Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

BERNABO' VISCONTI E LA SUA FAMIGLIA

Affresco a Santa Maria Novella, Firenze - secolo XIV.

VITA DI TRINCEA

Prima Guerra Mondiale (1914-1918).

mercoledì 22 novembre 2017

“Buck e il terremoto”, una zampa di solidarietà


“Buck e il terremoto” è la prima di tre antologie a carattere solidale, che ha inaugurato la raccolta di fondi destinati alla Croce Rossa Italiana per le popolazioni di Amatrice e Accumoli colpite dal terremoto del 2016.

Allora, Buck e io ne abbiamo parlato a lungo, questa notte. Lui diceva che non poteva restare indifferente a una cosa così triste accaduta in Centro Italia, dove vivono tanti suoi parenti lupeschi. Io ero assolutamente d’accordo. Quindi ci è venuta questa idea che adesso vi proponiamo.” Con queste parole la curatrice dell’antologia, Serena Bianca de Matteis, presenta lo spirito che sta alla base della raccolta, e che è quello di coniugare il piacere della scrittura con quello della solidarietà. Intraprendere un'attività che amiamo è il modo migliore per dare anima e significato a qualcosa che rimarrebbe piuttosto inerte, nel caso fosse compiuto per mero senso del dovere o di colpa. Ha così formato un vero e proprio branco – è il caso di dirlo – non soltanto composto da autori, quasi tutti blogger, che hanno donato un racconto per andare a costituire l’antologia, ma anche di professionisti del settore editoriale. Questi ultimi hanno lavorato all’editing, alla copertina, all’impaginazione e alla cura della promozione sui social networks per offrire un prodotto di buon livello e farlo conoscere.

In questa antologia specifica ogni racconto ha per tema portante il cane o il lupo, il terremoto come elemento facoltativo e un irrinunciabile messaggio di speranza finale. I racconti tutti sono di ottimo livello, e appartengono a generi differenti. Possono quindi soddisfare molteplici palati. C’è la favola, la fantascienza, la leggenda, il racconto classico; nel loro ambito si staglia, inconfondibile, la presenza di un cane, o di un lupo. Sia che si tratti di quell’animale da compagnia che ben conosciamo, o di quello più selvatico che è ritornato a popolare i nostri boschi, esso ci rimanda alla parte più profonda ed emozionale del nostro essere. Una parte che, a sua volta, si collega alla natura con cui abbiamo sovente smarrito i contatti, e che un evento catastrofico come il terremoto ci ricorda bruscamente. Una scossa di terremoto diviene così un terribile memento per tutti, che ci può togliere ogni cosa: gli affetti più cari, l’abitazione, la salute fisica e psicologica, la vita stessa.

E la natura non è, in sé, buona o cattiva come saremmo portati a giudicarla sull’onda della disperazione o della rabbia. La natura è, e ci rammenta quanto l’esistenza, di uomini e animali, sia fragile. Sta agli uomini agire e reagire agli eventi di questa portata, a seconda del loro livello morale. C’è chi, tristemente, saccheggia tra le rovine delle case, o chi specula sulla disgrazia per arricchirsi, come abbiamo appreso, a distanza di tempo, dalle inchieste giudiziarie e giornalistiche.  Oppure c’è chi si rimbocca le maniche e aiuta, sia per professione come nel caso degli addetti alla protezione civile, sia per quell’impulso che spinge all’aiuto sotto forma di volontariato. L’antologia “Buck e il terremoto” è nata esattamente sulla scorta di questo impulso. E, come ha spiegato la curatrice, l'intento non è chiedere un’elemosina, ma proporre un prodotto preparato col cuore, con un prezzo adeguato, e che può tenerci una piacevolissima compagnia durante alcune ore. 

Così, ad esempio, possiamo rimanere sgomenti col racconto che inaugura l’antologia, proprio Terremoto di Michele Scarparo, o commuoverci con Carlotta di Sandra Faè. Possiamo immedesimarci nell’angoscia degli studenti di La scuola di Massimiliano Enrico, o addirittura sorprenderci con il mito, come ne La lupa della grotta di Velma J. Starling, solo per citarne alcuni. La condivisione è diventata, in questo caso, non il frivolo e spesso inconcludente chiacchiericcio del web e dei social, ma comunanza d’intenti profonda. E l’antologia solidale conterrà qualcosa dell’animo di tutti coloro che hanno dato una mano… anzi, una zampa!

Sono anche molto contenta di poter pubblicare qualche fotografia della presentazione avvenuta a Bookcity il giorno 18 novembre nella splendida cornice del nostro Castello Sforzesco di Milano.


Bookcity nel cortile del Castello Sforzesco.


Serena Bianca de Matteis presenta l'iniziativa nella Biblioteca d'Arte.


Elisa Elena Carollo legge e interpreta "Terremoto" di Michele Scarparo.


Edoardo Camponeschi legge e interpreta "il guardiano" di Marco Stabile.

E voi, che ne pensate? Natale si avvicina e c’è ancora molto da fare, incluso pensare ai regali! Ecco qualche consiglio per voi alle seguenti pagine dedicate a "Buck e il terremoto":



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sabato 18 novembre 2017

Galleria di grandi donne: Christine de Pizan / 5


Scrittrice, filosofa, poetessa, intellettuale, ma anche agente di se stessa e curatrice della propria immagine. Una donna, penserete, che non ebbe tempo da dedicare alla propria vita familiare, tutta presa com'era dal lavoro. Nient'affatto, perché fu anche moglie e madre. Stiamo parlando di una donna contemporanea? No, oggi la protagonista della mia galleria di grandi donne è

Christine de Pizan

vissuta tra il 1364 e il 1430. Il seguente articolo porta la firma di Antonella Scorta, autrice di un guest post sulla ricerca dei propri antenati che, se volete, potete ritrovare qui. Le ho chiesto infatti di scrivere un pezzo su una delle grandi donne del passato da inserire nella mia galleria, e ho scelto Christine. I motivi sono duplici: l'avevo sempre sentita nominare, ma non si può dire che io la conoscessi a fondo; volevo proporla come un esempio di libertà intellettuale in una società che alle donne concedeva, e concede, assai poco. Oltretutto Christine mi è particolarmente simpatica perché abbiamo lo stesso nome... ! Ma ora ringrazio di cuore l'autrice e le lascio senz'altro la parola.

***

La signora in blu

Alzi la mano chi conosce il nome di Christine de Pizan. Se la signora in questione fosse stata di sesso maschile certamente avrebbe un ruolo fondamentale nella storia della letteratura e sarebbe nota anche ai non addetti ai lavori. Invece, oggi, forse soltanto qualche militante femminista la ricorda. Con questo post vorremmo colmare questa lacuna, raccontando la storia di una donna dal multiforme talento, la cui vita è stata sicuramente eccezionale per l’epoca. E per diversi motivi.

Il primo: pur essendo una femmina, ricevette un’istruzione, per volere del padre, evidentemente uomo lungimirante e all’avanguardia. La figlia lo definisce, infatti, con riconoscenza “uomo pieno di tesori tanto preziosi quanto impossibili da rubare trattandosi di beni immateriali, quali virtù e sapienza”. Tommaso da Pizzano, così chiamato in quanto la famiglia era appunto originaria di questo piccolo borgo nel bolognese, era professore all’università di Bologna e venne poi chiamato dal re Carlo V il Saggio alla corte di Francia come medico e uomo di cultura e soprattutto per le sue conoscenze astrologiche.

Cristina, quindi, a tre anni si trasferì a Parigi con la famiglia e lì rimase per tutta la vita, passando perciò alla storia con il nome francesizzato di Christine de Pizan. La fortuna, che fu molto favorevole negli anni ottanta del Trecento, mutò quando in rapida sequenza morirono il re che li aveva chiamati a Parigi, lo stesso Tommaso e anche il marito di Christine, il notaio Etienne Castel, che la lasciò vedova con tre figli a soli 25 anni.

Quest’avvenimento che normalmente significava la fine della vita di una donna per lei segnò invece un nuovo inizio, perché la nostra eroina invece di chiudersi in convento si inventò una nuova esistenza. Divenne scrittrice. E di successo. Infatti, cominciò a comporre delle ballate che ottennero il favore del pubblico che allora contava davvero, ovvero la corte. Successivamente si dedicò alla stesura di opere pedagogiche, a cominciare dall’Epistre Othea, un manuale di educazione scritto ufficialmente per suo figlio, ma in realtà dedicato a Luigi d’Orleans, fratello minore del nuovo re Carlo VI.

