tre tavole, tra cui ho scelto quella che vedete qui sulla destra e da me fotografata prima della scansione ad altissima risoluzione scopo copertina, e del suo finale incorniciamento. Come vedete i colori sono bellissimi, e molto equilibrati, e il cavallo per pura coincidenza è un baio come quello che monta il protagonista.  La grafica della copertina, invece, è tutta un'altra storia e i colori sono stati comunque saturati per ottenere una maggiore vividezza per la stampa.

Così è nata la copertina, e il pretone rosso e bianco, che probabilmente si era appena mangiato un'oca arrosto innaffiata da una pinta di idromele, è andato a smaltire il pasto altrove; e il suo posto è stato preso dal mio bellissimo e algido cavaliere biondo e semi-sulfureo (o semi-santo, come preferite), com'è giusto che sia.


***

Bene, spero che questo post di inizio anno per scaldare i muscoli vi sia piaciuto, e che ora mi racconterete di come avete scelto le vostre copertine, o altre immagini per le vostre opere, e se qualcuno vi ha aiutato. 

***

Ecco l'elenco completo delle librerie che aderiscono al circuito distributivo di Libro.Co Italia s.r.l. sul portale ibuk. Per quanto concerne i siti online, il romanzo è ora disponibile su tutti i principali siti di vendita come:

Il titolo del romanzo è Libro II - Le strade dei pellegrini. La Colomba e i Leoni, edito da Silele edizioni, ISBN 978-88-99220-71-6.

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sabato 24 dicembre 2016

I miei auguri con "San Michele: Per l'era di Michele" di Rudolf Steiner


Di recente alcuni amici blogger hanno parlato molto nei loro post di Rudolf Steiner, filosofo, pedagogista, esoterista, artista e riformista sociale austriaco. Anch'io ho letto alcune sue opere, che sono molto nutrienti per la mente e lo spirito, sebbene non del tutto comprensibili dato l'alto livello di difficoltà.

Uno dei libri che ho maggiormente gradito è La missione di Michele che raccoglie dodici conferenze, e in cui Rudolf Steiner spiega l'impulso dell'arcangelo nell'attività umana del presente e dell'avvenire.

Dato che per me questa figura angelica riveste un'enorme importanza, vorrei fare a tutti moltissimi auguri di Serene Festività e Felice Scrittura per il 2017 servendomi delle parole che Steiner dedica al principe delle milizie celesti. Esse sono tratte dagli appunti di un diretto discepolo, F.W. Zeylmans van Emichoven.

Con l'occasione vi ringrazio moltissimo del vostro affetto e dell'entusiasmo con cui accogliete i miei articoli. Non posterò per questo periodo, ma continuerò a visitare i vostri blog e a commentare; vedrete dunque la mia faccetta spuntare di qua e di là. Il blog chiude infatti per la consueta pausa natalizia. Tra l'altro ho avuto mesi caotici e tribolati con un lutto in famiglia e quindi sono rimasta molto indietro con la scrittura dei miei post, nonché del mio romanzo sulla Rivoluzione Francese. Quindi a breve rimarrei a secco con i materiali, e dovrei scrivere post frettolosi, cosa che non è nelle mie corde. Preferisco prendermi del tempo.

Lascio quindi la parola a Steiner con San Michele: Per l'era di Michele


Per l’era di Michele
Dobbiamo sradicare dall’anima
tutta la paura e il timore
di ciò che il futuro può portare all’uomo.

Dobbiamo acquisire serenità
in tutti i sentimenti e le sensazioni
rispetto al futuro.

Dobbiamo guardare in avanti
con assoluta equanimità verso tutto ciò che può venire
e dobbiamo pensare che tutto quello che verrà
ci sarà dato da una direzione del mondo
piena di sapienza.

È questo che dobbiamo imparare in questa era:
a saper vivere in assoluta fiducia, senza alcuna sicurezza nell’esistenza;
a saper vivere nella fiducia
nell’aiuto sempre presente del mondo spirituale.

In verità nulla avrà valore altrimenti.
Discipliniamo la nostra volontà
e cerchiamo il risveglio interiore
tutte le mattine e le sere.

O Michele, io mi raccomando alla tua guida con tutta la forza del cuore,
così che questo giorno possa diventare l'immagine della tua volontà di porre ordine nel destino.



