Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

CONCERTO DEGLI ANGELI di Gaudenzio Ferrari del 1534

Santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

L'ULTIMO ANGELO di Nicholas Roerich

Dipinto a olio del 1942.

mercoledì 22 febbraio 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Corrispondenza d'amorosi sensi, parte seconda / 13





"Più che la sua bellezza, a colpirmi fu la sua anima, che traspariva da un volto la cui fisionomia mi impediva di distinguerne le caratteristiche," scrive di Madame Sabran il cavaliere de Boufflers, prestando i suoi tratti all'eroina di "Ah! Si..." uno dei racconti dell'età matura.

Eravamo rimasti in sospeso nella puntata precedente con il primo incontro dei due protagonisti della storia, ed eravate giustamente ansiosi di conoscere il prosieguo; a testimonianza che possiamo essere cinici e disillusi finché vogliamo, ma una bella storia d'amore è in grado di catturare sempre la nostra immaginazione e la nostra speranza. Quale modo migliore dunque di presentare Madame Sabran con gli occhi di colui che sarà destinato ad amarla appassionatamente?

Come nel ritratto di lei eseguito dalla pittrice allora in voga, Élisabeth Vigée-Le Brun, che avete trovato nella puntata precedente e che potete rivedere cliccando qui, Eléonore ha una grande massa di riccioli biondo cenere, la carnagione candida e delicata, la bocca espressiva, gli occhi color viola del pensiero. Ha modi incantevoli, un'intelligenza molto vivace e una squisita sensibilità artistica, ma ha anche un carattere riservato e pudico.

Stanislas è subito conquistato da questa somma di caratteristiche e capisce che non sarà impresa facile sedurla. Si tratta di una donna che non è né frivola né civetta né attirata da una sensualità fine a se stessa. Il cavaliere capisce che occorre innanzitutto conquistare il suo spirito e la sua mente, senza spaventarla e puntando soprattutto sulla loro comunanza d'interessi. Individua tre carte da giocare: la musica, la pittura e la traduzione degli autori classici. E parte alla conquista di quella turris eburnea!

Per quanto riguarda la musica, hanno entrambi una bella voce e quindi lei canta accompagnandosi con la chitarra, mentre lui le risponde improvvisando canzoni sul clavicembalo. Per la pittura le cose vanno ancora più lisce, in quanto Eléonore ha un vero talento nel campo, e quindi cede alla tentazione di eseguire uno scambievole ritratto. Il desiderio di lei di cimentarsi nella traduzione dei poeti latini assicura all'erudito Stanislas l'occasione per aiutarla. S'instaura così un rapporto maestro-allieva dove lui la incoraggia, ma si mette anche nella posizione di chi guida. Con il tempo, Boufflers entra a far parte della cerchia di affetti familiari della contessa, che per lei contano più di ogni altra cosa, e va anche molto d'accordo con i bambini.

Tuttavia, nel febbraio 1778, avviene una prima separazione: Boufflers viene chiamato a raggiungere il suo reggimento sulle coste della Bretagna. Si sta difatti dispiegando un ingente schieramento di uomini e mezzi, e preparando a Brest una grande flotta in vista dell'invasione dell'Inghilterra. Per il cavaliere sembra giunta finalmente l'occasione per distinguersi nella vita militare, occasione a lungo agognata. Ma la realtà si rivela ben diversa. La vita militare sulle coste bretoni è noiosa e squallida, e l'invasione dell'Inghilterra non avverrà mai. Non solo, il cavaliere non potrà nemmeno far vela verso l'America insieme con gli amici e in aiuto agli alleati americani, all'epoca in piena guerra per l'indipendenza.

Il suo soggiorno bretone è però l'occasione per cominciare a intrattenere con la donna amata un primo scambio epistolare, concentrando nella parola scritta il meglio delle sue capacità seduttive. Per entrambi lo scambio sempre più intenso e l'eleganza sorvegliata dello stile cederà sempre più il passo alla profondità del sentimento e all'espressione del non detto. Stanislas ritorna quindi dalla sua esperienza bretone con un mezzo fallimento in campo militare, ma sempre più prossimo alla vittoria in quello amoroso. Sono trascorsi infatti tre anni e mezzo di corteggiamento... sì, avete letto bene: tre anni e mezzo di corteggiamento! poi ditemi se non era tenace e innamorato quest'uomo.

La capitolazione di Madame Sabran  avviene però a causa dal terrore di averlo perso per sempre. Un giorno del dicembre 1780, lui non la può raggiungere a causa di una tormenta di neve e lei pensa che gli sia successo qualcosa. Gli scrive dunque una lettera in cui gli confessa il segreto di ciò che nasconde nel cuore... e da quel momento acconsentendo ad accogliere l'uomo amato nel suo letto tappezzato di azzurro, scoprendo che l'amore è anche gioia dei sensi.

Sebbene avere un amante sia prassi consolidata all'epoca, Eléonore patisce della situazione. Infatti, da cattolica convinta e del tutto contraria ai sotterfugi, vorrebbe che lui la sposasse affinché la loro unione risulti regolare. Ma Boufflers non ha denaro e si sentirebbe umiliato a vivere della carità della futura moglie. Occorre ricavarsi una posizione sociale ed egli accetta dunque l'incarico di partire per l'Africa come nuovo governatore del Senegal il 5 dicembre 1785. Eléonore e Stanislas rimarranno separati per due anni, in un periodo della vita in cui non sono più giovanissimi e in cui il Senegal era considerato un luogo lontano e pieno di pericoli.

La cosa causerà loro altre incertezze e molte ansie, ma a beneficiarne sarò il loro scambio epistolare che si farà infuocato e arriverà a quei vertici di bellezza e poesia di cui vi accennavo. Per chiudere degnamente questo articolo, dunque, cito un passaggio di una lettera di Boufflers, in cui lui scrive:

"Sono fatti per noi i bei giorni d'autunno: cominceranno sin dal prossimo autunno e dureranno per tutto l'autunno della vita, e come l'autunno ha serbato il calore dell'estate così l'inverno serberà quello dell'autunno. E sono certo che dopo quell'inverno vedremo ancora una perenne primavera, in cui esisteremo l'uno accanto all'alto, l'uno per l'altro, l'uno grazie all'altro, forse sotto forme diverse, ma che importa purché ci amiamo. Forse saremo dèi, forse ancora uomini, forse uccelli, forse alberi. Forse io sarò una pianta, e tu il mio fiore; mia armerò di spine per proteggerti. Ma qualunque forma tu assuma, sarai amata."

***

Vi è piaciuta questa storia d'amore? Ce ne sono molte altre nel saggio di Benedetta Craveri. Al di là di questo aspetto, è un'opera esaustiva, e davvero imperdibile se vi piace questo periodo storico.

***

Fonti:

Gli ultimi libertini di Benedetta Craveri - edizione Adelphi
"Il cicisbeo" (illustrazione per le opere teatrali di Carlo Goldoni)
"La lezione di musica" di Pietro Longhi, 1760, olio su rame, 45 × 58, Baltimora, Walters Art Gallery
"Ritratto di un gentiluomo - 18° secolo" di Claude Arnulphy (1697-1786)
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sabato 18 febbraio 2017

L'inverno interiore in "Naufraghi" di Antonia Pozzi


La Gazza  di Claude Monet, 1868 – 1869) Musée d’Orsay di Parigi

Naufraghi

Naufraghi sugli scogli,
ognuno narra
a se solo – la storia
di una dolce casa
perduta,
se solo ascolta
parlare forte
sul deserto pianto
del mare
Triste orto abbandonato l’anima
si cinge di selvagge siepi
di amori:
morire è questo
ricoprirsi di rovi
nati in noi.

19 dicembre 1933



Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) è stata una poetessa italiana. 

Quanto riservata e rigorosa fu la sua breve vita, altrettanto le sue parole, secondo la lezione ermetica, «sono asciutte e dure come i sassi» o «vestite di veli bianchi strappati», ridotte al «minimo di peso», come le descrisse Montale. Sono parole che trasferiscono peso e sostanza alle immagini, per liberare l'animo oppresso ed effondere il sentimento nelle cose trasfigurate.


Fonti:
“Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964
Wikipedia per i dati biografici

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mercoledì 15 febbraio 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Corrispondenza d'amorosi sensi, parte prima / 12




Se avete letto il romanzo di Choderlos de Laclos Le relazioni pericolose, sapete già che la forma epistolare nel Settecento raggiunse vertici di stile, contenuto ed eleganza indiscutibili. La questione mi è venuta in mente leggendo il post di Giulia Mancini Forme di scrittura nel romanzo, in cui Giulia chiede ai commentatori del suo blog se scrivere un romanzo sotto forma di diario o di lettera sia più semplice o meno. Il quesito è particolarmente spinoso ai giorni nostri in cui siamo del tutto disabituati a inviare lettere e quindi a curare lo scambio epistolare... per non parlare del resto.

L'argomento mi è di nuovo ritornato alla memoria con la lettura dello splendido saggio di Benedetta Craveri Gli ultimi libertini. Malgrado mi trovi a a metà dell'opera, ho deciso di farne l'oggetto di questo piccolo approfondimento in quanto i due protagonisti della vicenda che sto per narrarvi "diedero vita al più bel carteggio amoroso in lingua francese del Settecento", dice testualmente l'autrice.