Perché Christine era abilissima nel rivolgersi alle persone “giuste”. Era letterata ma anche agente letterario di se stessa: per questo riuscì a trasformare quella che prometteva di essere soltanto un’occupazione di svago in una professione. Furono proprio i potenti del suo tempo (i sovrani stessi e i cortigiani che intorno a loro ruotavano) che le commissionarono delle opere pagandogliele profumatamente. E quindi, divenne la prima e forse unica donna del Medioevo “intellettuale di professione”, riuscendo così a mantenere se stessa e la sua famiglia, dopo il periodo di difficoltà in cui si era trovata in seguito alla morte del padre e del marito.

Paradossalmente la sua fortuna è dovuta anche al fatto di essere di sesso femminile: le sue opere erano richieste proprio perché scritte da una donna, cosa inaudita. Così Filippo l’Ardito, fratello di Carlo V, commissionò a lei e non ad altri la biografia del defunto re. E quest’opera naturalmente contribuì ad accrescere la sua fama.

Anche se la celebrità di Christine è dovuta soprattutto al ruolo svolto nella disputa sul Roman de la Rose di Jean de Meung. Proprio per controbattere le idee maschiliste di quest’opera decisamente misogina, Christine prese la penna e anche in quest’occasione confermò ancora una volta di essere un’abile donna di marketing, indirizzando le Lettere sul romanzo della rosa alla regina Isabella di Baviera. Inoltre, mostrando il suo coraggio nell’opporsi a un celebrato intellettuale come Jean de Meung e dimostrando che le donne non avevano soltanto corpo ma anche cervello e anima, divenne un personaggio famoso e rispettato nel panorama culturale di inizio Quattrocento.

Oltre a essere molto intelligente la nostra Christine era anche molto efficiente: rapidissima nello scrivere, consegnò la prima parte della biografia di Carlo V quattro mesi dopo averne ricevuta la commissione e in un anno la portò a termine; tra il 1404 e il 1405 scrisse tre libri, ne concluse due che aveva in preparazione e ne iniziò un altro. Non solo: aveva organizzato un suo “scriptorium” in cui lavoravano amanuensi e miniatori e quindi produceva lei stessa i codici delle sue opere, curandone anche l’aspetto iconografico.

Così le immagini di Christine che la storia ci tramanda sono state confezionate proprio da lei: la vediamo, infatti, nelle miniature che arricchiscono i suoi manoscritti vestita di blu, con un abito molto sobrio senza gioielli e orpelli e con un copricapo bianco dalla foggia tipica dell’epoca. La scelta del blu non è casuale: è un colore serio ma non triste e lugubre come il nero ed è comunque una tinta riservata alle persone agiate, mentre i popolani erano vestiti in tutte le possibili sfumature di marrone. Si fa sempre rappresentare circondata da libri, nell’atto di scrivere, oppure di insegnare al figlio.

Oppure, un’altra rappresentazione più volte ripetuta è quella di Christine che scava la terra per porvi le fondamenta della Città delle dame (titolo di una delle sue opere più note, che richiama Sant’Agostino): questa mitica città che la scrittrice costruisce su ispirazione di Ragione, Rettitudine e Giustizia è abitata dalle donne famose della storia lontana o recente, da Zenobia e Semiramide a Isabella di Baviera e Valentina Visconti (sì, proprio la figlia di Gian Galeazzo signore di Milano che aveva sposato Luigi di Valois, diventando duchessa d’Orleans).

Ma la donna che suscitò l’entusiasmo di Christine e la indusse a ricominciare a scrivere dopo che si era ritirata in convento disgustata dalle atrocità che aveva visto a Parigi negli scontri tra una fazione e l’altra (non dimentichiamo che la scrittrice visse ai tempi della Guerra dei Cent’anni che funestò l’Europa per più di un secolo con carneficine d’ambo le parti) fu Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orleans che mise fine all’interminabile conflitto e permise al debole Carlo VII di consolidare il potere come re di Francia e sconfiggere gli odiati inglesi. Un’altra donna eccezionale, che faceva “cose da uomini”, in questo caso non un’intellettuale ma una guerriera, una ragazzina semplice che la sorte rivestì di una fulgida armatura, ma la cui storia finì male. La pulzella fu bruciata sul rogo come strega. Ma Christine non lo seppe mai perché morì prima, alla rispettabile età di 65 anni, dopo una vita piena, ricca e fortunata.

***

Siete contenti di aver fatto la conoscenza con questa figura di donna? Io sì, perché rappresenta un esempio straordinario di intraprendenza, lungimiranza e talento, tutti ben combinati in un modello che ha ancora molto da insegnarci.

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Fonti articolo:

  • "Un'italiana alla corte di Francia" di Maria Giuseppina Muzzarelli - Il Mulino
  • "Autunno del Medioevo" di Johan Huizinga - BUR

Fonti immagini: Wikipedia
  • Figura 1: Christine de Pizan in una miniatura
  • Figura 2: Christine de Pizan educa suo figlio (1413), Attribuito a Maestro di Bedford
  • Figura 3: Christine de Pizan offre una copia dei suoi lavori alla regina Isabella di Baviera, moglie del re Carlo VI
  • Figura 4: La Città delle Dame

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sabato 11 novembre 2017

Evento a Bookcity: presentazione dell'antologia "L'amore non crolla"


Questo meraviglioso 2017 mi ha regalato un'ulteriore soddisfazione, cioè quella di essere entrata a far parte del branco che ha già al suo attivo la pubblicazione di due antologie a carattere solidale: Buck e il terremoto e Storie di Gatti, le cui copertine campeggiano nella mia Home Page.

Scopo di queste antologie è la raccolta fondi da destinare alla Croce Rossa Italiana per le popolazioni di Amatrice e Accumoli colpite dal sisma del 2016.  Tutti i report delle donazioni e altre notizie sono infatti disponibili su www.buckeilterremoto.com.

Il tema portante della nuova raccolta è il Natale con un messaggio di speranza finale e, in modo facoltativo, gli animali e il terremoto. Mi sono detta dunque, perché non provare a inviare un racconto per partecipare a questa bellissima iniziativa? Con immensa gioia, il mio racconto Notte di Natale ad Arras è stato accettato. Si tratta di un racconto con un protagonista all'altezza della sua fama... per sapere di chi si tratta, occorre comprare la raccolta!

Ecco però l’elenco completo di ben 22 racconti con il nome dell'autore, tratto dal sito di Buck e il terremoto

  1. Anna Maria Scampone, Lettera a Babbo Natale
  2. Cristina M. Cavaliere, Notte di Natale ad Arras
  3. Daniele Imperi, L’albero della città del vento
  4. Elena Grespan, Il Natale secondo mia madre
  5. Fabrizia Scorzoni, Il presepe
  6. Gaspare Burgio, Spirito natalizio
  7. Giampy Calibano, Babbo, la paura e i superpoteri
  8. Giuliana Leone, La ginestra
  9. Giuseppe De Micheli, Pane a Natale
  10. Giuseppina Ricci, Profumo di pane
  11. Gloria Maria Magnolo, Babbo Natale sa di cioccolato
  12. Leonardo Magnani, Candido come la speranza
  13. Licia Luisetto, Il primo regalo di Natale
  14. Nadia Banaudi, I guardiani della neve
  15. Paolo Cestarollo, Il giaciglio
  16. Rosa Oliveto, Il pranzo di Natale
  17. Sandra Buttafava, Zenzero
  18. Serena De Matteis, Natale a Sante Marie
  19. Silvia Algerino, Un giorno come un altro
  20. Tiziana Balestro, L’ultimo Natale
  21. Deborah Leonardi, Natale
  22. Velma J Starling, La volpe di Borgo Faggio




L'antologia verrà presentata nello splendido Castello Sforzesco di Milano il giorno 

18 novembre alle h. 18.00 

alla Biblioteca d'Arte nell'ambito della manifestazione Bookcity. Saranno presenti Serena Bianca De Matteis, la curatrice della raccolta, Edoardo Camponeschi e Elisa Elena Carollo, la titolare del blog Drama Queen con cui c'è ormai un'intesa consolidata, e Sandra Faè amministratrice del blog I libri di Sandra e mia vicina di "studio" a Milano. Altre informazioni al seguente link.

Io me lo sono segnata in agenda e sto invitando un po' di persone di Milano e dintorni... e a meno che non mi caschi un vaso di fiori in testa assisterò anch'io! L'appuntamento per noi è all'ingresso principale del castello alle 17.00 circa per prendere un caffè insieme e fare due chiacchiere.

Potete inoltre cogliere l'occasione per partecipare ai numerosissimi eventi letterari e culturali che in occasione di Bookcity si svolgono in tutta la città e la rendono particolarmente dinamica e frizzante... più del solito.

A presto!