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mercoledì 21 dicembre 2016

Il Caffè della Rivoluzione - "Pane! Pane! Vogliamo il pane!" / 6




La povera regina Maria Antonietta non disse mai, a chi le rivelava che il popolo non aveva più pane: "Che mangino le brioche!" Fu una delle tante frasi che circolarono per denigrare la già tanto vituperata sovrana austriaca, mai veramente accettata e amata dal popolo francese. Il pane, questo alimento primario dell'uomo, così spesso associato a gesti e valori altamente simbolici e liturgici, è l'alimento sovrano che anche nel 1789 non può mai mancare sulle tavole di ricchi e poveri.



Per questo motivo la mattina del 5 ottobre del 1789, le donne dei mercati di Parigi si mettono in marcia verso Versailles, luogo di residenza della famiglia reale. Sono armate di picche, falci e trainano cannoni, nonostante non mangino da alcuni giorni e siano rese rabbiose e folli per la fame. Alla loro testa sono le pescivendole, donne dalla lingua affilata e dalla battuta pronta.

Protestano per l'aumento dei prezzi e per la scarsità di pane e perché vedono i loro figli morire d'inedia sotto i loro occhi nelle orrende stamberghe che erano le case di Parigi, numerose tra i palazzi sontuosi e le splendide piazze. Una pioggia torrenziale comincia a scrosciare impietosamente sopra quella marciatrici forzate, che nonostante tutto raggiungono Versailles e invadono la sala dove sono riuniti i deputati dell'Assemblea per urlare loro in faccia tutta la loro disperazione e la loro collera.

Ma quale tipo di pane si mangia nel 1789? Ancora una volta attraverso il consumo di pane si sottolineano le differenze tra le classi sociali. Nelle campagne, più che in città, si conservano le antiche abitudini alimentari, e si mangia fino a un chilo di pane al giorno. Nell'Orne, un dipartimento francese della regione della Normandia, si mangiano le crêpes di grano saraceno, ma anche le tartine imburrate; nel Nord si inzuppa il pane nel latte caldo mentre al Sud lo si accompagna con insaccati di maiale. Quando, durante il pasto, c'è della carne, la si taglia e la si serve su larghe fette di pane. Il padrone di casa taglia il pane recitando una preghiera o tracciando sulla crosta il segno della croce perché si ritiene che duri più a lungo.


Il "pane di sorbo", compatto e spesso, con la crosta gonfia di bolle, è fatto con i resti della pasta ed è il pane dei poveri, come lo è anche il "pane di pula" fatto di grano di qualità inferiore e mal macinato tanto da contenere, appunto, parte della crusca. Il "pane buffetto" è invece un pane morbido di fior di farina addizionata di lievito di birra e cotto delicatamente. Assomiglia al "pane di Gonesse", delizia dei parigini. Ci sono anche il "pane di mouton" di fior di farina impastato con il burro e insaporito di chicchi di grano e il "pane integrale bianco", mescolato con farina bianca e semola; poi il pane a due colori cioè a strati di grano e segale, il pain de blême (pallido), il pane al caffè, il pane rousset (dorato), il pane a tortiglioni e infine il pane d'orzo, cioè il pane della carestia e della penitenza. Persino nel Medioevo, infatti, il pane d'orzo era alimento associato all'alimentazione delle bestie, e colui che mangiava questo tipo di alimento per non morire di fame era comunque arrivato al gradino più basso dell'esistenza.


Le donne protestano presso 
l'Assemblea Nazionale Costituente di Versailles

Sì, ma come andò a finire la marcia delle donne fino a Versailles? Dopo un confronto drammatico, esse riuscirono a riportare a Parigi "il fornaio, la fornaia e i garzoncello", ovvero il re, la regina e il Delfino. Senza questo avvenimento, il corso della Rivoluzione sarebbe stato probabilmente molto diverso.

***

Anche oggi si combattono battaglie per avere accesso a beni primari per la sopravvivenza, come l'acqua. E, andando come sempre sul personale, che cosa evoca il pane nella vostra memoria?

***

Fonte:
La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione di Jean-Paul Bertaud, traduzione di Maria Grazia Meriggi - edizione Biblioteca Universale Rizzol


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sabato 17 dicembre 2016

Ritornano i miei cavalieri! "Le Strade dei Pellegrini" è pubblicato!



Carissimi,

è con grande piacere e fierezza che vi do un annuncio per me molto importante e che alcuni aspettavano da un po' di tempo. 
Finalmente è uscito 


il mio nuovo romanzo storico!





che vede la luce proprio prima di Natale... come autentico regalo per me! Si tratta del seguito di Libro I - La Terra del Tramonto appartenente alla saga dei cavalieri crociati.