Ma occorre andare con ordine e dire innanzitutto come è strutturato il saggio. L'autrice prende in considerazione un gruppo di sette aristocratici, di cui traccia un ritratto iniziale in sette capitoli, arrestandosi appena prima dello scoppio della Rivoluzione nel 1789. La seconda parte del saggio intitolata 1789 dovrebbe quindi riguardare i convulsi e tumultuosi anni in cui l'Ancien Régime tramontò definitivamente e un'intera classe sociale venne spazzata via dalla tempesta rivoluzionaria; e di conseguenza come si concluse la vita dei sette uomini. Questi sette giovani aristocratici, però, non sono i soliti nobili nullafacenti, arroganti e vanesi, ma vengono accomunati da una viva intelligenza, da un sincero desiderio di riformare una società in cui contava più il censo dei meriti - militari o politici che fossero, dall'essere grandi viaggiatori - molti di loro fecero il Gran Tour e arrivarono in luoghi lontanissimi come il Senegal - dall'eleganza dei loro modi e della vivacità loro conversazione, fatta di motti di spirito, di componimenti in rima, aforismi, e dalla vastità della loro erudizione. Molti avevano legami di profonda amicizia tra loro, poiché frequentavano gli stessi salotti; e, naturalmente, quasi tutti praticarono il libertinaggio, inteso come esercizio amoroso dei sensi e della mente e tutto teso ad assicurarsi il maggior numero di conquiste femminili.

Una delle storie più belle e sorprendenti riguarda le vicende del cavaliere di Boufflers e Madame de SabranStanislas de Boufflers  nasce a Nancy nel 1738, da una madre mondana e colta, che lo adora; e cresce alla corte di Lunéville dell'esiliato re polacco Stanislao, che probabilmente è il vero padre di Stanislas. Avviato alla carriera ecclesiastica in quanto figlio cadetto, getta la tonaca di abate dopo pochi anni scandalosi e si volge con maggiore decisione a quella militare e letteraria. Di lui il principe di Ligne, suo amico fraterno, dice "Monsieur de Boufflers è stato successivamente abate, militare, scrittore, amministratore, deputato, filosofo, e di tutte queste condizioni si è trovato fuori posto solo nella prima." Stanislas ha una personalità affascinante, mutevole e brusca e, pur non essendo bello, è un donnaiolo impenitente. Arriva dunque allegramente alla soglia dei quarant'anni senza incorrere in grandi intoppi sentimentali. Fino a quando, nel 1777, non conosce Madame de Sabran...

Chi era costei? La giovane donna è nata nel 1749 in una ricca famiglia che si era distinta nella magistratura. Nonostante la sua posizione sociale, ha trascorso un'infanzia infelice: sua madre è morta dandola alla luce, suo padre si è risposato con la più odiosa delle matrigne e la nonna materna, che l'ha allevata, l'ha sottoposta a un cumulo di vessazioni. Anche i tempi del collegio non sono stati felici per Eléonore, che ha dovuto difendere la sorella, minorata mentale, dalle angherie delle compagne. Ma è nella scelta del marito che si dimostra tutta la tempra  di una persona apparentemente timida e sottomessa. Rifiuta infatti il matrimonio con qualsiasi partito: l'unico uomo che vuole sposare è il vecchio amico di famiglia, il conte Joseph de Sabran-Grammont - un eroe di guerra protagonista di un episodio leggendario in marina durante la Guerra dei Sette Anni - nonostante il fatto che l'uomo abbia quarantasette anni più di lei e sia povero

L'anziano conte contraccambia l'affetto della giovane moglie dandole tutta la tenerezza e l'affetto possibili, e dimostrandole una fiducia incondizionata nella scelta delle sue amicizie a corte. Già introdotta a Versailles come dama di compagnia della Delfina, infatti, Eléonore si è fatta ben volere in un ambiente corrotto e intrigante proprio in virtù della sua condotta irreprensibile ma non bigotta, del suo carattere riservato ma fermo. Il gruppo di dame con cui ha stretto amicizia l'ha soprannominata Rose des champs. Eléonore paga i debiti del marito con la sua dote e gli dona anni sereni. Nonostante la differenza d'età, dal matrimonio nascono due figli amatissimi, Delphine ed Elzéar. Nel 1775 rimane vedova e, nonostante il dolore, non si scoraggia. Si dedica anima e corpo all'educazione dei bambini, consapevole che soltanto la sua posizione a corte garantirà loro un avvenire stabile. 

Nulla sembra cambiare nella sua vita tranquilla quand'ecco che, nella primavera del 1777, il principe di Ligne porta a casa sua, in uno dei suoi frequenti soggiorni parigini, proprio il cavaliere Stanislas de Boufflers.

- segue- 

Fonti:
Gli ultimi libertini di Benedetta Craveri - edizione Adelphi
Stanislas de Boufflers di Delpech presso la Österreichische Nationalbibliothek
La contessa de Sabran, ritratta da Élisabeth Vigée-Le Brun



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sabato 11 febbraio 2017

Presentazione del romanzo storico "Libro II - Le Strade dei Pellegrini"


Con il post di questo sabato vivo di rendita, come si suol dire! 

Da ieri sono infatti ospite del blog Anima di Carta la cui titolare mi ha messo gentilmente a disposizione il suo spazio per presentare il mio nuovo romanzo storico


Libro II - 
Le Strade dei Pellegrini

























Maria Teresa e io vi invitiamo dunque 
al seguente link 
per rispondere alle vostre domande e curiosità. 

A presto! 

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mercoledì 8 febbraio 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Andrea Chénier e l'Improvviso / 11




Vi piace l'opera lirica? A me moltissimo! Pur non potendo definirmi una melomane o un'esperta, seguo la prima alla Scala specialmente se allestiscono un'opera di Giuseppe Verdi che è il mio preferito. Ho anche una collezione di DVD di opere famose.

Dato che qui si parla della Révolution, nel mio piccolo sproloquio di oggi vi propongo un'aria dell'Andrea Chénier, un'opera lirica in quattro quadri di Umberto Giordano su libretto di Luigi Illica. Si tratta di un dramma di ambiente storico liberamente ispirato alla vita del poeta francese André Chénier, vissuto durante la Rivoluzione Francese e morto sulla ghigliottina all'età di 31 anni.

L'assolo che vorrei proporvi s'intitola Un di' all'azzurro spazio altrimenti detta l'Improvviso, e viene cantato nel Quadro Primo dal protagonista nel Castello di Coigny. La rivoluzione è ormai alle porte, ma la nobiltà continua a vivere un'esistenza spensierata; infatti vi si svolge una festa.

Alla festa interviene il poeta Andrea Chénier, che subisce le critiche della giovane Maddalena, la quale gli rimprovera di non scrivere poesie alla moda. Il giovane difende con vigore i suoi ideali contro i costumi corrotti dell'epoca, che stanno portando la società alla rovina. Nel frattempo scongiura Maddalena, la cui giovinezza lo ha colpito, di tenere in maggior conto un sentimento gentile come l'amore, caduto ormai nel disprezzo della società.

L'aria si avvale di una musica piena e potente, e pare che sia difficile da cantare. Vi propongo qui la versione di Carreras del 2010. Più sotto trovate le parole del libretto, se volete seguire anche il senso dell'assolo (4:25). Beh, non so voi, ma a me questo passaggio emoziona profondamente... com'è ovvio.

Un dì all'azzurro spazio guardai profondo,
e ai prati colmi di viole,
pioveva loro il sole,
e folgorava d'oro il mondo:
parea la terra un immane tesor,
e a lei serviva di scrigno il firmamento.
Su dalla terra a la mia fronte
veniva una carezza viva, un bacio.
Gridai vinto d'amor:
T'amo tu che mi baci,
divinamente bella, o patria mia!

E volli pien d'amore pregar!
Varcai d'una chiesa la soglia;
là un prete ne le nicchie
dei santi e della Vergine,
accumulava doni -
e al sordo orecchio
un tremulo vegliardo
invan chiedeva pane
e invano stendea la mano!

Varcai degli abituri l'uscio;

un uom vi calunniava
bestemmiando il suolo
che l'erario a pena sazia
e contro a Dio scagliava
e contro agli uomini
le lagrime dei figli.
In cotanta miseria
la patrizia prole che fa?
Sol l'occhio vostro
esprime umanamente qui
un guardo di pietà,
ond'io guardato ho a voi
si come a un angelo.

E dissi: Ecco la bellezza della vita!

Ma, poi, a le vostre parole,
un novello dolor m'ha colto in pieno petto.
O giovinetta bella,
d'un poeta non disprezzate il detto:
Udite! Non conoscete amor,
amor, divino dono, non lo schernir,
del mondo anima e vita è l'Amor!

***

Vi piace l'opera lirica o non la sopportate proprio? Guardate mai la prima alla Scala in televisione o ascoltate mai qualche duetto o aria famosa?


Fonti:
Ritratto di André Chénier, Wikipedia
Paesaggio di Claude Monet
Marchant de pates - Les Cris de Paris
Autoritratto di Élisabeth Vigée-Le Brun (all'età di 15 anni)

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sabato 4 febbraio 2017

"I would prefer not to": l'impiegato nella letteratura, nei film e nei fumetti


Il quadro che vedete qui sotto s'intitola Government Bureau  ed è un'opera del 1957 dell'artista americano George Tooker.  Esprime molto bene il senso di alienazione e di pessimismo nella visione di Tooker che rappresenta un mondo grigio e spento, freddo e ordinato dove gli impiegati agli sportelli, ridotti ormai a mostruosi occhi, sorvegliano le persone in attesa, mentre queste ultime sembrano riprodursi come cloni con minime varianti Richiama naturalmente anche il clima di Guerra Fredda del periodo.




Ho scelto questo quadro per introdurre il nuovo articolo relativo ai post tematici (che hanno molto in comune con la serie de "i vasi comunicanti"). Stavolta l'argomento del post è il mondo dei cosiddetti impiegati: una categoria molto variegata che contiene in sé diverse figure professionali come quella, ad esempio, delle segretarie e, un tempo, delle dattilografe. Solitamente il lavoro dell'impiegato è associato alla noia se non addirittura alla frustrazione vissuta in mezzo a scartoffie, telefonate, archivio, appuntamenti, moduli e pratiche. E, non da ultimo, su di lui di solito spadroneggia il capo incompetente che, per una strana combinazione del destino, è ancorato ai più alti livelli gerarchici e governa dispoticamente il suo piccolo regno.