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Foto del castello: Commons Wikimedia

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mercoledì 8 novembre 2017

Il blog indemoniato, richiedesi esorcista



Cari tutti,

alcuni voi si saranno accorti che da qualche giorno nella schermata dei miei commenti appare la Home Page in modalità mobile, ed è quindi impossibile commentare.

Mi sono sentita subito in colpa pensando di essere io la responsabile, data la mia scarsa propensione per la tecnologia - appena tocco, disfo. Ho lanciato l'allarme su Facebook, e alcuni blogger (non tutti) mi hanno confermato di avere gli stessi problemi. Mettendo la modalità Google nelle impostazioni, tiene l'eventuale nuovo commento, ma ripristinando Blogger lo stesso scompare; ragion per cui non voglio far perdere tempo ed energie preziose a nessuno e preferisco avvisare che la cosa non dipende da me, ma da probabili lavori in corso.

Nella speranza che il problema si risolva a breve per poter pubblicare l'articolo del sabato, ho chiamato un esorcista secondo la migliore tradizione!

A presto e buona serata,

Cristina

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sabato 4 novembre 2017

Il Caffè della Rivoluzione: La rivoluzione dei consumi e dell'igiene / 32




Ho appena terminato di leggere uno dei miei libri universitari dal titolo La società di antico regime (XVI-XVIII secolo) di Gian Paolo Romagnani, che per me è stato un autentico "sballo". ;) Il saggio offre una panoramica dei temi e dei problemi storiografici; e uno dei grandi argomenti che collegano quell'epoca alla nostra è l'insorgere della rivoluzione dei consumi.

Nel saggio di Romagnani, si spiega che in realtà la capacità di consumare dipende da una quantità di vincoli che non sono solo riferiti alla disponibilità di beni sul mercato, ma anche a elementi sociali, culturali e simbolici. Un bene prodotto, come un paio di scarpe, può non essere richiesto finché il contesto sociale in cui non si colloca non lo rende fruibile da gruppi precedentemente esclusi dal suo utilizzo. L'autore fa un esempio molto... calzante: se ad esempio i contadini bretoni o polacchi usano tradizionalmente gli zoccoli, la presenza sul mercato di scarpe a prezzo moderato non li rende per questo un oggetto di desiderio. La disponibilità delle forchette da tavola non le rende un bene di largo consumo finché permane, anche tra i ceti aristocratici e la corte di Francia, il costume di mangiare con le mani. Il Re Sole Luigi XIV docet.

Il Settecento è il secolo nel corso del quale si afferma un consumo tendenzialmente di massa, rendendo le differenze sociali meno percepibili per quanto riguarda una serie di consumi di base. Abbigliamento, riscaldamento, illuminazione, arredo, cibo, trasporti, cultura, diventano poco a poco, ma sempre più rapidamente, consumi a disposizione di tutti i ceti sociali, pur con notevoli differenze nella qualità dei prodotti. Si impone la necessità del superfluo! Si comincia persino a curare l'igiene personale, pratica caduta in disuso nei secoli precedenti. La "rivoluzione dell'igiene", almeno nelle realtà urbane, migliora le condizioni di vita delle persone, e favorisce una minore diffusione delle malattie e un aumento della vita media.

C'è anche la progressiva diffusione della biancheria, sconosciuta nelle classi inferiori, via via utilizzata sia dalle donne che dagli uomini di tutte le età e ceti sociali. In una città di 600.000 abitanti, com'era la Parigi di metà Settecento, si lavano almeno 200.000 camicie al giorno, e quindi le lavanderie e stirerie si trasformano in vere e proprie imprese di servizi. Facendo un paragone dei giorni nostri, un tempo per la Fiat lavoravano non solo gli stabilimenti di produzione, ma anche tutto l'indotto. Tornando alla biancheria del Settecento, si può ben dire che l'uguaglianza passa anche... dall'intimo!

Anche le trasformazioni nell'abbigliamento sono decisive. I prodotti in cotone soppiantano rapidamente quelli in panno in lana, destinando la seta a un mercato di nicchia. Gli abiti sono più leggeri e vanno sostituiti più spesso, incrementando il mercato. Mentre la moda diventa un'industria, il gusto si raffina e si estende ai ceti medi. Il polsino di pizzo non è più prerogativa dei nobili; il bottone soppianta la spilla e i lacci; il corpetto femminile si afferma anche fra le donne del popolo, così come le scarpe con i tacchi alti. La parrucca domina ancora, ma le sue dimensioni si riducono e il suo uso si estende dall'aristocrazia alla borghesia e al ceto medio. Chi non ricorda, peraltro, le famose parrucche di Robespierre, che si ostinava a indossarle in qualsiasi circostanza, sdegnando il berretto rosso simbolo di libertà?

Per quanto riguarda la rivoluzione dei consumi, avevo trovato lo stesso concetto in La moda. Una storia dal Medioevo a oggi di Giorgio Riello, recensito qui sul blog. Dalla mia recensione estraggo un passaggio su un altro fenomeno interessante, cioè la nascita delle vetrine e della pubblicità. "Nascono i cosiddetti negozi dotati di vetrina, attraverso cui il potenziale cliente osserva la merce esposta; può entrare nella bottega, un luogo raccolto e quasi intimo e, dulcis in fundo, nel retrobottega dove vengono mostrate le merci veramente esclusive, appannaggio di clienti selezionati e danarosi. E nascono, timidamente, le prime forme pubblicitarie con i manifesti e i primi 'cataloghi' di abiti per signora, come il Lady’s Magazine del 1759, piccoli e maneggevoli, dunque di facile consultazione. Parigi e Londra si contendono il primato di capitali della moda, del consumo e dello shopping, con clienti che peregrinano dall'una all'altra città per acquistare e passare il tempo."

Insomma, per concludere l'articolo, il Settecento e soprattutto la Rivoluzione Francese non finiranno mai di stupirci!

***

Ho sempre seguito la moda non in termini di abbigliamento personale, ma come espressione individuale e sociale. Quali sono, secondo voi, i maggiori status symbol ai giorni nostri in fatto di abbigliamento sia maschile che femminile (se pure ne sono rimasti)?

***

Fonte testo:

  • La società di antico regime (XVI-XVIII secolo) di Gian Paolo Romagnani - Carocci editore
  • La moda. Una storia dal Medioevo a oggi di Giorgio Riello - edizione Laterza


Fonte immagini:

  • Jacques-Louis David. Ritratto di Monsieur Sérizat. 1795. Olio su tela. Parigi, Louvre 
  • Jacques-Louis David. Ritratto di Madame Sériziat col figlio. Olio su tela. Parigi, Louvre


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mercoledì 1 novembre 2017

"La lettera anonima": il mio monologo sul blog Drama Queen





Buona festività di Ognissanti, come prima cosa. Anche il mese di novembre promette di essere scoppiettante, per cui questo è un post estemporaneo rispetto alla normale programmazione. Infatti c'è una prima graditissima novità: il monologo che avevo scritto per Elisa Elena Carollo, 


La lettera anonima

era giunto in finale ed ora è stato interpretato da Elisa in un video pubblicato ieri sul suo blog. Insieme con il mio testo ci sono quelli degli altri due autori finalisti, ambedue bellissimi e molto diversi tra loro, cioè Amori di Gabriele Marelli e Tutto tranne gli occhi di Romina Tamerici.

Il mio testo è il seguente:
Stamattina ho ricevuto un’altra lettera. Chi scrive più lettere al giorno d’oggi? Eppure ho trovato anche questa nella mia casella, con tanto di francobollo. Come al solito, non c’è alcun mittente (se la rigira tra le mani), ma il nome e l’indirizzo sono corretti. Senza ombra di dubbio. (Riflette) Potrebbe avermela inviata chiunque: amici in vena di scherzi, amanti o ex, i miei genitori no, lo escludo. Potrebbe averla scritta un ammiratore… o, peggio, uno stalker. (Entra visibilmente in ansia)
(Se la rigira tra le mani, poi si rivolge al pubblico) La apro o no? Non siete curiosi anche voi? Beh, una lettera anonima è come un libro senza autore e titolo in copertina. Devi aprilo per sapere, almeno, chi l’ha scritto.
(Colpita da un pensiero improvviso) Ma, così facendo, ne distruggerei il mistero. Così, invece, è uno scrigno di possibilità. Potrebbe contenere l’annuncio di un lutto o una minaccia. Cose negative. Ma potrebbe uscirne una poesia, o una dichiarazione d’amore. La bellezza, in altre parole. (pensierosa)
Addirittura, potrei averla scritta io… a me stessa, e non ricordarmene. (fa una faccia strana) No, non la aprirò affatto. La lascerò così, e la metterò nella stanza accanto, insieme con le altre. Anche loro sono rimaste chiuse. Quante sono? Mmm… con questa, sono 666 lettere. Ho tenuto il conto. Che strano numero, però, mi ricorda qualcosa… o qualcuno.
Oh, il campanello della porta! (si avvia, curiosa) Forse è lui, l’autore delle lettere… che finalmente viene a trovarmi. Non vedo l’ora di sapere chi è. (si rivolge al pubblico) Voi no?
E, per guardare il video, ecco a voi il link relativo che vi porta al blog di Elisa! Avete inoltre la possibilità di votare uno dei tre testi, c'è tempo fino al 15 novembre (scadenza sempre alle 23:59).