Ecco la sinossi:

Dopo la battaglia di Uclès del 1108, lo schiavo cristiano Jamil la Colomba è ritornato in Marocco in compagnia dell’amorevole medico sufi Mandhur, delle donne guerriere e del bambino Karim. E, soprattutto, del principe Ghassan ibn Rashid, il suo signore: un misto di tenebra, luce e segreti inconfessabili. Insieme hanno cominciato a sciogliere il doloroso legame che li tiene avvinti. 

È anche tempo per Jamil di rammentare la storia della sua fuga attraverso l’impero musulmano, anni addietro. La magnifica avventura si svolge tra deserti e gole, oasi e palmeti, tempeste di sabbia e piene inattese, vestigia di città romane, leoni e inseguimenti, ed è costellata dagli incontri con un enigmatico giovane che sembra sbucare dal nulla. Con il suo aiuto, il ragazzo attraversa lo stretto di Gibilterra, percorre l’Andalusia musulmana e raggiunge i territori dei Franchi. 

Arriva così alle rovine di una fortezza sui Pirenei: Montségur. Là, lo aspetta una compagnia di cavalieri cristiani diretti in Italia allo scopo di reimbarcarsi per la Terra Santa. Tra di loro c’è suo padre, il conte fiammingo Geoffroy de Saint-Omer. All’uomo, però, è stato proibito da volontà superiori di rivelare la sua vera identità al ragazzo. Spetterà a quest’ultimo il compito di dissolvere le nebbie che si addensano sulla sua infanzia e riconquistare i ricordi perduti. Riuscirà nella difficile impresa di riconoscere in Geoffroy il suo vero padre? 

Il romanzo è in bilico tra sogno e realtà, passato e presente, mondo terreno e regno celeste, visioni e concretezza, e in esso si snodano i molteplici itinerari dei protagonisti, sia spirituali sia geografici. Essi compiono il viaggio per eccellenza: quello della vita. Viaggio che sfocia per tutti gli esseri umani in un nuovo, enigmatico percorso… e che nel romanzo si traduce nel colpo di scena finale.

***

La copertina è un acquarello realizzato da Maurizio De Rose, cui ho dedicato un'intervista su questo blog in quanto è anche un eccellente sarto di costumi storici per rievocazioni. In questa foto potete avere un'idea della dimensione della bellissima immagine. 

Purtroppo non si poteva fare una copertina di questa grandezza per dare onore al dipinto... anche se mi sarebbe piaciuto!




Ringrazio anche di vero cuore:

Fabio Gialain per la grafica della copertina
Elodia Saetti per le mappe al fondo del libro
Silele edizioni per la pubblicazione.



.... e me stessa per i contenuti, in quanto scrivere romanzi storici è faticosissimo ma estremamente appagante.

Presto il libro verrà distribuito, quindi ben presto potrete trovarlo su amazon, ibs, oppure ordinarlo tramite la vostra libreria di fiducia, se lo desiderate. Vi terrò aggiornati!

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mercoledì 14 dicembre 2016

Il Caffè della Rivoluzione: Tabacchiere, pipe e sigarette / 5





Durante la presentazione di questa mia serie del mercoledì incentrata su curiosità, eventi, personaggi della Rivoluzione Francese, avevo detto che nella scrittura del mio romanzo ero felice in quanto non ero più costretta alle limitazioni narrative dovute ai molti oggetti, cibi, macchinari che nel Medioevo non esistevano. Si parla di 1789 e di età moderna a pieno titolo. E quindi razzolo, gioiosa come una gallina ovaiola che si trova finalmente all'aria aperta, dopo essere stata ingabbiata in una stretta stia da pollo di allevamento.

Posso concedermi veramente di tutto... 
o quasi.

Infatti, un solo dubbio mi ha attraversato strada facendo, almeno fino a questo momento: esistevano le sigarette durante la Rivoluzione? Posso scrivere la classica scena in cui Danton si accende la sigaretta avvicinando uno stecchino di legno acceso, o accendendola al lume della candela o del candelabro? Naturalmente non intendo la produzione di sigarette a livello industriale, ma quelle che, nelle nostre campagne, si confezionavano gli uomini con le cartine arrotolate e il tabacco.

Gironzolando per la rete, tanto tempo fa mi ero imbattuta in un sito dedicato alla vita del giornalista e libellista Camille Desmoulins. Tra le fotografie vi sono cimeli collezionati dallo storico Jules Claretie (1840-1913) che, se da una parte mi commuovono, dall'altra mi hanno inspessito i dubbi. Infatti, sono tornata sul sito e ho rivisto la foto di un portacenere, appartenuto appunto a Camille (c'è anche una tabacchiera). Ora, se c'è un portacenere, ci deve essere anche la cenere di un sigaro o di una sigaretta che viene raccolta nel suddetto contenitore.

