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ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

CONCERTO DEGLI ANGELI di Gaudenzio Ferrari del 1534

Santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

L'ULTIMO ANGELO di Nicholas Roerich

Dipinto a olio del 1942.

sabato 25 marzo 2017

Il banchetto dell'uomo medievale: cibi, bevande e cultura



Se vogliamo scoprire come eravamo, o meglio che cosa mangiavamo e perché, non possiamo prescindere dalla lettura del saggio

Alimentazione e cultura 
nel Medioevo 

di Massimo Montanari, una vera e propria pietra miliare per chiunque s’interessi al periodo sia come studioso sia come semplice appassionato. Come esplicitato nel titolo, il saggio non riguarda soltanto il cibo inteso come alimento indispensabile alla sopravvivenza, ma anche come espressione culturale dell’essere umano posto in un determinato contesto sociale e religioso da cui viene influenzato e che egli influenza a sua volta. Per questo motivo accade che fortissimi parametri mentali siano a volte più determinanti del cibo stesso, in un’epoca pur soggetta a carestie e alla scarsità di determinati alimenti.

Il capitolo dal titolo “Il peccato di Adamo” crea subito un significativo collegamento del cibo con il passo biblico, ovvero il peccato della gola, e della lussuria conseguente in quanto i progenitori scoprono di essere nudi subito dopo aver ceduto alla tentazione di mangiare del frutto proibito. Per questo motivo nella cultura cristiana il problema del cibo diviene centrale, in quanto è la prima occasione di cedimento ai sensi al di là dell’ovvia necessità di avvalersene per non morire di fame. Se la gola è il primo dei vizi, però, il digiuno diverrà lo strumento con cui fortificare lo spirito e fuggire dal peccato. La sessualità fa così paura che in ambito religioso diventa una vera e propria ossessione e, e l’equivalenza tra la carne alimentare e la carne intesa come corporeità e sensualità è pressoché matematica.

Di contro, è nella classe nobiliare che si sviluppa il polo opposto dell’alimentazione come espressione di forza e violenza. L’uomo nobile, ovvero l’uomo potente, è colui che mangia molto. Non solo, egli deve mangiare molto per esibire il proprio status sociale. Scatta qui l’allarme del pensatore cristiano, soprattutto al cospetto di tale quantità di cibo, in quanto l’eccesso provoca una sovrabbondanza di “umori” che portano alla sovraeccitazione sessuale. Riscaldato da cibo e bevande, il sangue si risveglia e provoca appetiti di vario genere. Santi abati, padri della Chiesa, persino l’apostolo Paolo ammoniscono che la concupiscenza di cibo non è altro che la libido carnale, cosa peraltro confermata anche nei testi di materia medica a partire dal IV secolo, uno per tutti, la Collezione medica di Oribasio. In essi si sostiene che certi cibi favoriscono la sessualità, altri la inibiscono. Nascono così le indicazioni mediche, ad esempio per la cura dell’impotenza, suggerita dallo stesso Oribasio, e alla nascita di una delle teorie fondamentali della medicina medievale, ovvero quella dei quattro “umori”: caldo e freddo, umido e secco che, combinati in varia misura, costituiscono a determinare tutto ciò che esiste in natura, uomo compreso. Da qui ad esempio la predilezione degli eremiti per i cibi crudi, ovvero freddi, come inibitori di sessualità.

Ma il cibo è anche espressione di un incontro-scontro culturale di cui ancora oggi possiamo trovare le tracce sulle nostre tavole e nelle nostre stesse scelte alimentari, e che viene ben spiegato nel capitolo “Barbari e Romani”. La civiltà greco-romana, sviluppatasi in ambito che possiamo definire mediterraneo, ha nella cerealicoltura e nell’arboricoltura con vite e olive la principale fonte del suo sostentamento, accanto a una pastorizia soprattutto a carattere ovino. Grano-olio-vino vengono integrati non tanto dalla carne, quanto dai latticini e in modo particolare dalla produzione casearia.  Le popolazioni celtiche e germaniche che arrivano dal Nord Europa, invece, si avvalgono di un’economia silvo-pastorale, con caccia, pesca, raccolta di frutti e allevamento del bestiame allo stato brado, specialmente con riguardo ai maiali. Il regime alimentare di questi popoli prevede quindi un ingente consumo di carne, ma anche di ortaggi derivati dalle coltivazioni orticole. Questi due modelli alimentari così diversi si contaminano e portano a un modello “misto”. Chiese e monasteri diventano i principali motori di espansione del modello produttivo di tipo “mediterraneo”, anche grazie alla necessità di produrre localmente il cibo necessario. Il modello produttivo germanico trova invece ampia diffusione nelle regioni centro-meridionali dell’Europa. Gli spazi incolti come boschi, paesaggi, paludi, non sono avvertiti come un ostacolo, ma occasione di sfruttamento di risorse e come luogo di allevamento, caccia, pesca e raccolta. L’allevamento del maiale, cibo primario nell’Alto Medioevo, è della massima importanza in quanto non è giuridicamente precluso a nessuno. Il dettaglio curioso è che nella Langobardia emiliana precocemente germanizzata sono assai diffusi questi allevamenti suini (ancora proverbiali ai giorni nostri!), mentre nelle regioni limitrofe persiste l’allevamento ovino.