La figura dell'impiegato è andata tuttavia trasformandosi, al punto che alcune categorie, un tempo molto diffuse, sono andate scomparendo come la cosiddetta segretaria, rigorosamente donna, che ha assunto la denominazione di "assistente" (all'inizio ho lavorato come segretaria di direzione, poi segretaria editoriale, e quindi ho una certa dimestichezza con l'argomento). Non sembrerebbe dunque avere un particolare appeal letterario, eppure... eppure ci sono moltissimi esempi tra le pagine dei libri di celebri impiegati, film e anche strip comiche esilaranti. 

Vediamo dunque di scoprire gli impiegati che ho incontrato sulla mia strada e che mi hanno, di volta in volta, immalinconito o divertito.

Gli impiegati in letteratura

Bartleby lo scrivano (Bertleby the Scrivener) di Herman Melville

Questo racconto, apparso nel 1853, è una delle storie più celebri sull'epoca moderna, e sul contrasto tra un tranquillo scrivano e le sollecitazioni produttive dell'utilitarismo americano. L'io narrante è un avvocato di Wall Street, nel periodo in cui la strada sta diventando un centro finanziario di notevole importanza. Egli si descrive come "una persona eminentemente cauta e fidata". Ha tre dipendenti: Turkey (Tacchino) e Nippers (Chele), scrivani, e il fattorino Ginger Nut (Zenzero). Con l'ampliarsi dell'attività, decide di assumere un terzo scrivano. Risponde all'annuncio Bartleby, che si presenta in ufficio come una figura pallida, mite e taciturna.

In principio Bartleby esegue diligentemente il lavoro di copista, ma col tempo si rifiuta di svolgere altri compiti che esulino dal suo, motivando il suo rifiuto con la risposta "preferirei di no" (nell'originale, I would prefer not to).

Ecco un estratto dell'inizio del "gran rifiuto":

Credo fu il terzo giorno dacché egli era con me, il primo nel quale fosse sorta la necessità di fargli esaminare le sue scritture, che, avendo io premura di sbrigare una faccenda di poco conto che m'impegnava al momento, bruscamente detti la voce a Bartebly. Posta la fretta e la mia naturale attesa d'immediata obbedienza, sedevo col capo chino sul documento originale posto sul mio scrittoio, e la mano destra obliquamente protesa a porgere in modo un po' nervoso la copia, così che, appena emerso dal suo riparo, Bartleby potesse afferrarla e procedere all'opera senza alcun indugio.

In tale esatta posizione sedevo, quando lo chiamai, spiegando in fretta cosa desiderassi da lui, ovvero che esaminasse con me un breve documento. Immaginate la mia sorpresa, meglio, la mia costernazione, quando senza muoversi dal suo privato, Bartebly con voce singolarmente mite, ma ferma, replicò: "Avrei preferenza di no."

Più avanti nel racconto egli smette di lavorare del tutto, fornendo come unica spiegazione la medesima frase. E così via per tutta la durata della vicenda.Il principale, combattuto tra la pietà e l'esasperazione, scopre che Bartleby non ha né casa né amici, e vive nello studio. Da dove dunque viene questa figura misteriosa e cadaverica?

Bartelby lo scrivano si potrebbe definire come uno dei primi esempi di letteratura dell'assurdo. Al protagonista che oppone il suo costante rifiuto come un mantra non è stato fatto alcun torto dal principale, non è stato angariato dai colleghi e non gli sono stati chiesti incarichi gravosi. Nel racconto non ci sono fatidiche rivelazioni, trame intricate, colpi di scena, intrighi erotici o episodi di violenza. Bertleby si spegne lentamente sotto i nostri occhi. Eppure ci sono echi in questa figura che appartengono all'impiegato "universale" e che per questo disturbano: un lavoro sempre uguale a se stesso, un ambiente fatto di quattro mura, colleghi antipatici e il tempo che succhia energie fino a ridurti a una larva. Alla fine anche la mente di Bartebly pare svuotarsi di ogni forma di coscienza e aggrapparsi alla frase I would prefer not to significa respingere anche l'intrusione in un'esistenza che rimane misteriosa. Come, del resto, rimane misteriosa ogni creazione letteraria.


La morte in banca di Giuseppe Pontiggia

Nel 1959 lo scrittore Giuseppe Pontiggia (1934-2003) pubblica questo suo primo romanzo, di carattere autobiografico, La morte in banca, frutto d'una profonda insoddisfazione per la sua esperienza lavorativa in un ambiente frustrante. All'età di diciassette anni, infatti, Pontiggia comincia a lavorare al Credito Italiano, dove rimane dal '51 al '61. Grazie all'incoraggiamento di Elio Vittorini, che gli consiglia di dedicare più tempo alla narrativa, nel 1961 lascia l'impiego in banca e si dedica all'insegnamento serale.

All'inizio del romanzo si narra l'inserimento del giovane Carabba nell'ambiente bancario. Come acutamente nota Mario Barenghi nella postfazione, il ragazzo viene indicato sempre con il suo cognome, e mai con il nome, il che contribuisce a renderlo anonimo e a marcare la distanza tra il protagonista e lo stesso autore che non prova alcun affetto per questa sua "creatura" letteraria. Sembrerebbe, invece, considerarlo con l'occhio freddo dell'entomologo. All'interno della struttura bancaria, Carabba non ha nemmeno un vera e propria carica. Viceversa, tutti i colleghi del giovane sono indicati con il termine di capufficio, segretario, funzionario ecc. All'inizio egli soffre tutte le difficoltà e gli impacci del nuovo arrivato e rifiuta di identificarsi con un lavoro che considera provvisorio. Egli intende anche conciliare il lavoro con la prosecuzione degli studi.

Ecco a voi uno stralcio del racconto:

Dopo tre settimane Carabba ha imparato a distinguere, nella piccola folla che sale a ogni fermata del tram, gli impiegati di banca. E non solo della sua, ma anche di altre, sono sempre le stesse facce. Esteriormente non presentano segni particolari, per ora si accontenta di questa constatazione. Alcuni hanno il viso assorto e intellettuale, fissano per un attimo con occhio penetrante, poi si voltano altrove, indifferenti.
Carabba rimane perplesso.
Capita però che un collega, nella ressa sulla piattaforma, gliene presenti uno:
"Impiegato di banca anche lei?"
"Anche lei?"
Allora si sorride, anzi si ride, quasi che l'identità della condizione renda superflua ogni ulteriore riserva.
"Anche lei impiegato di banca?"
"Anche lei?"
Si ride.


È chiaro che si tratta di una risata a denti stretti, quasi di scherno: i più vecchi sanno benissimo la fine che farà il più giovane collega. Anche lui, come Bartleby, è destinato a condurre un'esistenza grigia, priva di vivacità intellettuale e di legami affettivi, a impigrirsi, ad accontentarsi, ad adagiarsi...

Aggiungo però che non è l'ambiente, pur determinante, ad avviare il personaggio alla morte cerebrale, quanto piuttosto una sua predisposizione innata. Infatti, com'è ovvio, egli non trascorre tutta la sua giornata nel luogo di lavoro, ma ha molto tempo libero eppure non riesce a sfruttarlo e a trovare stimoli e allacciare amicizie. Pure la prosecuzione degli studi si rivela una routine e, particolare irritante, il giovane attribuisce sempre agli altri la colpa dei suoi insuccessi. Carabba quindi non ha nemmeno la pietas del suo autore, che descrive la sua vita in modo efficace e servendosi una scrittura asciutta e priva di fronzoli. Che triste, triste destino per un personaggio! 


Gli impiegati nei film

Mi piace lavorare (Mobbing) di Francesca Comencini

Si tratta di un film prodotto nel 2003 e diretto da Francesca Comencini, con Nicoletta Braschi e un cast di attori non professionisti.

La trama è semplice: Anna è una giovane donna separata, madre di una bambina di nome Morgana e figlia di un anziano padre malato, a cui spesso va a far visita nella casa di riposo che lo ospita. In ufficio ricopre il ruolo di segretaria capocontabile, lavoro che svolge volentieri. A casa, la bambina si occupa quotidianamente di far la spesa e la sera, le legge Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, mentre lei, sfinita, si addormenta.

L'azienda per cui Anna lavora, per una fusione societaria, è stata assorbita da una multinazionale. Durante una piccola festa aziendale, i nuovi vertici informano i dipendenti sul rinnovato assetto societario, rassicurandoli che questa ristrutturazione non comporterà mutamenti per i loro posti di lavoro. Anna, e i colleghi festeggiano brindando, mangiando e ballando. Il clima sembra rilassato anche se si percepisce nell'aria una nota d'insicurezza.

Il nuovo assetto societario porterà, di lì a poco, inattesi cambiamenti nella sua vita lavorativa e di conseguenza anche in quella familiare. Anna viene rimossa dal suo ruolo. Di lì comincia la sua tragica discesa in una serie di mansioni assurde e sempre più umilianti nel tentativo di farla dimettere. Viene abbandonata dalla falsa amicizia delle colleghe e dei colleghi, che sembrano evitarla e comportarsi come un branco che abbandona l'animale malato. ...

Il film affronta il tema del mobbing presente a vario livello in tutti gli ambienti di lavoro, e che può derivare non solamente dai vertici ma anche dai colleghi. Questo è il genere di mobbing  più terribile e doloroso da sopportare, che sottopone la protagonista a un vero e proprio calvario dove si trova disperatamente sola.

Non amo particolarmente Nicoletta Braschi e trovo che sia un'attrice sopravvalutata. Qui però è convincente e brava in un ruolo che sembra calzarle a pennello e calata in un ambiente ostile con cui spesso gli impiegati si trovano a fare i conti.