Mi raccomando, accorrete numerosi! Vi aspettiamo.


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sabato 28 ottobre 2017

Le opere d'arte, i romanzi e... i mezzi di trasporto / parte 2



Ecco la seconda parte di questo articolo sui mezzi di locomozione in rapporto ai brani letterari, alle opere d'arte e, per chi abbia piacere di farlo, anche ai film.

La scorsa volta abbiamo parlato del treno, della motocicletta e dell'automobile (qui link). In questa nuova carrellata troviamo due libri umoristici di grande successo, e un romanzo storico, di quelli che fanno commuovere fino alle lacrime. Scopriamo insieme quali sono!



La barca

Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome


Questo romanzo umoristico del 1889 nacque quasi per un malinteso, visto che l'autore, originariamente, aveva redatto un'opera ricca di notizie storico-letterarie utili per una guida turistica e che doveva intitolarsi La storia del Tamigi. L'editore della rivista sulla quale venne pubblicato il racconto pretese di tagliare in gran parte le digressioni storico culturali e questo fatto sancì l'enorme successo con il quale venne accolto il libro, snellito ma pieno di gag umoristiche. Solo in Gran Bretagna vendette un milione e mezzo di copie.

Risalendo la corrente del fiume Tamigi i tre amici Jerome ("J." voce narrante), Harris e George, assieme al cane Montmorency, viaggiano per giorni sulla loro imbarcazione, sfilando lungo le campagne inglesi e vivono nuove ed inattese avventure che strappano risate. Il viaggio è costellato da una serie di scenette comiche sulle gioie e sui dolori della vita in barca, unite a divertenti divagazioni che costituiscono storie a sé stanti. Il libro è anche uno spaccato della società inglese di fine Ottocento, raccontata con spassosissima, feroce ironia di puro stampo anglosassone.


Canotiers ramant sur l'Yerres di Gustave Caillebotte (1877)
"Quella stessa mattina, mentre mi vestivo, accadde un fatto alquanto divertente, Ero tornato, infreddolito sulla barca e, nella fretta d'infilarmela, feci cadere la camicia in acqua. La qual cosa mi mandò in bestia, anche perché George cominciò a sghignazzare. Non c'era proprio niente da ridere, gli dissi indignato... il che lo fece sghignazzare ancora di più. Mai in vita mia ho visto qualcuno ridere tanto. Alla fine persi la pazienza e gli dissi chiaro e tondo che era un idiota nonché un imbecille. Al che, rise ancora più forte. Ma quando ripescai la camicia, mi resi conto che non era affatto la mia bensì quella di George; di colpo mi resi conto di quanto buffo fosse l'incidente e cominciai a ridere io. Più il mio sguardo andava dalla camicia inzuppata a George che si sbellicava, più mi divertivo; per la precisione, risi tanto che la camicia mi cadde in acqua un'altra volta.
"Non... la... ripeschi?" ansimò George fra uno scoppio di risa e l'altro.
Ridevo a tal punto che per un momento non fui in grado di rispondergli, ma finalmente, dopo avere ripreso fiato, riuscii a balbettare:
"Non è la mia camicia... è la tua!"
Mai in vita mia mi è capitato di vedere qualcuno passare dall'ilarità alla furia così rapidamente."
A me questo romanzo aveva fatto scompisciare dalle risate insieme a un altro, che non c'entra con i mezzi di trasporto ma che vorrei citare ugualmente: How to be an Alien di George Mikes.

La canzone: Sailing di Cristopher Cross (1979)
Il film: La tempesta perfetta del 2000 diretto da Wolfgang Petersen



La diligenza

Racconto di due città di Charles Dickens



The Winchester to Farnham Stage or Mail Coach - ca 1820, G. D

L'incipit di questo romanzo è uno dei più famosi della storia letteraria e viene molto spesso usato per indicare periodi storici dove vige il più grande contrasto: "Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi, era l'età della saggezza, era l'età della stoltezza, era l'epoca della fede, era l'epoca dell'incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione della Tenebra, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, avevamo tutto davanti a noi, non avevamo niente davanti a noi, andavamo tutti difilato in Paradiso, andavamo tutti difilato in senso opposto: in breve, il periodo era tanto simile al periodo attuale, che alcune delle più vistose autorità in materia hanno insistito perché venisse accolto, per il bene o per il male, soltanto al superlativo." 

Si tratta di un romanzo storico di Charles Dickens del 1859, ed è opera della sua maturità. Insieme a Barnaby Rudge è l'unico romanzo storico scritto da lui. Venne pubblicato sulla rivista All the Year Round in 31 puntate settimanali, la prima apparsa il 30 aprile 1859 e l'ultima il 26 novembre del medesimo anno. La storia è ambientata tra  Parigi e Londra durante la Rivoluzione francese e negli anni del Regime del Terrore. In esso vengono rappresentati la sottomissione del proletariato francese all'oppressione dell'aristocrazia negli anni precedenti la rivoluzione, e la successiva brutalità dei rivoluzionari nei primi anni della rivoluzione.

Il romanzo segue le vite di diversi protagonisti attraverso questi eventi, in particolare Charles Darnay, un ex-aristocratico francese che diviene vittima di accuse indiscriminate durante la rivoluzione, e Sydney Carton, un avvocato inglese che cerca di redimere la propria vita per amore della moglie di Darnay, Lucie Manette, il cui padre Charles venne ingiustamente imprigionato nella Bastiglia. L'azione si sposta tra due città, quella di Londra, il cui centro focale è una casa quieta e serena, che pure pare trattenere il respiro in attesa delle notizie che arrivano oltre Manica e la convulsa e sanguinaria città di Parigi insorta, e sconvolta dai sussulti del Terrore e dalle esecuzioni sommarie, dove le donne sferruzzano ai piedi della ghigliottina contando le teste che cadono.

Il romanzo si apre con la descrizione di un viaggio in diligenza sulla strada per Dover, in una sera di tardo novembre; i passeggeri sono stati costretti a scendere per via dell'ardua salita e camminano nel fango. Arriva un messo a cavallo e consegna una lettera a uno dei passeggeri, che suscita molta curiosità. Poco dopo sono tutti in grado di risalire a bordo e riprendere il viaggio:

"La diligenza si mise di nuovo in moto, con i cerchi della nebbia che le si chiudevano intorno ancora più fitti, quando attaccò la discesa. La guardia rimise lo schioppo nella cassa delle armi, e dopo aver dato un'occhiata al resto del contenuto e alle pistole supplementari che portava alla cintura, ispezionò anche una cassetta più piccola sotto il suo sedile, che conteneva alcuni strumenti da fabbro, un paio di torce e la scatola con l'esca e l'acciarino. Poiché era fornito di tutto l'occorrente per il caso, non troppo raro, che le raffiche spegnessero le lanterne: e allora non aveva che da chiudersi nell'interno, stare bene attento che le scintille dell'acciarino non arrivassero alla paglia, e rifar luce con discreta sicurezza e facilità (se era fortunato) in cinque minuti."

Questa descrizione, come la precedente, ci dà la misura esatta di quanto dovessero essere scomodi e faticosi i viaggi in diligenza all'epoca, tanto che sembra di sentire gli stivali sguazzare nel fango accanto al veicolo, e la nebbia che affligge le ossa. La prospettiva non mi distoglierebbe dall'idea di provare a fare un viaggio in diligenza, prima o poi.

La canzone: La diligenza di Cristiano de André
Il film: The Hateful Eight, film del 2015, scritto e diretto da Quentin Tarantin


La bicicletta

Don Camillo e il suo gregge di Giovannino Guareschi


Chi non ha mai letto i deliziosi libri di Guareschi, sull'imbattibile coppia di amici-nemici Don Camillo e Peppone, ha in mente perlomeno i film che sono stati girati. Lo spettatore si è senz'altro reso conto che il mezzo di locomozione preferito da Don Camillo è la bicicletta. Stiamo parlando della bassa emiliana, che si presta alla perfezione a essere attraversata velocemente da una bicicletta, veicolo non inquinante che non consuma benzina ma semmai le gambe del ciclista.