Ogni volta che dubbi di questo tipo mi assalgono, mi trasformo nel classico "spettro che gira per l'Europa", e comincio a scrivere mail per ogni dove, alle associazioni culturali e persino alle ambasciate, ponendo domande nello stile del bambino petulante, quelle cui nessuno sa rispondere.

Ho cominciato quindi la mia investigazione partendo dal presupposto che il tabacco esisteva senz'altro, quindi c'era almeno una delle materie prime per il confezionamento dell'eventuale sigaretta. Potete vedere all'inizio dell'articolo, ad esempio, una splendida tabacchiera con il ritratto di Luigi XVI re di Francia. Tutti sniffavano tabacco, ponendolo sul dorso della mano e aspirando avidamente. Le tabacchiere erano appunto oggetti preziosi, vere e proprie opere d'arte. Però vuoi mettere avere il personaggio che fuma una sigaretta stretta tra le dita sottili, languidamente seduto su una poltrona, rispetto a uno che aspira tabacco attraverso le narici, magari starnutendo e macchiando la stoffa del bracciolo?

Anche sull'esistenza della pipa, oggetto antichissimo, ero tranquilla, tanto più che al Musée Carnavalet di Parigi, dove c'è un intero, godurioso piano dedicato alla Rivoluzione Francese, ci sono esemplari sia di pipe che di portatabacco da pipa come quella che vi presento subito sotto. Essa è anche uno straordinario oggetto di propaganda dato che riporta la scritta Vive la nation et le bon tabac (Pot à tabac au fumeur de pipe. Faïence. 1791-1792. Musée Carnavalet.© Carole Rabourdin / Musée Carnavalet / Roger-Viollet).

Ho scritto persino al Musée du Fumeur, mandando completamente in crisi il personale. Mi hanno risposto con cortesia, dicendo che forse la sigaretta fu inventata dai soldati musulmani che, durante l'assedio di San Giovanni d'Acri (nell'odierno Israele) del 1831-2, pare sostituissero al narghilè i tubetti di carta svuotati della polvere da sparo con del tabacco sminuzzato manualmente. Cosa che conferma Wikipedia, la quale aggiunge però che la nascita della sigaretta è controversa. Altri ne attribuiscono l'invenzione ad alcuni soldati inglesi, sbarcati sempre a San Giovanni d'Acri nel 1840 in seguito all'azione militare contro l'Egitto. 

Sembrava che la nascita della sigaretta fosse avvenuta in epoca più tarda. Tuttavia continuavo a non essere convinta della non-esistenza della sigaretta per via delle colonie francesi. Dopo aver scatenato alcune amiche curiosissime come me nella ricerca, ecco che una delle mie inviate ritorna vittoriosa dalla sua missione. Infatti aveva scoperto il seguente paragrafo in rete:

L’uso di papelitos, piccoli sigari con tabacco avvolto su pezzetti di carta, da  parte di spagnoli e Creoli, era segnalato da missionari spagnoli nel 1635 nelle colonie del Centro e Sud America. Un rapporto del 1756 descriveva la produzione   di queste sigarette fatte a mano in Messico. Nelle “Memorie” del 1767 Casanova affermava di avere incontrato in Spagna un fumatore di sigaritos, fatto con tabacco del Brasile avvolto in un foglietto di carta. Le vere “sigarette” apparvero in Spagna intorno agli anni 1825-1830: chiamate cigarrito, erano costituite da un sottile foglietto di carta quadrato nel quale era fatto entrare il tabacco. Nelle librerie si vendevano “libretti di carta per sigarette”, fabbricati a Valencia, ma i ceti più poveri usavano tranquillamente normale carta da lettere tagliata a pezzetti. 

E quindi ho ringraziato l'amica, insignendola dell'Ordine del Gran Sigarito da me creato appositamente, per aver risolto il dilemma; e honni soit qui mal y pense, come diceva quel tale! Anche il Musée du Fumeur ha dunque tirato un sospiro di sollievo.

***

Vi siete mai trovati come autori ad affrontare un dubbio assillante e come l'avete risolto? E, domanda personale... com'è il vostro rapporto con il fumo? :-)


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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

DRAMMA TEATRALE

DRAMMA TEATRALE
Il Diavolo nella Torre, dramma storico sul terribile messer Bernabò Visconti. Vissuto tra il 1323 e il 1385, uomo dalle molti amanti e dai cinquemila cani, fu signore di Milano e temuto al punto da essere soprannominato il Diavolo.

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