La segretaria quasi privata di Walter Lang

Siccome mi sembra che ci siamo depressi più che a sufficienza con gli esempi di cui sopra, cambiamo decisamente registro con questa commedia brillante del 1957 interpretata dall'inossidabile coppia Katharine Hepburn e Spencer Tracy. Il film è arguto e frizzante, e propone lo spaccato sociale di un ambiente lavorativo di alto livello degli anni cinquanta. Ho scoperto che il soggetto è tratto dal lavoro teatrale The Desk Set di William Marchant.

Bunny Watson (Katherine Hepburn), capoufficio del reparto quesiti di una grossa azienda, è una donna molto intelligente, emancipata e battagliera ma il suo posto sta per essere insidiato da una nuova macchina elettronica EMERAC che probabilmente si occuperà di risolvere più velocemente il lavoro di lei e delle sue colleghe, con le quali ha un ottimo rapporto di amicizia. 

L'ingegnere Richard Sunner (Spencer Tracy), ideatore del calcolatore elettronico, in realtà è stato incaricato di inserire il macchinario nell'azienda per agevolare il lavoro del personale, non per soppiantarlo. Si verificano quindi una serie di equivoci e di schermaglie verbali che vedono anche la partecipazione del fidanzato di Bunny. Com'è ovvio il lieto fine è assicurato con la creazione di nuovi legami sentimentali e nuove coppie...

Oggi le preoccupazioni della protagonista rispetto all'avvento della tecnologia possono far sorridere, dato che è ormai diventata un fatto ineluttabile, di volta in volta da noi amata e odiata a dismisura. L'EMERAC è infatti uno dei primi esempi di computer presenti all'interno di una commedia, e nel film è come se fosse inserito nel cast. Comunque è  mio credo personale che ogni tanto bisognerebbe vedere questi film ottimisti, ma dai dialoghi mordaci e intelligenti, freschi come acqua sorgiva, in cui la cinematografia americana era all'epoca maestra.


Gli impiegati nei fumetti

Bristow

Passo qui a presentare Bristowuna striscia a fumetti del cartoonist britannico Frank Dickens, che ha per protagonista l'omonimo impiegato dell'Ufficio Acquisti di una multinazionale. Dal 1962 e fino al 2001 la striscia è apparsa sul quotidiano Evening Standard.

Il fumetto segue la vita quotidiana di un impiegato della Chester-Perry Co.Ltd, rappresentata da un immenso, monolitico edificio. Bristow ama fantasticare ed ha manie di grandezza in cui si vede come un neurochirurgo e uno scrittore. Il suo tomo epico, Living Death in the Buying Department (Morte Vivente nell'Ufficio Acquisti), deve ancora trovare un editore, ma ciò non lo scoraggia... questa situazione vi ricorda qualcosa? ;-) Vive in una piccola camera a East Winchley e fa il pendolare in treno, arrivando invariabilmente in ritardo. Molto spesso subisce le angherie del suo prepotente capo Fudge. Ha una cotta per una abituale visitatrice, Miss Pretty della Kleenaphone, la ditta di manutenzione dei telefoni. Un altro visitatore regolare è il piccione che si ferma sul davanzale della finestra: durante l'inverno, l'uccello migra verso climi più caldi, dove visita la controparte di Bristow: un nero in abito bianco. 

Bristow è il prototipo dell'impiegato che fa il minimo indispensabile e nonostante questo risulta simpatico, con i suoi baffetti disegnati come peli ben distanziati e il suo testone calvo. Inoltre i suoi sogni a occhi aperti sulla ricerca di un editore non possono che suscitare la nostra comprensione!




Dilbert

Chiudiamo con l'adorabile impiegato americano Dilbert, protagonista di una striscia a fumetti comica giornaliera creata da Scott Adams. Personalmente lo avevo incontrato quando era iniziata la consuetudine di distribuire i giornalini gratuiti in metropolitana. Una delle pagine di Metro era riservata ai cruciverba, ai giochi di parole e all'intrattenimento e c'era spesso la striscia di Dilbert alternata con altre come Calvin&Hobbes, di cui ho parlato nel post dedicato alla tigre.

Si tratta di un personaggio che l'autore aveva abbozzato anni durante le sue noiosissime riunioni di lavoro. Durante le mie ricerche per la creazione del post, sollecitata da un commento di Tom del blog The Obsidian Mirror, ho scoperto che Scott Adams ha lavorato nove anni per l'azienda telefonica americana Pacific Bell, e aveva deciso di sfruttare quest'esperienza per descrivere l'ambiente lavorativo paradossale eppure autentico in cui il suo personaggio si muove. Addirittura ha scritto anche un libro, intitolato Il principio di Dilbert!

Il Dilbert dei fumetti indossa pantaloni neri, camicia bianca ed una cravatta a righe sempre storta. Porta occhiali che nascondono il suo sguardo. Lavora in un cubicle come quelli del quadro di George Tooker, a una scrivania circondata da quattro pareti ad altezza busto che contraddistingue gli uffici statunitensi e anglosassoni (ne sono testimone!).  Vive in compagnia del suo cane Dogbert con cui ama chiacchierare.

Sul luogo di lavoro Dilbert è un ingegnere elettronico frustrato, nel senso che, a differenza di Bristow, è sempre puntuale e presente in ufficio ed è sempre onestamente intenzionato a svolgere al meglio il proprio lavoro. Tuttavia molti fattori gli remano contro, a cominciare dagli ingranaggi del "marketing" e della "leadership" per passare ai colleghi ottusi. Ogni buona idea viene soppressa e ogni merito non riconosciuto.

Molti di noi possono facilmente riconoscersi in questo personaggio e soprattutto nelle dinamiche aziendali di cui siamo vittime. Per cui... ecco il link al sito ufficiale di Dilbert. Buon divertimento!



***

Spero che il post vi sia piaciuto e che mi racconterete in quale di queste esperienze vi riconoscete maggiormente. Io ero una specie di Dilbert editoriale con qualche sfumatura alla Bristow nei sogni a occhi aperti!

***

Fonti:

Bartebly lo scrivano di Herman Melville - Traduzione e cura di Gianni Celati - Economica Feltrinelli
La morte in banca di Giuseppe Pontiggia - Oscar Mondadori
Wikipedia per le trame dei libri e dei film, fortemente adattate e integrate

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mercoledì 1 febbraio 2017

Il Caffè della Rivoluzione - Una straordinaria storia di amicizia / 10





In occasione del mio compleanno una mia cara amica - la stessa che venne insignita dell'Ordine del Gran Sigarito per la sua fruttuosa ricerca sull'esistenza delle sigarette arrotolate nel 1789, qui il link - mi regalò il libro Una poltrona sulla Senna - Quattro secoli di storia di Francia di Amin Maalouf. Si tratta di un saggio molto gradevole scritto dopo che l'autore venne ammesso alla prestigiosa Académie française e, per la precisione, chiamato a occupare la ventinovesima poltrona.

Vi si narrano la vita e le avventure delle diciotto personalità succedutesi sulla poltrona occupata da Maloouf, tutte accomunate dal loro amore per la lingua francese. Ci fa scoprire quel che già sospettavamo, ovvero che non furono diciotto busti di marmo, ma persone in carne e ossa con i loro pregi e i loro difetti, e con delle esistenze a volte mirabolanti.

Ci sono anche degli episodi gustosi, come quello del cardinale Richelieu, autonominatosi "protettore" questo circolo di amici - che invece volevano soltanto riunirsi in santa pace per parlare di letteratura - e che consegnò a uno dei membri un suo poema in forma anonima chiedendo un parere spassionato. Il ricevente lo lesse e lo fece leggere ai colleghi, e l'opera del cardinale venne stroncata come "un'opera da breviario". Il cardinale masticò amaro, ma poco dopo tolse l'appannaggio al membro che aveva preso in consegna il poema (sul perché spesso i potenti abbiano velleità artistico-letterarie possiamo soltanto formulare delle ipotesi).

In questa sede però vorrei parlarvi dell'uomo che viene definito da Maloouf "colui che fu due volte condannato a morte" e visse giustappunto nell'epoca della Rivoluzione. Questa è la storia di una fuga rocambolesca, e anche della straordinaria prova di un'amicizia destinata a durare nel tempo e a dare ulteriori frutti.

Il protagonista è Joseph Michaud. Nasce in Savoia nel 1767, ma la lascia durante l'infanzia insieme ai genitori; compie i suoi studi nel vecchio collegio gesuita di Bourg-en-Bresse, lavora un po' come commesso in una libreria di Lione, mentre scrive i suoi primi testi letterari. Si trasferisce poi a Parigi, dove collabora a diversi giornali vicini alla corte di Luigi XVI. Egli è, tuttavia, un fervido ammiratore dei filosofi, innamorato della libertà e ostile a ogni forma di oppressione al punto da comporre un poema in gloria di Jean-Jacques Rousseau.

All'epoca dell'insurrezione del 13 Vendemmiaio, ovvero il 5 ottobre 1795, dopo la caduta di Robespierre e la fine del Terrore, i partigiani della monarchia chiamano il popolo a manifestazioni di massa nella speranza di forzare la Convenzione a ristabilire il potere reale. Ma l'assemblea rifiuta e dà anzi ordine di sparare sulla folla, provocando quasi trecento morti. Michaud, che nel suo giornale ha chiamato all'insurrezione, scappa da Parigi per nascondersi a Chartres presso amici, ma viene raggiunto, stanato e riportato alla capitale. Nell'attesa del processo, viene rinchiuso nel vecchio Collège des Quatre Nations, appena trasformato in un istituto penale. Ogni giorno il prigioniero viene portato alle Tuileries, dove viene interrogato sui sui scritti sediziosi e sul suo operatore come agitatore di folle. La condanna a morte è quasi certa, e inutilmente amici e conoscenti si prodigano in suo favore.