Don Camillo e il suo gregge, pubblicato nel 1953 sulla scia del grande successo che ebbe la prima raccolta, Don Camillo, si compone di una serie di quarantanove episodi che fanno significativamente parte di Mondo piccolo come a sottolineare quel piccolo e grande universo dove sono ambientate le scene della corrida che si svolge da sempre tra il sindaco comunista e il battagliero parroco nell'Italia del dopoguerra. Il libro è corredato da disegni dello stesso autore.

Uno di questi episodi s'intitola per l'appunto La bicicletta e così inizia:
"Non si riesce a capire come, in quella fettaccia di terra che sta fra il grande fiume e la grande strada, ci sia stato un tempo in cui non si conosceva la bicicletta. Difatti, alla Bassa, dai vecchi di ottant'anni ai ragazzini di cinque, tutti marciano in bicicletta. E i ragazzini sono speciali perché lavorano con le gambe di sbieco in mezzo al triangolo del telaio e la bicicletta cammina tutta di traverso, ma va. I vecchi contadini viaggiano per lo più con biciclette da donna, mente i vecchi agrari col pancione adoperano ancora le vecchie "Triumph" col telaio alto, e montano in sella servendosi del predellino avvitato come dado al perno della ruota posteriore. 
C'è davvero da mettersi a ridere vedendo le biciclette dei cittadini, quegli scintillanti arnesi di metalli speciali, con impianto elettrico, cambio di velocità, portapacchi brevettati, copricatena, contachilometri e altre porcherie del genere. Quelle non sono biciclette, ma giocattoli per far divertire le gambe. La vera bicicletta deve pesare almeno trenta chili".

Ho visto i film della serie tante di quelle volte che potrei recitare le battute al posto degli attori, e vederli e rivederli senza mai stancarmi.

La canzone: Coppi di Gino Paoli (1985)
Il film:  La bicicletta verde del 2012, scritto e diretto da Haifaa Al-Mansour.



***

Nella speranza che questo secondo post sia stato di vostro gradimento, chiedo quali altri ricordi vi abbia risvegliato su romanzi, film e canzoni. Grazie a tutti!

***
Fonte testi:
  • Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome - Giunti
  • Don Camillo e il suo gregge di Giovannino Guareschi - Rizzoli
  • Racconto di due città di Charles Dickens - Edizioni Paoline

Fonte immagine iniziale: Pixabay

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sabato 21 ottobre 2017

Le opere d'arte, i romanzi e... i mezzi di trasporto / parte 1


Riprendo con questo post il filone dei "vasi comunicanti", che di recente ho un po' trascurato. Come sapete, sono stata travolta da alcuni progetti che sono giunti a cottura contemporaneamente, e quindi ho dovuto correre di qua e di là per regolare la fiamma sotto le pentole e assicurarmi che gli arrosti non bruciassero.

Dedico questo articolo al tema generale del viaggio, e a quello più particolare dei mezzi meccanici di locomozione. Il viaggio è una delle esperienze più belle che possa compiere un essere umano, e come tale ha un testimonial d'eccezione in Sant'Agostino: "Il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce solo una pagina". La meta del proprio viaggio non dev'essere posta in capo al mondo, ma può essere anche il viaggio da un quartiere all'altro - pensiamo soltanto all'opera di Joyce, Ulysses - o dalle immediate prossimità della propria casa, o addirittura dentro casa - e un eccellente esempio è il magico armadio di Lucy in Le Cronache di Narnia, per fare incontri altrettanto esotici e straordinari. Il viaggio può essere anche fatto con la mente e l'immaginazione, nel caso sia difficoltoso muoversi per motivi economici o di deambulazione.

Non è un caso che il tema sia stato molto trattato in letteratura, che è il primo veicolo per poter viaggiare senza sosta, e in modo economico se paragonato alle risorse di tempo, mezzi e denaro che spesso un viaggio comporta. La mia carrellata sarà comunque ben lungi dall'essere esaustiva, e potrete arricchirla e completarla con altri esempi a vostro piacere. L'articolo è diviso in due parti, che saranno pubblicate una di seguito all'altra, in quanto mi sono resa conto che sarebbe stato molto lungo. Come variante ho inserito anche l'abbinamento a una canzone e un film.

Inizio la mia rapida carrellata con il mezzo di trasporto che preferisco sopra tutti, ovvero:


Il treno

La bestia umana di Émile Zola (1890)

Ero convinta di aver letto almeno un romanzo sui treni, invece mi sbagliavo o la memoria mi faceva difetto. Ho dunque rimediato leggendo in ebook La bestia umana (titolo originale La Bête humaine), e ne sono rimasta folgorata perché. secondo me, è un autentico capolavoro. Si tratta di un romanzo pubblicato nel 1890, diciassettesimo del ciclo de I Rougon-Macquart. Ambientato tra Parigi e Le Havre nel mondo dei macchinisti, sorveglianti di passaggi a livello e dei capo stazione, il romanzo si avvale di un gran numero di personaggi mossi da pulsioni bestiali: essi soffrono di attacchi di violenza come il protagonista Roubaud, turbe psichiche come il desiderio inconsulto di uccidere nel caso di Jacques Lantier, macchinista del direttissimo Parigi-Le Havre o come Flore, ragazza solitaria, selvaggia e forzuta, addetta alla vigilanza del passaggio a livello. Le donne sono quasi sempre vittime in questo romanzo narrato con stile crudo e asciutto, come Séverine Aubry, moglie di Roubaud, picchiata dal marito o, nella sua infanzia, soggetto di inenarrabili abusi. Deus ex-machina è il presidente Grandmorin, membro del consiglio di amministrazione della Compagnia, individuo che, nel corso della narrazione, si rivela come un autentico verminaio ambulante.

Il romanzo è ambientato all'epoca del secondo impero di Napoleone III, ed è narrato secondo le regole del Naturalismo francese, descrivendo la natura umana con l'occhio obiettivo di un entomologo senza gli orpelli e i sentimentalismo dei Romantici. Anche gli ambienti tristi e squallidi concorrono a rendere desolata l'atmosfera del romanzo, e ad accentuare tematiche come quella dell'alcolismo, della violenza e della follia omicida. A parte le magistrali descrizioni ambientali, molto interessante è anche il lavorio della mente dei protagonisti, specialmente quando meditano di compiere un delitto, e delle giustificazioni che trovano per commetterlo. Simbolo del progresso industriale e nella potenza dei nuovi mezzi di trasporto, il treno spesso diventa un vero e proprio personaggio, anzi, una persona in carne e ossa come nel caso della locomotiva Lison guidata da Jacques Lantier che per lei nutre un autentico affetto.


Il treno nella neve di Claude Monet (1875) 

Nello stralcio che vi propongo, dell'iniziale capitolo, i Roubaud sono affacciati alla finestra del fabbricato della Compagnia dell'Ovest, in una stazione periferica di Parigi, e assistono all'andirivieni dei treni. Questo è il primo incontro del lettore con l'ambiente d'elezione in cui si muovono i personaggi:

Sotto di loro le piccole locomotive di manovra andavano e venivano senza sosta; si avvertiva appena quando si mettevano in moto, come buone massaie attive e prudenti, le ruote ronzanti, il fischio discreto. Una di esse passò, disparve sotto il pont de l'Europe, convogliando al deposito le vetture staccate da un treno di Trouville; oltre il ponte, sfiorò un'altra locomotiva uscita tutta sola dal deposito, passeggiatrice solitaria luccicante di acciaio e di ottone, fresca e gagliarda, pronta al viaggio. Questa si fermò, chiese con due brevi fischi via libera allo scambista, e quasi subito fu inoltrata verso il suo treno già formato lungo la banchina sotto la pensilina delle grandi linee. Era il treno delle quattro e venticinque per Dieppe. Una folla di viaggiatori si affrettava, si sentiva il rotolio dei carretti carichi di bagagli, alcuni uomini trasportavano nelle vetture gli apparecchi metallici con l'acqua calda. Ma la locomotiva e il carro scorta avevano raggiunto il bagagliaio con un urto sordo, e si vide il capo manovratore stringere da solo il gancio di trazione fra i respingenti. Verso Batignolles il cielo s'era oscurato; una cenere crepuscolare, inghiottendo i caseggiati, sembrava già effondersi sul ventaglio spiegato dei binari, mentre lontano, in quel trascolorare, si incrociavano senza sosta le partenze e gli arrivi della "banlieu" e della Ceinture. Oltre la cupa distesa dei mercati coperti, su Parigi abbuiata fluttuavano brandelli di fumi rossastri.

La canzone: Il treno di Riccardo Cocciante (1979)
Il film: La ragazza del treno (2016) diretto da Tate Taylor

La moto

Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta 
di Robert M. Pirsig 

"Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di una calcolatrice o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore." Questo pensiero è il cuore del libro di Robert M. Pirsig del 1974. È una sorta di autobiografia di un viaggio (a metà fra il reale e il metaforico) in cui l'autore e il figlio Chris attraversano in motocicletta gli Stati Uniti dal Minnesota alla California. Il racconto, ricco di descrizioni particolareggiate di visioni e paesaggi, è intercalato da digressioni di carattere filosofico. Il protagonista è impegnato anche nella assidua ricerca del proprio io primitivo, Fedro, quella parte della sua personalità che lo aveva già condotto in precedenza sull'orlo della follia e che durante il viaggio preme prepotentemente per riemergere. Nel romanzo il senso della ricerca fa da carburante allo spostamento fisico e a quello interiore, e meta ultima è la Qualità che tutti noi perennemente ricerchiamo.


Autoritratto con la motocicletta di Antonio Ligabue

Ecco un passaggio del libro a poche pagine dall'inizio, che spiega che cosa significa inforcare una motocicletta e compiere un viaggio come centauro:
"Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina dei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice.
In moto la cornice non c'è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. È incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi - un'esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata." 
Quando lo lessi molti anni fa, trovai il romanzo molto gradevole, ma inutilmente lungo in alcuni passaggi descrittivi e soprattutto pesante per l'insistenza dell'autore sul suo pensiero filosofico e sulla sua personale visione del mondo. Con tutta probabilità concorreva ad accentuare il mio senso di insofferenza il mio scarso amore per i mezzi meccanici! Proprio di recente ho saputo che il blogger Ivano Landi lo aveva letto, e quindi sono curiosa di avere il suo commento su questo libro in particolare.

La canzone: Motocicletta di Lucio Battisti (1970)
Il film: Easy rider diretto e interpretato da Dennis Hopper (1969)



L'automobile

Sulla strada di Jack Kerouac

L'autore di questo romanzo celeberrimo sarebbe in totale disaccordo con il precedente, in quanto la protagonista assoluta di Sulla strada è proprio l'automobile. Si tratta di un romanzo autobiografico, scritto nel 1951 e basato dall'autore su una serie di viaggi in automobile attraverso gli Stati Uniti, in parte con il suo amico Neal Cassady e in parte in autostop. Pieni di ansia di vita, Dean e Sal (Ned Cassidy) si mettono in viaggio sule interminabili highway dell'America e del Messico, compiendo una serie di esperienze e di incontri impattanti. L'opera è anche un romanzo sull'amicizia, sulla libertà. sulla fuga dalla noia e dalla morte, sulla rivolta nei riguardi delle convenzioni sociali, sul bisogno di scoprire il mondo e se stessi attraverso il contatto con la vita reale. 


Great old gas stations 
Pubblicato per la prima volta il 5 settembre 1957, il libro divenne in seguito un testo di riferimento, quasi un manifesto, a ispirazione della cosiddetta Beat Generation. Non a torto, Sulla strada  è considerato uno dei più grandi romanzi del XX secolo e inserito a buon diritto nelle antologie letterarie di lingua anglosassone.

Ecco uno stralcio su come Dean interpreta il suo pazzo rapporto con l'automobile come custode di parcheggi, diventando quasi un tutt'uno con il mezzo meccanico:
"Il più fantastico custode di posteggi al mondo, capace di far fare marcia indietro a una macchina a settanta chilometri l'ora in una strettoia inverosimile fermandosi al muro, balzare fuori, correre in mezzo ai parafanghi, saltare su un'altra macchina, farla girare in tondo a ottanta chilometri l'ora in uno spazio ristretto, indietreggiare di volata in un posticino invisibile, vamm, bloccare la macchina col freno a mano così che si poteva vederla rimbalzare mentre lui schizzava fuori; poi sparire nel gabbiotto dei biglietti, scattando come un asso del podismo, porgere un biglietto, saltare dentro a una macchina sopraggiunta prima che il proprietario ne fosse completamente uscito, scivolargli letteralmente d sotto mentre quello sta uscendo, avviare la macchina con lo sportello aperto che sbatte e partire rombando verso il punto libero più vicino, una giravolta, infilarcisi rapido, frenare, fuori, via; e così senza soste otto ore ogni notte, nelle ore di punta serali e in quelle dopo il teatro, in pantaloni bisunti color vino e con una sdrucita giacchetta orlata di pelo e logore scarpe ciabattanti."
Avete visto? È un'unica, lunghissima frase separata da un unico punto e virgola, e costellata da virgole che sembrano assecondare il ritmo dei movimenti convulsi e frenetici di Dean. Alla faccia di tutte le regole di scrittura di scrittura creativa e degli amanti della frase a singhiozzo ("Si fermò. Pensò. Si riavviò. ...").

La canzone: Torpedo Blu di Giorgio Gaber (1968)
Il film: Il sorpasso di Dino Risi (1962)

***

Alla prossima con il secondo e ultimo appuntamento con i mezzi di trasporto. Che cosa ne pensate dei miei abbinamenti, vi vengono in mente altri romanzi, canzoni o film?

***
Fonti testi:


  • La bestia umana di Émile Zola - edizione BUR
  • Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig - Adelphi
  • Sulla strada di Jack Kerouac - Oscar Mondadori

Immagine di apertura: Pixabay

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sabato 14 ottobre 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Quando i patrioti usavano il "tu" / 31





Eccoci di nuovo insieme a prendere un buon caffè, stavolta il sabato mattina in tutta tranquillità nel  Caffè che spalanca i suoi battenti per noi. Oggi vorrei introdurre l'argomento di questo post con un aneddoto. Quando mio marito s'imbatte in uno sconosciuto (commessi nei negozi, per la maggior parte), che gli si rivolgono con un "Ciao" e dandogli subito del "tu", borbotta sempre in separata sede: "Ma abbiamo mangiato gli gnocchi insieme?" L'altra variante milanese prevede l'uso del risotto, però il concetto è il medesimo: il fastidio per una persona che gli si rivolge con eccessiva familiarità, cosa che lui non farebbe mai specialmente nei confronti di una persona che ha, magari, i capelli bianchi.


Questo esempio mi serve appunto per presentare l'argomento del post, e cioè, il fatto che dopo almeno un secolo di eccessive smancerie, inchini e salamelecchi vari, la rivoluzione propone, o meglio impone, l'uso del "tu" politico. Basta anche con "monsieur", "madame", "très haut et très puissant seigneur" e altri titoli altisonanti! Il vero appellativo è "cittadino" che sostituisce il termine "suddito", e che livella tutti in una società che sia davvero democratica. Nel mese di dicembre 1792 un oratore fa osservare, inoltre, che la parola "voi" è contro il diritto e l'eguaglianza; questa parola è stata usata solo per sostenere i diritti dell'aristocrazia e marcare la differenza tra l'inferiore e il superiore. Com'è ovvio, il contadino si rivolge infatti al suo signore dandogli del "voi", mentre il feudatario dà del "tu" al suo sottoposto, spesso accompagnato da un calcio nel posteriore.

Sul giornale Rèpublicain del 15 brumaio dell'anno II (5 novembre 1793), così si giustifica l'uso del tu:

Senza ripetere il luogo comune che uno è uno solo e non richiede il plurale quando gli si rivolge la parola, chiedo alle persone che tengono a mostrare rispetto per i loro simili se dicendo "io ti onoro, Bruto" il mio rispetto per Bruto non è energico più che se gli parlassi al plurale, perché dicendo voi associo l'immaginazione a qualcun altro. E chi associare a Bruto? Bisogna dunque dare del tu ai propri simili proprio per rispetto. Nei secoli dell'errore che abbiamo appena lasciato esisteva solo l'amicizia repubblicana perché l'amicizia è libera e l'amicizia usava il tu. Un'amicizia è una grande società di amici e in essa bisogna darsi del tu.

Retorica a parte, c'è della verità nel passaggio che vi ho riportato. In lingua latina, e quindi nella cultura classica cui i rivoluzionari s'ispirano di continuo, il "voi" (o il "lei") non esiste, ad esempio. Il saggio La vita quotidiana in Francia ai tempi della Rivoluzione  di Jean-Paul Bertaud c'informa che il "tu" doveva essere usato, almeno nella vita pubblica, fino al 1795 e scompare dopo il moto di pratile quando si affievolisce  la spinta egualitaria.


I tre ordini sociali prima della rivoluzione:
 Alto Clero, Nobiltà e Terzo Stato (1789).

Nello stesso modo, la livella democratica bandisce espressioni come "ho l'onore" o "mi farà l'onore" o "sono, signore, il suo umilissimo e obbedientissimo servitore". Ci si saluta in pubblico e si firmano le lettere con "il tuo concittadino", "il tuo amico", "il tuo compagno". Non bisogna nemmeno togliersi il cappello davanti a un concittadino, perché in questo modo si rinnova l'antico gesto del dominato di fronte al dominatore. E alcuni vogliono bandire anche l'abitudine alle riverenze, e addirittura far partire il computo del nuovo anno dal 14 luglio, data della presa della Bastiglia e festa nazionale.