Ed ecco che entra in campo un suo amico, un certo Nicolas Giguet, che aveva frequentato il suo stesso collegio. Ha riconosciuto Joseph quando è stato riacciuffato e riportato a Parigi. Nei giorni successivi non si perde d'animo: gironzola attorno al carcere studiando la situazione e verificando da quale strada i gendarmi lo portano dalla prigione presso la sede dell'interrogatorio. Il giorno in cui decide di agire, Nicolas finge di incrociare il piccolo corteo e invita l'amico e i suoi secondini a pranzare insieme in una trattoria vicina. Dopo qualche insistenza i gendarmi, evidentemente affamati, si lasciano tentare e tutti vanno a mettere le gambe sotto il tavolo. Tra cibo, chiacchiere sui polli arrosto e buon vino, Michaud si alza e scende i gradini che lo portano alla cucina, e com'è ovvio se la batte da una porta nascosta. Una volta scoperta la fuga, Nicolas viene incarcerato al suo posto e accusato di aver organizzato il tutto. Continua a protestare la sua innocenza, rischiando grosso e scontando un mese in prigione. Alla fine viene rilasciato.

Ma la bella storia non finisce qui!

Dopo alcuni anni vissuti da clandestino tra la Svizzera e il Piemonte, e un altro ingresso e un'uscita dalle patrie galere sotto Bonaparte, Joseph decide di darsi una calmata e dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Pubblica quindi una prima opera sull'India. Sul frontespizio, in basso, l'indirizzo dell'editore è: Parigi, Giguet et Cie, stampatori-librari, Rue de Grenelle Saint-Honoré. Il suo salvatore era diventato il suo editore... E, due anni dopo, nel 1803, viene pubblicato Le printemps d'un proscrit, memoriale scritto durante le sue avventurose fughe. Sulla prima pagina, si poteva leggere questa volta: Parigi, Giguet et Michaud, stampatori-librai, Rue de Bons-Enfants.

Questi due uomini rimangono amici per tutta la vita.

Aggiungo solamente per amore di completezza biografica che Joseph Michaud è soprattutto celebre per l'Histoire des croisades, opera monumentale che venne pubblicata nella sua forma finale in sei volumi nel 1840 e che fu determinante per il suo ingresso all'Académie.
***

Vi è piaciuta questa storia di letteratura, libertà e amicizia? Ve ne vengono in mente altre di simili?

Fonte:
Una poltrona sulla Senna - Quattro secoli di storia di Francia di Amin Maloouf - La nave di Teseo

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sabato 28 gennaio 2017

Galleria di grandi donne: Olympe de Gouges / 3

Grazie alla terza figura di questa mia carrellata di grandi donne,

Olympe de Gouges

ritorno ancora indietro nel tempo, e nello specifico nel periodo della Rivoluzione Francese: un’epoca di cui, come avete ormai abbondantemente capito, mi sento felice e a mio agio proprio come un topo nel formaggio e di cui vi parlerò fino alla nausea. Ma veniamo a Olympe de Gouges, la mia eroina di oggi. Chi era questa donna determinata almeno quanto lo fu Mary Wollstonecraft (le ho dedicato un ritratto) di cui era contemporanea e di cui era gemella in una comune battaglia per l’uguaglianza?

BIOGRAFIA

Nata il 7 maggio 1748 a Montauban, Marie Gouze è dichiarata figlia di Pierre Gouze e di Anne-Olympe Mouisse, sposata nel 1737, ma ella apprende ben presto, dalla madre, di essere la figlia naturale di altro padre, parrebbe di un letterato.

Nel 1765 è costretta a sposare Louis-Yves Aubry e si trova subito madre di un bambino e quasi subito vedova. "Avevo appena 14 anni quando mi sposarono ad un uomo che non amavo affatto, che non era ricco, né di una certa estrazione. Fui sacrificata senza alcuna ragione che potesse bilanciare la ripugnanza che avevo per quest’uomo," asserisce. Delusa dalla sua esperienza coniugale, rifiuta in seguito sempre di risposarsi considerando il matrimonio come "la tomba della fiducia e dell'amore".

Si farà chiamare col nome di “Marie-Olympe” o più semplicemente di “Olympe”, e aggiunge la particella "de" al suo patronimo “Gouze” o piuttosto “Gouges”. Verso il 1770 lascia Montauban col figlio Pierre per andare a Parigi a raggiungere la sorella sposata con un medico. Nella capitale Olympe sogna di dare al figlio un'educazione adeguata.


LE OPERE TEATRALI E POLITICHE

A Parigi lega con un alto funzionario della marina, direttore di una potente compagnia di trasporti militari che lavorava con lo Stato. Egli le domanda di sposarlo, lei rifiuta, ma il loro legame dura fino alla Rivoluzione. Dal 1778 inizia a cimentarsi nella scrittura di commedie dato che il teatro è passione di tutta la sua vita. Indipendentemente dal suo teatro politico, la commedia che la rende celebre ai suoi tempi è l'Esclavage des Noirs pubblicata nel 1792 e inserita nel repertorio della Comédie-Française col titolo di Zamore e Mirza, o il felice naufragio. Questa commedia e un'altra intitolata le Marché des Noirs del 1790 le permettono di farsi ammettere alla Società degli Amici dei Neri creata nel 1788 dal futuro girondino Brissot.

Nel 1788 si fa notare pubblicando due opuscoli politici. Olympe sviluppa un progetto d'impostazione patriottica nella sua celebre Lettera al Popolo proponendo un vasto programma di riforme sociali e societarie nelle sue Osservazioni patriottiche. Questi scritti sono seguiti da altri nuovi opuscoli indirizzati ai rappresentanti delle tre principali legislature della Rivoluzione, ai club patriottici e a diverse personalità dell’epoca. 

Nei salotti letterari che frequenta vengono discussi anche molti altri argomenti concernenti l'emancipazione della società francese e in particolare del ruolo in essa della donna. Insieme al marchese de Condorcet e a sua moglie Sophie de Grouchy, Olympe si unisce alle posizioni dei girondini nel 1792.


Il 16 dicembre 1792 Olympe si offre di assistere Malesherbes nella difesa del re davanti alla Convenzione. Ella sostiene infatti che le donne sono capaci di assumere delle responsabilità tradizionalmente riservate agli uomini e, in quasi tutti i suoi scritti, chiede che le donne vengano ammesse ai dibattiti politici e sociali. La sua richiesta è rigettata e le attira ostilità e biasimo. Olympe ottiene comunque che le donne siano ammesse a una cerimonia a carattere nazionale, « la festa della legge » del 3 giugno 1792, poi alla commemorazione della presa della Bastiglia il 14 luglio 1792.

Olympe fa della difesa dei diritti delle donne lo scopo della sua esistenza. Rivolgendosi a Maria Antonietta redige la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, ricalcata dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, nella quale afferma l'uguaglianza dei diritti civili e politici tra i due sessi, insistendo perché si restituiscano alla donna quei diritti naturali che la forza del pregiudizio le ha sottratto.


LA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLA DONNA E DELLA CITTADINA

Ecco dunque gli articoli della Dichiarazione, nella traduzione dall’originale francese di Francesca di Donato. Prendetevi del tempo e leggeteli con pazienza, perché ne varrà la pena. Sono di una modernità sconcertante.
Articolo primo. La Donna nasce libera ed è eguale all'uomo nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull'utilità comune.
II. Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell'Uomo: tali diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza, e soprattutto la resistenza all'oppressione.
III. Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione, che non è altro che la riunione della Donna e dell'Uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitare una autorità che non ne derivi espressamente.
IV. La libertà e la giustizia consistono nel rendere tutto quello che appartiene agli altri; così l'esercizio dei diritti naturali della donna non ha limiti se non la tirannia perpetua che l'uomo gli oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.
V. Le leggi della natura e della ragione vietano tutte le azioni nocive alla società: tutto quello che non è vietato da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere costretto a fare quello che tali leggi non ordinano.
VI. La Legge deve essere l'espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e Cittadini devono concorrere, personalmente o tramite loro rappresentanti, alla sua formazione; la legge deve essere eguale per tutti: tutte le Cittadine e tutti i Cittadini, essendo eguali ai suoi occhi, devono essere egualmente ammissibili ad ogni dignità, posto e impiego pubblico, secondo le proprie capacità; e senza altra distinzione che non sia quella delle loro virtù e dei loro talenti.
VII. Per nessuna donna si farà eccezione: la donna è accusata, arrestata, e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a tale Legge rigorosa.
VIII. La Legge deve stabilire solo pene strettamente ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non in virtù d'una Legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.
IX. Nel caso di ogni donna dichiarata colpevole la Legge eserciterà ogni rigore.
X. Nessuno deve essere infastidito per le proprie opinioni, anche fondamentali. La donna ha il diritto di salire sul patibolo; deve avere egualmente quello di salire sulla Tribuna; purché le sue manifestazioni non turbino l'ordine pubblico stabilito dalla Legge.
XI. La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poiché tale libertà assicura la legittimazione dei padri nei confronti dei figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, sono madre d'un figlio che vi appartiene, senza che un barbaro pregiudizio la forzi a dissimulare la verità; salvo a rispondere dell'abuso di tale libertà nei casi determinati dalla Legge.
XII. La garanzia dei diritti della donna e della Cittadina necessita un'utilità maggiore; tale garanzia deve essere istituita per il vantaggio di tutti, e non per l'utilità particolare di coloro cui è data.
XIII. Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese d'amministrazione, i contributi della donna e dell'uomo sono eguali; la donna partecipa a tutti i servizi, a tutte le occupazioni penose; deve dunque partecipare egualmente alla distribuzione di posti, di impieghi, di cariche, di dignità e dell'industria.
XIV. Le Cittadine e Cittadini hanno il diritto di constatare di persona o tramite propri rappresentanti la necessità della contribuzione pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che grazie all'ammissione di una divisione eguale, non solo nella fortuna, ma anche nell'amministrazione pubblica, e di determinare la quota, l'imponibile, la copertura e la durata delle imposte.
XV. La massa delle donne, coalizzata per la contribuzione con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, a ogni agente pubblico, della sua amministrazione.
XVI. Ogni società, in cui non è assicurata la garanzia dei diritti, né è determinata la separazione dei poteri, non ha una costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha cooperato alla sua redazione.
XVII. Le proprietà sono di tutti i sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno può esserne privato in quanto vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, constatata legalmente, lo esiga a tutta evidenza, e a condizione di una giusta e preventiva indennità.