Come sempre, quello che nasce con un intento lodevole finisce con l'essere un'ulteriore imposizione, perché ci vuole molta memoria non solo nel rammentare i nuovi mesi e la scansione dei giorni nel calendario rivoluzionario (ne ho parlato qui, nel post "Un calendario da mal di testa"), ma anche per assuefarsi a questi nuovi dogmi di comportamento.

***

Anche a voi dà fastidio l'eccessiva disinvoltura, specialmente nei confronti di una persona più anziana, o magari di un immigrato,  oppure considerate certe espressioni un inutile formalismo?

***

Fonte testo:
  • La vita quotidiana in Francia ai tempi della Rivoluzione di Jean-Paul Bertaud 

Fonti immagini:



  • Il costume da sanculotto di Louis-Léopold Boilly, XVIII sec. - dipinto a olio
  • I tre ordini sociali prima della rivoluzione: Alto Clero, Nobiltà e Terzo Stato (1789) - stampa.
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sabato 7 ottobre 2017

"Non è mai troppo tardi": il mio progetto Top Secret svelato!



Alcuni di voi sono troppo giovani per ricordarlo, e persino io ero molto piccola all'epoca, ma negli anni '60 la Rai trasmetteva una seguitissima trasmissione televisiva dal titolo Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell'adulto analfabeta. Il programma era condotto dal maestro e pedagogo Alberto Manzi, che bisognerebbe proporre alla Chiesa per la beatificazione: infatti era un Don Milani laico, e la sua trasmissione aveva il fine di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani che non ne erano ancora in grado pur avendo superato l'età scolare. Le classi erano formate da adulti analfabeti, nelle quali venivano utilizzate le tecniche di insegnamento moderne, oggi potremmo dire "multimediali", giacché si servivano di filmati, supporti audio, dimostrazioni pratiche, nonché della mano del maestro Manzi che, con rapidi tratti di carboncino, disegnava schizzi e bozzetti su una lavagna a grandi fogli.

Beh, vi starete chiedendo, che cosa c'entra la trasmissione dei lontani anni '60 con il progetto Top Secret? Ebbene, abbiate ancora un attimo di pazienza e vi svelerò l'arcano, anche perché è un progetto cui sono addietro da mesi e che a un certo punto ha assunto le connotazioni di un thriller, con colpi di scena ogni giorno, per cui mi sembrava di essere finita su un ottovolante.

Chi ha letto i miei due post autobiografici ("Confessioni di una scrittrice per hobby" e "I miei anni '80, ovvero un'anima divisa in due") sa che dopo il liceo linguistico rinunciai ad andare all'università per rendermi indipendente. Frequentare l'università avrebbe significato senz'altro iscrivermi a una facoltà umanistica, come Lettere o Lingue, con il rischio di andare a insegnare. Parlo di rischio, condiviso con i miei ipotetici futuri allievi, perché affrontare una classe di venti o più soggetti non è nelle mie corde. Non ho la vocazione dell'insegnante: mi ritengo una persona paziente, ma non con i grandi gruppi. Come vi ho spiegato nei due post, per i miei genitori fu una grande delusione, ma non ho mai rimpianto questa scelta.

Però questa voglia di studiare, e di frequentare l'ambiente universitario, mi è sempre rimasta, e lentamente ha cominciato a rigerminare nella mia testa poco tempo fa, anche grazie ai discorsi di mio figlio Stefano, studente universitario. Ho cominciato quindi a cercare, per curiosità e quasi per gioco, quello che faceva per me, navigando sui siti delle università di Milano. All'inizio ero orientata su Psicologia, poi ho avuto una folgorazione: perché non Storia, che mi piace così tanto? Ho puntato la mia attenzione sull'Università Statale di Milano, che ha proprio la specifica Facoltà di Storia, ho visto il programma dei corsi e me ne sono subito innamorata.

Mi sono informata sulle date degli Open Day, pensando di presenziare anche a quelli di altre università, poi ho visto che Storia era solo in Statale; e quindi mi sono detta: "O Storia o niente" prendendo a prestito la frase del Valentino: "Aut Caesar aut nihil!" "O Cesare o niente!"

Così, il giorno 20 maggio, piena di curiosità, sono andata all'Open Day con un accompagnatore d'eccezione... proprio mio figlio Stefano. Dovete sapere, infatti, che mio figlio frequenta la facoltà di Economia; ma ha sempre detto che, se proprio avesse voluto iscriversi a una facoltà di suo pieno gradimento, avrebbe scelto la laurea magistrale in Storia contemporanea. Quindi mi ha accompagnato sia a richiedere informazioni ai gazebo, collocati tutt'attorno al grande cortile dell'università sia alla presentazione in sala conferenze, dal titolo I mestieri dello storico: fonti, metodi, linguaggi.

Confesso che ero un po' imbarazzata vista la mia età vetusta, ma con mia grande sorpresa nel pubblico c'erano altre aspiranti matricole persino più datate della sottoscritta. La presentazione mi ha entusiasmato, e l'ambiente un po' barricadero della Statale ha risvegliato la rivoluzionaria che sonnecchia in me. Durante la presentazione, tra l'altro, ho appreso che la Biblioteca di Scienze della storia e della documentazione storica ha una documentazione, sia online sia cartacea, a dir poco gigantesca. Al ritorno dalla nostra spedizione, il figlio mi ha persino gratificato con un "Sono stato contento di essere venuto," al che mi è venuto un leggero senso di vertigine e sono quasi caduta dal marciapiede. Mi sono detta: "Adesso fa piovere," e in effetti a casa siamo stati accolti con un nuvolone rombante.

Lo scopo della mia immatricolazione alla facoltà naturalmente non deriva dalla necessità di prendere una laurea, ma di approfondire un argomento che mi appassiona e che tra l'altro costituisce la materia di base dei miei romanzi. Tutto questo prima che inizi l'inevitabile fase del rimbambimento senile. Ha uno scopo culturale, in altre parole.

Ma... come spesso accade nelle cose della vita, a un certo punto si è parato davanti un ostacolo.

Già prima dell'Open Day voci di corridoio e di giornale sussurravano che l'università, nella persona del rettore, aveva in mente di mettere il numero chiuso anche alle facoltà umanistiche; ovvero, come già avviene per le discipline tecniche e scientifiche, di obbligare le future matricole a sostenere un test d'ingresso per attuare una selezione. Già prima di questo c'era l'obbligo di sostenere un esame di autovalutazione per coloro che, come me, erano usciti dalla scuola superiore con un voto basso, il cui esito non era vincolante per l'iscrizione ma soltanto indicativo delle eventuali lacune.

Immediatamente gli studenti hanno cominciato a entrare in agitazione (e io con loro, ma in altro senso). Non mi perdevo un telegiornale regionale e nemmeno un articolo sui quotidiani. L'agitazione ha raggiunto i massimi livelli quando il senato accademico, spaccato in due, ha votato l'introduzione ai test. Prima della pausa di agosto, dunque, i test erano stati stabiliti e, anzi, si consigliava l'iscrizione a più d'uno per avere maggiori possibilità d'ingresso.

Non appena si sono aperte le iscrizioni, mi sono iscritta a Scienze dei Beni Culturali e, com'è ovvio, a Storia. Il primo si sarebbe tenuto lunedì 4 settembre e il secondo lunedì l'11 settembre. A questo punto ho cominciato a cercare nel sito se vi fossero delle simulazioni di test... ma, essendo una novità, non c'era nulla a parte un simulazione per l'accesso alla facoltà di Lingue. Ho trovato dunque delle simulazioni per concorsi pubblici che ho cominciato a fare con risultati alterni: o passavo a pieni voti con emoticon solari e il pollice alzato o la catastrofe era assoluta con emoticon disgustati. C'è da dire anche che si trattava di simulazioni con quesiti meramente nozionistici, ad esempio non c'era la comprensione di un testo che è invece parte importante di un test per accesso universitario.

Comunque ho capito che avrei dovuto mettermi a ripassare di gran carriera, dato che quello che avevo appreso risaliva ormai alla cosiddetta notte dei tempi e che sono consapevole della mia fallace memoria sulle date. Ho ordinato un Compendio di Storia dalle Origini all'Età Contemporanea e nel mese di agosto mi sono buttata nel ripasso delle 600 e passa pagine scritte in caratteri minuscoli (che equivale a 1200, in buona sostanza). La cosa curiosa è che riaffioravano i ricordi dalle nebbie, che mi strappavano delle esclamazioni di stupore: oh, sì, certo! L'età del ferro, Silla, Claudio, la caduta dell'Impero, le invasioni dei Visigoti, le guerre gotico-bizantine, i Pipinidi, e poi il Medioevo con i Comuni italiani, la Guerra dei Cent'anni, la Riforma e la Controriforma, la Guerra di Successione... Sospiravo di contentezza, ma anche di preoccupazione.

Nel frattempo mi dicevo di non farmi troppe illusioni perché mai e poi mai sarei riuscita a passare i test (e in quest'ultimo caso mi sarei dovuta sentire pure in colpa perché avrei portato via il posto a un giovane). Congiuravano contro di me alcuni fattori fondamentali: ero uscita alla maturità con un voto molto basso (40/60) che avrebbe fatto media, e avevo l'età dei datteri (nel terzo punto del bando c'era scritto che in graduatoria si sarebbe privilegiata una più giovane età anagrafica).

Gli studenti frattanto avevano deciso di portare il caso davanti al tribunale, nello specifico davanti al Tar del Lazio ed erano decisi ad andare avanti fino a conseguire la vittoria nelle aule giudiziarie. Seguivo la questione pressoché quotidianamente, e venivo ad apprendere tra l'altro che il numero degli iscritti ai test era esorbitante per la facoltà di Lingue, ma persino inferiore ai posti disponibili per Storia. Speravo dunque in un posticino per me, mentre le date dei test campeggiavano a caratteri cubitali sulla mia agenda e sul calendario, finché...

...finché una sera è accaduto il miracolo.

Evidentemente il 2017 è proprio l'anno dello Scorpione, non c'è dubbio alcuno. Ero nel bagno a lavarmi i denti quando mio figlio arriva di gran carriera, gridando: "Vieni subito a vedere!". Esco correndo, con la bocca piena di schiuma, e mi arresto sbalordita davanti allo schermo del computer con le ultime notizie che riportavano la vittoria degli studenti: il Tar del Lazio dava loro ragione! Non dovevo più fare i test, tutto questo un paio di giorni prima della fatidica data del 4 settembre, quando avevo già studiato il percorso per andare in via Noto, che per me è in capo al mondo. Sul filo del rasoio. Ho fatto un grande sorriso con la bocca piena di dentifricio... Il giorno dopo mi arriva la comunicazione dalla segreteria degli studenti che non dovevo presentarmi né all'uno né all'altro, in quanto erano sospesi. Attenzione, sospesi ma non annullati!

Non era ancora finita, perché nei giorni successivi si aspettava ansiosamente il responso dell'università che aveva annunciato l'intenzione di fare ricorso. Responso che si è fatto attendere, ma che è stato di nuovo favorevole: i test previsti per le facoltà umanistiche erano definitivamente annullati in quanto non si sarebbe riusciti a garantire la regolare apertura dell'anno accademico (la risposta al ricorso sarebbe pervenuta addirittura nel febbraio del prossimo anno). I soldi spesi per iscriversi ai test sarebbero stati rimborsati.


URRAH!!!

Dunque ho fatto le foto tesserami sono iscritta immediatamente prima di altri ripensamenti. Ora ho il mio numero di matricola, e il 22 settembre ho anche partecipato all'incontro di presentazione del corso di Storia. Sono stata di nuovo rassicurata sulla presenza di numerosi, arzilli vecchietti persino oltre la mia età... magari alla seconda laurea o, come me, decisi a sfruttare la loro materia grigia prima dell'inevitabile declino delle funzioni neuronali. Mi sembra di sognare! Ora ho costruito il mio calendario di corsi/esami del primo semestre, e ho ordinato i libri necessari. Sto già studiando e ho presenziato ad alcune lezioni su "Metodologia degli studi storici" e "Geografia urbana". Farò le cose con calma, e senza stress ulteriori, tanto nessuno mi corre dietro; anche perché sarò una "non frequentante", e di conseguenza ho un numero di libri aggiuntivi su cui studiare.

In qualunque modo voi la pensiate sulla faccenda dei test d'ingresso, io sono, com'è ovvio, contentissima di come siano andate le cose: ormai ho avuto accesso all'università e non riusciranno a buttarmi fuori tanto facilmente.

***

Vi è piaciuta la mia sorpresa sul progetto Top Secret? Lo sapevano in pochissimi. :)

***

Fonti immagini:
1a immagine: Wikipedia
2a immagine: Wikipedia
3a immagine: Ansa
4a immagine: Wikimedia


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mercoledì 4 ottobre 2017

Che cosa accadrà a questo blog...


Dopo il passaggio del ciclone-Bernabò Visconti con i quattro guest post apparsi su Drama Queen, ho raccolto i resti del festino o, per meglio dire, banchetto: ho raccattato le ossa spolpate dai cani da sotto il tavolo, sparecchiato e lavato bicchieri, posate e piatti, dato gli avanzi alle galline e ai maiali, passato lo straccio sui mobili e la scopa sul pavimento. Ho aerato i locali, gettato via i fiori ormai appassiti e soprattutto acceso dei bastoncini di essenze per cacciare l'odore di zolfo che messer Bernabò ha lasciato al suo passaggio; inoltre ho collocato del sale grosso in una scodella per assorbire eventuali negatività...

Con tutto questo, oggi avrebbe dovuto esserci il post su Il Caffè della Rivoluzione. Invece non c'è (anche se è pronto). Ma verrà pubblicato ben presto - non dubitate. Inoltre il mio progetto Top Secret è andato felicemente in porto, e quindi nella prossima puntata vi rivelerò di che cosa si tratta. Ho taciuto più che altro per scaramanzia, e anche perché la situazione era così incerta da cambiare di giorno in giorno, proprio come una sostanza instabile nel laboratorio di un alchimista.

In seguito al compimento del progetto, ci saranno parecchie novità, inclusi cambiamenti nel calendario di pubblicazione di questo blog. Comincio con l'anticiparvi che dovrò ritornare alla consueta pubblicazione settimanale del solo sabato, cioè una volta alla settimana. Troverete sempre le serie che voi ben conoscete, come "i vasi comunicanti", o quelle sugli animali, o le "interviste di Storia", e anche la rubrica rivoluzionaria... vorrà dire che prenderemo il caffè tutti insieme il sabato anziché il mercoledì! Sarà comunque un bell'appuntamento, soprattutto per me, cui cercherò di non mancare.

Spero di essere riuscita a incuriosirvi a sufficienza. Nell'attesa, potete sbizzarrirvi con le vostre congetture, se volete (chi sa, ovviamente rimanga muto come un pesce, altrimenti non è valido)! Per sapere se ci avete azzeccato, ci ritroviamo su questi schermi


sabato 7 ottobre

A presto. :-)


Mattheus van Helmont, L'Alchimista, XVII secolo


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sabato 30 settembre 2017

Guest post 4 - Il Diavolo nella Torre - La nascita di un testo teatrale



E così siamo arrivati in fondo al racconto della genesi de Il Diavolo nella Torre! Con l'ultimo post entriamo nel vivo della scrittura, cioè l'argomento che ci interessa e ci entusiasma di più.



Nella stesura di un dramma storico, il lavoro preparatorio, quello che porta via moltissimo tempo, è comunque cruciale. Per questo è stato importante anche parlarvi della Fase 1 (i modelli di riferimento) e della Fase 2 (la documentazione).

Ma non rubo altro tempo, in quanto messere già scalpita perché non vede l'ora che si torni a parlare di lui... Uffa, che uomo vanesio e incontentabile! Questo è il link all'articolo dal titolo La nascita di un testo teatrale che vi porterà come sempre al blog Drama Queen di Elisa Elena Carollo.

Mi auguro che abbiate gradito il nostro "speciale" e vi invito anche a visionare il link all'originale Trailer della replica del 9 settembre, preparato da Silvia Fea Ferrari attrice di Teatrok.


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QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO:

IL MIO ULTIMO LAVORO:
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

IL PITTORE DEGLI ANGELI: su Amazon in versione cartacea e ebook!

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Romanzo storico ambientato nella fulgida e sontuosa Venezia di fine 1500. Uno dei protagonisti è il vecchio e spregiudicato pittore Tiziano Vecellio, pronto a difendere fama e ricchezza. Ma lo attende un incontro sconvolgente: quello con "il pittore degli angeli". La sua vita non sarà più la stessa.

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Venice, late spring of 1560. In his studio, the old Venetian painter Tiziano is waiting for the visit of the “painter of angels”, a mysterious artist just arrived in Venice. Tiziano senses a foreboding danger to his position, fame and standing. In fact, the arrival of the artist does upset both the professional and private life of Tiziano. And the struggle has just begun.

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