L’ULTIMA PARTE DELLA SUA VITA



Tra le sue proposte davvero rivoluzionarie, Olympe chiede la possibilità di sciogliere un matrimonio e l'instaurazione del divorzio (ammesso all'indomani della Rivoluzione). Avanza l'idea di un contratto firmato tra concubini e milita per la libera ricerca della paternità e il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio. Cosa cui, in Italia, siamo arrivati in tempi recentissimi con la riforma del diritto di famiglia e le unioni civili.

È anche tra le prime persone promotrici di un sistema di welfare, formulando - a grandi linee - un sistema di protezione materna e infantile e raccomandando la creazione di seminari nazionali per combattere la disoccupazione. Analogamente propone la creazione di alloggi per i non abbienti e quella di ricoveri dignitosi per i mendicanti.

Dopo la messa in stato di accusa del partito dei Girondini alla Convenzione, il 2 giugno 1793, indirizza una lettera piena di energia e di coraggio indignandosi di una misura presa contro quei principi democratici (9 giugno 1793) di cui la Rivoluzione si era fatta promotrice. La lettera è censurata già nel corso di una lettura in una pubblica assemblea. Olympe denuncia che questo confligge con i principi repubblicani. Viene così arrestata e deferita al Tribunale Rivoluzionario.

Benché ammalata è rinchiusa nella prigione dell'abbazia di Saint-Germain-des-Près. Inviata nella petite Force divide la cella con Madame de Kolly, una donna incinta già condannata a morte. Nell'ottobre seguente, ottiene il trasferimento in una prigione più confortevole. Tradotta in tribunale il mattino del 2 novembre, appena 48 ore dopo l'esecuzione dei suoi amici girondini, viene condannata a morte. La sua ultima lettera è per suo figlio, l'aiutante generale Aubry de Gouges, che la disconosce per paura di essere inquisito.


OLYMPE DE GOUGES E JULES MICHELET

Nel volume Donne della Rivoluzione dello storico Jules Michelet, autore di una monumentale Storia di Francia in 19 volumi, egli le dedica un capitolo, associando Olympe de Gouges alla costituzione delle prime società femminili che nacquero proprio in quegli anni. Anche se non esiste prova sicura, pare che molte di queste società furono fondate da Olympe, di cui a buon diritto fu l’ispiratrice.

Non sempre lo storico traccia di questa donna un ritratto lusinghiero, definendola persona instabile a livello sentimentale, e quindi politico, perché mossa da un sentimento di pietà che la faceva oscillare ora in favore del re ora della Repubblica; una persona che crolla a livello emotivo quando si vede rinnegata dal suo stesso figlio. Si profonde invece in elogi sperticati su Madame Roland, su cui invece avrei parecchie riserve, dedicandole ben due capitoli. Peccato che, contrariamente a quello che Michelet scrive nel suo libro, le testimonianze dell'epoca affermano che Olympe de Gouges salì sul patibolo senza alcun timore, con grande coraggio e dignità. Lei stessa aveva ribadito: "Come la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche".

Che ci sia un fondo di pregiudizio nello storico? Le critiche di Michelet, che peraltro è un biografo postumo, sembrano dimostrare che una vita libera come quella di Olympe dia sempre adito a calunnie. Viene infatti giudicata alla stregua di una prostituta da parte delle stesse donne e riabilitata solo moltissimi anni dopo. La battaglia di Olympe nel corso della sua esistenza sui diritti delle donne è un'altra prova di quanto per i diritti femminili ci si batteva molto meno che per quelli degli schiavi neri nelle colonie francesi. Anzi, li si ignorasse proprio. Il tutto in casa propria e sotto gli occhi di tutti i cosiddetti buoni patrioti, che seguendo il pensiero dei philosophes, in testa Rousseau, continuavano a relegare la donna nel ruolo di moglie e madre.

Non c’è modo migliore di chiudere l’articolo che citare le parole di Olympe agli uomini nell’incipit della sua Dichiarazione: "Uomo, sei capace d’essere giusto? È una donna che ti pone la domanda; tu non la priverai almeno di questo diritto. Dimmi: chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua saggezza; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico potere. …


***

Fonti:

  • Wikipedia per i dati biografici
  • Le donne della rivoluzione di Jules Michelet, editore Bompiani
  • "I diritti della donna... di Marie Gouze, detta Olympe de Gouges" Traduzione dall'originale francese di Francesca Di Donato (l'originale su Gallica, bibliothèque numérique de la Bibliothèque nationale de France): Copyright © 2004 Francesca Di Donato. Libera riproduzione dietro menzione del nome della traduttrice.
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venerdì 27 gennaio 2017

INSIEME RACCONTIAMO 17 - Nearer, my God, to Thee





Eccomi di nuovo a partecipare molto volentieri a un'altra edizione di Insieme raccontiamo, iniziativa ideata dalla vulcanica blogger Patricia Moll in Myrtilla's House. Stavolta non potevo proprio fare la gnorri oppure battermela all'inglese, visto che, a quanto pare, le ho dato io lo spunto con un mio commento a proposito, o a sproposito, di una foto!

Ecco dunque il link al post relativo a questa edizione n. 17.

Le regole sono semplici: Patricia pubblica un incipit con una foto e i partecipanti si sbizzarriscono con un finale che dovrebbe essere contenuto tra le 200/300 battute oppure le 200/300 parole. Si può postare lo scritto direttamente nei commenti del blog di Patricia mettendo il link al proprio blog se postiamo il finale lì oppure indicando il link. Si possono aggiungere foto, video, musiche.

Stavolta volevo tenermi parca con le parole, ma ho raggiunto le 300 così, senza colpo ferire. Et voilà!


L'incipit di Patricia è:


Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.

Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.

Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata...



e la foto è la seguente:

https://pixabay.com/en/ship-wreck-fraser-island-australia-652598/


Ed ecco come sempre il racconto completo. Leggetelo ascoltando il brano strumentale Nearer, my God, to Thee, al seguente link:


***

Era l’alba. Gli piaceva scendere in spiaggia a quell’ora. In giro non c’era ancora nessuno perché i vacanzieri erano andati a dormire da poco.

Il silenzio interrotto solo dalla voce del mare lo rasserenava.

Girovagando, aveva oltrepassato il promontorio. In una piccola baia seminascosta l’aveva trovata.

Non l’aveva vista subito, fermo com'era sulla spiaggia e rivolto all'immensità dell’oceano. Sospinta dalle onde, era arrivata fino ai suoi piedi, toccandolo come fanno i cani quando vogliono richiamare l'attenzione, con piccoli, teneri tocchi del muso.

Il suo primo pensiero fu: “Ecco come la gente riduce le spiagge: a un immondezzaio.” Poi si chinò e la prese. Si rigirò la bottiglia tra le mani: era whisky distillato a Cork, per quel che poteva indovinare dall’etichetta vecchia e ormai illeggibile. Lui insegnava letteratura inglese a Dublino, ma di whisky irlandese un po' s’intendeva.

Era vuota, perlomeno di whisky, ma c'era dentro qualcosa. Stappò il sughero e, dando brevi colpi col palmo, fece uscire il pezzo di carta ripiegato e contenuto al suo interno. “Il classico messaggio nella bottiglia… come nel racconto di Edgar Allan Poe,” pensò l’uomo, divertito.

Aperse il biglietto e lesse una grafia incerta e sgrammaticata:


È l’una e quaranta di notte e stiamo affondando. Chiunque tu sia, ti supplico di pregare per me quando sarò morto. Che il Signore abbia pietà della mia anima.

Doran Murray, 15 aprile 1912


Confuso, egli alzò lo sguardo all’oceano e per un attimo non capì più dove fosse.

S'accasciò sulla spiaggia, con le gambe rese molli. Aveva un tremito violento alle mani, quella che reggeva il pezzo di carta, e l’altra aggrappata alla bottiglia, come se l’avesse scolata di colpo.

“Dio del cielo… ” mormorò il professor Murray. Non era possibile... doveva essere una coincidenza che lo scrivente avesse il suo stesso nome e cognome. Quello di un trisavolo morto nel disastro del 1912.

Lo sciabordio delle onde gli ricordava ora una musica di violini.

Una musica struggente.

E gli pareva che il suo cuore, così simile a un relitto arrugginito, emergesse dalle acque e si presentasse, infine, al cospetto del cielo.


Unknown landscape  di William Trost Richards (1833-1905)
Hudson School River






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mercoledì 25 gennaio 2017

Il Caffè della Rivoluzione - "Tempi moderni" del Settecento / 9




Chissà perché, mi ero sempre fatta l'idea che il Settecento fosse un secolo pigro, con gentiluomini incipriati mollemente distesi sui divani e nobildonne dal viso punteggiato di nei finti, che ci mettevano ore per abbigliarsi, ma anche che stavano a tavola per altrettante ore. Beh, diciamo che per questa classe sociale poteva essere anche vero, ma non per i contadini che si ammazzavano di lavoro nei campi o per gli operai che si spaccavano la schiena nelle fabbriche.

Ma che cosa succede agli orari giornalieri della borghesia, la "mandante" della Rivoluzione nel 1789, con i suoi giornalisti, i suoi avvocati, gli scrittori e gli intellettuali?

Ebbene, anche attraverso i pasti quotidiani, la Rivoluzione Francese trasporta di gran carriera i suoi protagonisti nell'era della modernità con i suoi ritmi convulsi e sfasati, perlomeno nelle grandi città e soprattutto a Parigi, motore della trasformazione. Nel rileggere La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione di Jean-Paul Bertaud, mi colpiscono infatti gli orari di colazione, pranzo e cena. Le loro modalità risultano straordinariamente simili a quelli delle metropoli dei giorni nostri dove tutto viene fatto in fretta, magari in piedi e ingollando il cibo senza masticare nel mentre si guarda l'orologio con il pensiero al prossimo impegno.


Donna che prende il caffè di Louis-Marin Bonnet, 1774

Secondo l'autore, infatti, al mattino è previsto un semplice caffè, e non una vera e propria lauta colazione come ci si potrebbe aspettare nella patria dei croissant... il che mi ha ricordato il milanese medio che per colazione beve frettolosamente una tazza di caffè e poi di corsa a lavorare.

Non esiste un vero e proprio pranzo, ma un veloce spuntino alle 11.00 con carne fredda o pesce, e qui ho visualizzato i panini portati dal bar sotto l'ufficio che durante le riunioni di lavoro si mangiano tra fogli, computer portatili, appunti e penne, per non perdere tempo.

Spesso e volentieri Robespierre e i suoi colleghi lasciano il Comitato di Salute Pubblica - l'organo governativo nato in seguito alle sconfitte militari e che con il tempo assumerà un enorme potere - tra le 17.00 e le 18.00 per andare a cenare. La cena diventa così il pasto principale della giornata, con bistecche, arrosto, e pane a volontà; e sul pane si dispone la carne tagliata a fette.

Qui accanto potete vedere un francobollo emesso in occasione del bicentenario della Rivoluzione in cui si mostra il Comitato di Salute Pubblica. Saint-Just in seduta plenaria (che abbiamo conosciuto nel primo post della serie, qui il link) è il primo sulla sinistra seduto con aria indolente e con l'aria francamente antipatica. Robespierre dovrebbe essere quello in piedi con il braccio alzato, e Danton quello seduto che guarda e non sospetta che quel braccio si sta per abbattere sulla sua testa a mo' di ghigliottina.

Nel documento sulla destra abbiamo la testimonianza di una seduta di lavoro-fiume particolarmente "impegnativa" che produsse un mandato d'arresto per Danton e i suoi amici firmato dai membri del Comitato di Salute Pubblica e dal Comitato di sicurezza generale il 30 marzo 1794, conservato negli Archivi Nazionali di Parigi. La firma di Bertrand Barère, il trasformista politico che abbiamo conosciuto di recente (qui il link al post), è quella a destra che si conclude con lo svolazzo più ampio e marcato. Come a dire: maggiore la superbia, più ampio lo svolazzo!


***

Riconosco di essermi in parte riconosciuta in questa descrizione di ritmi frenetici quand'ero una dipendente. Ora mi nutro in maniera un po' più sana o almeno tento. E voi vi ritrovate in questi "tempi moderni", come direbbe Charlot?


***

Fonte:
La vita quotidiana in Francia al tempo della Rivoluzione di Jean-Paul Bertaud, traduzione di Maria Grazia Meriggi - edizione Biblioteca Universale Rizzoli
Francobollo: Le Forum de Marie-Antoinette - La Rèvolution, à travers la Philatélie 


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sabato 21 gennaio 2017

Il Franken-meme di Nocturnia - I migliori blog del 2016... alla maniera greco-romana




Questo inizio d’anno è stato davvero apportatore di molte belle novità, ma non devo dimenticare nemmeno le gratificazioni ottenute alla fine del 2016, e che non sono poche. In primis l’uscita del mio nuovo romanzo storico Le strade dei pellegrini, e l'inizio delle letture per lo spettacolo Il Diavolo nella Torre da parte degli attori di TeatrOK... ma anche quattro segnalazioni per il Franken-meme di Nocturnia, il cui ideatore è Nick Parisi.

Siccome non lo conoscevo, sono andata a curiosare sul blog del suo artefice e ho scoperto che sin dal 2011 Nick ha ideato questo premio per citare, conoscere e far conoscere nuovi blog; in altre parole, diffondere i blog secondo noi meritevoli e che frequentiamo maggiormente. L’unica regola è quella di parlare dei blog a noi graditi, e non sparare a zero su quelli che non ci piacciono, con la scusa che il blogger ci sta antipatico. L’invidia è bandita insieme all’invidioso, che verrà gettato all’aperto con pianto e stridore di denti.

Pur rispettando all’incirca la scansione proposta da Nick e utilizzando uno dei suoi banner, ho apportato delle innovazioni. Paragonerò  il blogger a un personaggio della mitologia greco-romana con tanto di opera d’arte. I miei abbinamenti sono del tutto intuitivi, e rimangono sempre nell’ambito di un gioco atto a stimolare la visione e l’intelletto… ricordo di aver fatto qualcosa di simile per il Very Inspiring Blogger Award, solo scegliendo soggetti medievali.

Do quindi fiato alle trombe, o meglio alle buccine!


GLI IMPERDIBILI

Per me i siti imperdibili sono due:


Questo blog è stato per me è stato un’autentica rivelazione. Ebbi modo di incrociare Ivano presso il blog Anima di Carta, e ricordo che fece un commento a un’intervista che, in qualche modo, mi colpì perché era diverso da tutti gli altri. Infatti i suoi commenti hanno sempre qualcosa che non ti aspetti, se non altro perché molto spesso contengono un pizzico di umorismo. 

Non sempre ho tempo di visitare il blog, ma quando adocchio qualcosa che mi attira, come i post appartenenti alla "Trilogia delle Madri", faccio un nodo al mio fazzoletto mentale ripromettendomi di passare, e magari di leggerne due o tre di seguito. Sono partita da zero con la sua blog novel "Solve et Coagula", e ora mi sono riallineata con la pubblicazione delle puntate. Ivano è una persona molta garbata, ed è stato così gentile da apprezzare alcune delle mie iniziative e di seguirle con assiduità.

A lui assegno il dio Dioniso o Bacco per i Romani, un nume arcaico preposto alla vegetazione, all’estasi e all’ebrezza – un dio importantissimo, ma che è ingiustamente declassato a mero “dio del vino” nell'immaginario collettivo – e propongo Bacco e Arianna di Tiziano Vecellio, un quadro del 1520-1523.



La visita al blog di Maria Teresa è diventata un'abitudine, ma nel senso migliore del termine. Quando Maria Teresa non pubblica, vuoi perché c’è la pausa estiva o natalizia, vuoi perché ha degli impegni che la costringono a diradare i due post settimanali, mi sento orfana. Il blog Anima di Carta parla di scrittura, ma non solo. Parla dell’amore per la scrittura, che si sente a pelle, del desiderio di dare vita a un mondo immaginario e invisibile che ogni scrittore porta dentro di sé.

Maria Teresa è una blogger generosissima e disponibile, che fa vera condivisione di quello che apprende. Quando le chiedo qualche dritta per migliorare il blog, è sempre prodiga di consigli. I suoi post sono sempre interessanti non sono dal punto di vista teorico, ma anche da quello pratico. Anche nel suo caso, magari non mi soffermo molto su quelli tecnici, come la serie di Create MySpace, ma so che sono lì e che posso rileggermeli all'occorrenza per sperimentare qualcosa di nuovo. 

In considerazione della sua ultima creatura, il noir paranormale Bagliori nel buio, mi sono fatta l'idea che l'autrice abbia una sensibilità molto particolare. Di suo ho letto anche I custodi del destino. A lei assegno la Sibilla Persica, ritratta in questo quadro di Benedetto Gennari. Le sibille erano donne dotate di virtù profetiche ispirate da un dio (solitamente Apollo) in grado di fornire responsi e fare predizioni, per lo più in forma oscura o ambivalente. Questo quadro mi piace perché la profetessa è un po’ pensierosa e ha la penna in mano.


I CONSOLIDATI

Tra i blog e i blogger che seguo ormai da tempo nomino:


Il blog di Antonella mi piace perché tocca vari argomenti e lo fa in modo preciso e accattivante, ma senza essere sentenzioso. Ha vari percorsi al suo interno, come quello di “Scrittevolezze”, che è uno dei miei preferiti, o quello di “Piovono libri” dove racconta della sua esperienza con il gruppo di lettura. Di recente ha introdotto il gustosissimo “Inseguendo la cometa” dove, con l’aiuto di Violetta, illustra il suo percorso semiserio che l’ha portata all’adozione della sua bambina. 

Antonella è una persona molto preparata, e lo si capisce molto bene dal tenore dei soggetti che sceglie, e da come argomenta i suoi punti di vista con franchezza e decisione. Inoltre è un'eccellente scrittrice di gialli, avendone io letto due (La roccia nel cuore e Sherlock Holmes e l'uomo meccanico) oltre che vari suoi racconti. A lei assegno dunque Atena, dea della sapienza, e il quadro di Gustav Klimt Pallade Atena con le immancabili civette.



Elisa si occupa di teatro, che è la sua grande passione. Il teatro è antico come l’umanità stessa, e accende una magia con cui il cinema non può competere. Si può fare teatro con una sedia e un tavolo, all’aperto o al chiuso, stando seduti come spettatori o muovendosi, mentre il cinema ha un lato tecnico che è impossibile da superare senza delle risorse economiche anche notevoli.

Se avete delle curiosità sul teatro, come io ne ho avute, Elisa è sempre pronta a soddisfarle scrivendo un post ad hoc, come ha fatto per colmare la mia ignoranza sul metodo Stanislavskij, uno stile di insegnamento della recitazione messo a punto da Konstantin Sergeevič Stanislavskij, oppure quali indicazioni si inseriscono in un copione teatrale

Ho avuto la fortuna di conoscerla di persona, ed Elisa si è confermata una persona molto simpatica! Com’è ovvio non potevo che assegnarle Melpomene, musa preposta alla tragedia, che qui vedete nel dipinto Esiodo e la musa (1891) di Gustave Moreau. Oltretutto le assomiglia anche un po’!



Luz gestisce il suo raffinato blog coniugando l’amore per la letteratura con quello per il teatro, grande come quello di Elisa. I suoi articoli sono imperdibili per cura e profondità e ci propongono spesso dei punti di vista differenti da quelli della sentir comune. Attualmente stiamo portando avanti un progetto dedicato alla cultura dei Nativi americani, ma abbiamo altre idee in mente… sì, perché Luz è un vero e proprio vulcano. Come tutte le persone colte, da un approfondimento nasce un secondo approfondimento, e via discorrendo. Di recente ho scoperto che è anche un'ottima illustratrice, per cui... siamo nell'arte a tutto campo! E non ho dubbi che sia anche un'eccellente insegnante.

Per questo motivo le assegno nientepopodimeno che Apollo dio di tutte le arti, della musica, della profezia, della poesia, della medicina, delle pestilenze e della scienza che illumina l'intelletto e "padre" delle muse. Per l'occasione scelgo una scultura che mi è sempre piaciuta moltissimo, ovvero l'Apollo di Veio, una scultura in terracotta dipinta, della fine del VI secolo a.C., forse attribuibile allo scultore etrusco Vulca e conservata nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. Il dio è colto in un movimento avanzante, mentre sulle sue labbra aleggia un sorriso enigmatico almeno quanto la celeberrima espressione di Monna Lisa.



Lo scopo del blog recita: “Commenti su libri, autori ed editoria, occasionali divagazioni su fumetti, film e altre forme di intrattenimento.” Ma il blog di questo team di autori è molto altro: una vera e propria miniera d'oro per l’editoria indipendente e poco conosciuta, che qui trova ampio spazio. 

Per me, però, il blog si identifica soprattutto con Glò, che è la più attiva (non me ne vogliano gli altri), e il suo inconfondibile avatar di Totoro. Glò è una macchina da guerra sia per quanto riguarda la lettura dei libri che propone e gli articoli che scrive, sia per i commenti che fa sui blog altrui, e per l'ultimo racconto ideato per Insieme raccontiamo di Patricia Moll. Le assegno dunque le Furie o Erinni: creature alate temibilissime che non dormivano mai e che erano le personificazioni della vendetta al femminile.

Qui le vedete all'attacco nel quadro Oreste inseguito dalle Erinni ( o Il rimorso di Oreste, opera di William-Adolphe Bouguereau, 1862). Occhio ai co-amministratori uomini del blog! ;-)



LE NEW ENTRY

Ho scoperto il blog The Obsidian Mirror in modo del tutto casuale, ovvero lasciando un commento a una vecchia recensione su La musica di Zahn di Lovecraft. A dire la verità avevo già incrociato il suo titolare sul blog di Ivano, ma il suo avatar mi metteva molto in soggezione. La nostra reciproca conoscenza è nata quasi di botto dopo il restyling del mio blog, avvenuto nel mese di agosto, dove ho citato una sua maniera di classificare i post da cui avevo preso spunto.

Da lì è partita una serie di letture e commenti sui relativi blog. Il suo è a dir poco stupefacente per ricchezza e profondità di temi trattati. Lui asserisce di essere un blogger pigro, ma se i pigri fossero tutti così… Al momento sto seguendo la serie Ghost in the Well e quindi scoprendo la leggenda giapponese che ha portato allo sviluppo del personaggio di Sadako nella serie cinematografica Ring. Essendo io una grandissima fifona, guardo di rado i video dei film e degli spezzoni che propone. Sono però molto incuriosita dalla mia esplorazione, che ho deciso di portare fino in fondo, ma con i miei ritmi… perché se lui sostiene di essere un orso da letargo, io sono un bradipo: lenta ma inesorabile. Prima o poi arrivo.

Nel suo indice ci sono un sacco di argomenti interessanti, specie nel punto "Dove si parla di persone" con personaggi storici come Rasputin o Beatrice Cenci. Tra l’altro ho scoperto che ha una co-blogger, Simona, che è anche la sua compagna, e quindi sono doppiamente contenta della mia scoperta.

Visti i soggetti trattati in The Obsidian Mirror, assegno Ade, dio degli Inferi e come immagine scelgo un Busto di Ade, marmo, copia romana di un originale greco del V secolo a.C. (attualmente a Roma, Museo nazionale romano). 



Ho fatto da levatrice a questo blog della mia amica Clementina, incoraggiandola a trovare uno spazio suo per esprimere le sue opinioni e non affidandosi a Facebook che è una sorta di fenomenale minestrone dove non si può organizzare quasi nulla secondo le proprie esigenze. Anche lei infatti spazia in diversi campi, con riguardo al sociale e alla comunicazione, ma anche all’arte in cui è particolarmente ferrata. Ha scritto un romanzo giallo, che s'intitola Niente Panico. ambientato nella Milano anni '50.

Dato che Clementina è una delle persone più intelligenti che io conosca, rapida e intuitiva, la abbino a Ermes o Mercurio, che qui vedete in piena azione tra le nuvole in un affresco di Giambattista Tiepolo del 1653.



BLOG IN EVOLUZIONE
Questa è una categoria introdotta da me per presentare:

Il blog di Grazia sta attraversando una vera e propria trasformazione, che lo rende più interessante e originale. La sua titolare scrive ora articoli di natura più introspettiva, e che spesso esulano dalla scrittura, come un subacqueo che sta sondando nuovi fondali inesplorati. Penso che ci riserverà ancora molte sorprese! Di lei ho letto Due vite possono bastare.

Non so come mai, ma ho sempre associato Grazia a un principio maschile guerriero. Infatti nell’accostamento medievale di cui vi parlavo, l’avevo abbinata al cavaliere. Questo è inspiegabile, perché Grazia è una persona pacifica… almeno che io sappia! E quindi anche stavolta, parlando di miti e dei, debbo abbinarla per forza al dio della guerra Ares, Marte per i Romani. Per lei ho trovato questo: Allegoria della pace e della guerra, un dipinto di Pompeo Girolamo Batoni, dove il dio è dubbioso in quanto ha incontrato sulla sua strada la bellissima pace che cerca di farlo recedere dai suoi propositi bellicosi. 


I DESAPARECIDOS

Il fatto che Marcella non aggiorni più il suo blog da tempo mi dispiace molto, perché lo apprezzo parecchio ed è un blog raffinato e con dei post di qualità. E, purtroppo, se un blog è statico da mesi non invoglia nemmeno a esplorarlo. Mi auguro che sia soltanto un intoppo momentaneo e lei possa riprendere a pubblicare le sue bellissime proposte quanto prima. Assegno Selene, dea della luna che guardacaso campeggia sul suo banner, qui in un altare collocato al Museo del Louvre.


UNA MENZIONE SPECIALE VA A :

Lo spazio si sta assottigliando, ma non posso dimenticare anche i seguenti blog e blogger, che seguo con una certa costanza tempo permettendo (il link al personaggio porta al relativo link di Wikipedia):

Myrtilla's House di Patricia Moll - divinità abbinata: per Patricia m'ispira Demetra, dea del grano, dell'agricoltura, del raccolto, della crescita e della nutrizione. 

Il Taccuino dello Scrittore di Marina Guarneri – divinità abbinata: Artemide, dea della caccia, della selvatichezza, degli animali, delle ragazze, del parto e della luna. 

Infinitesimale di Massimiliano Riccardi – divinità abbinata: Ceo, titano dell'intelletto e asse del cielo intorno al quale ruotano le costellazioni. Di lui ho letto Joshua. 

Liberamente Giulia di Ludovica Giulia Mancini - divinità abbinata: Teti, titanessa dell'acqua fresca, madre di fiumi, sorgenti, ruscelli, torrenti, fontane e nuvole.

Arcani di Marco Lazzara - divinità abbinata: Efesto, dio del fuoco, della metallurgia, e dell'artigianato. 

Il blog di Ariano Geta - divinità abbinata: Prometeo, titano della previdenza e del buon consiglio, creatore della razza umana (mi ha dato lui lo spunto con l'ultimo post!)

Sandra de I libri di Sandra - divinità abbinata: Febe, titanessa della mente arguta e della profezia, moglie di Ceo.

Marco Freccero di Marco Freccero - divinità abbinata: Poseidon, dio del mare... per chiudere in bellezza e visto che è un ligure doc. Di lui ho letto Non hai mai capito niente, una raccolta di racconti che appartiene alla trilogia delle Erbacce.

Bene, questo è tutto! Spero di non avere fatto pasticci e soprattutto che vi siate divertiti con i miei strampalati abbinamenti. Ah, sì, avrete notato anche voi che mancano "mamma è papà" ovvero Zeus ed Era, ma noi siamo figli indipendenti e un tantino anarchici.

Alla prossima!

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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

DRAMMA TEATRALE

DRAMMA TEATRALE
Il Diavolo nella Torre, dramma storico sul terribile messer Bernabò Visconti. Vissuto tra il 1323 e il 1385, uomo dalle molti amanti e dai cinquemila cani, fu signore di Milano e temuto al punto da essere soprannominato il Diavolo.

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