Il cibo diventa un linguaggio (“Il linguaggio del cibo”), come si accennava all’inizio: il ricco mangia di più e meglio, mentre il povero mangia di meno e peggio. Non solo il potente deve ostentare, tramite il banchetto, la propria superiorità, ma spetta anche al pauper non ricercare comportamenti estranei al proprio rango, anche se per ipotesi ne avesse l’occasione. Massimo Montanari qui sfata però un luogo comune del Medioevo, perlomeno nei primi secoli dello stesso, e cioè la possibilità di approvvigionarsi di carne. Nell’Alto Medioevo difatti il tipo di economia, basata sull’allevamento e la caccia, consente un regolare approvvigionamento di carne a tutti i livelli sociali, popolo compreso. Solo con il tempo la caccia grossa, come dire, verrà riservata alla nobiltà. A rinforzare la teoria secondo cui l’alimentazione a base di carne è un simbolo, nell’aristocrazia militare si procede a comminare l’astinenza forzata come forma di punizione ed emarginazione a seguito di un comportamento scorretto. Ancora una volta, quello che è un atteggiamento virtuoso in un ecclesiastico diventa una maniera per indicare come indegno un membro della nobiltà.

Anche nella disposizione dei posti attorno a una tavola imbandita si sottolinea con estrema precisione la gerarchia dei commensali a seconda della maggiore o minore vicinanza all'uomo dominante. Questa assegnazione dei posti è estremamente rigorosa alla tavola bizantina, come ci informa un ambasciatore di Ottone I presso il rex Grecorum. Più informale ma altrettanto significativa è la consuetudine dei Longobardi di cui è attento cronista Paolo Diacono, in cui il figlio del re può stare a tavola col padre solo dopo aver sottratto le armi al nemico, e quindi aver dimostrato il proprio valore. Peraltro anche nei monasteri la disposizione a tavola segue un codice rigoroso, come sappiamo dalla Regola di Benedetto e altri analoghi testi. L’abate ha una sua mensa distinta dove accoglie ospiti di riguardo e pellegrini. La solitudine della mensa diventa anche un segno di esclusione sociale, e nessuno può mangiare insieme a uno scomunicato a meno di essere scomunicato a sua volta. Particolarmente interessanti sono le disposizioni testamentarie a favore dei pauperes relative alla somministrazione regolare di pasti a favore dei più disagiati.

Il ruolo degli animali, com’è ovvio, è della massima importanza sulla tavola medievale, ma non solo (“Mangiare gli animali”). Vi sono suddivisioni tra gli animali destinati al cibo e animali da fatica. Il maiale è comunque il sovrano nei banchetti non soltanto per le carni, ma anche per altri usi come lo strutto. Rari e preziosi sono i bovini, di taglia più piccola rispetto a quelli che siamo abituati a vedere sui nostri pascoli; sono utilizzati come forza-lavoro per le operazioni agricole e i trasporti, più che come produttori di carni e latte, anche perché la selezione delle razze avviene in epoca molto più tarda. Soltanto alla fine della vita essi vengono macellati a scopo alimentare. Per il cavallo il discorso è del tutto particolare, in quanto esso è destinato in prevalenza alle cavalcature militari, sebbene non venga esplicitamente proibito il consumo della sua carne nei libri penitenziali (qui il link all'articolo sul cavallo). Si può dire che solo pecore e maiali vengano davvero destinati alla tavola medievale. A questa schiera si aggiungono quelli gli animali da cortile come galline, oche anatre, e la selvaggina di piccola taglia cacciata nei boschi. Grazie alla presenza di corsi d’acqua, molto diffusa è la pratica della pesca e la presenza di pesce di allevamento. Le tecniche di conservazione e preparazione delle carni e dei pesci rivelano grandissima ingegnosità: in un’epoca dove non esistevano i frigoriferi, si sviluppano ad esempio le tecniche dell’affumicatura e dell’insaccamento, o i formaggi stagionati oppure fusi che reggono il passaggio del tempo, e possono essere trasportati da un luogo all'altro nei lunghi e faticosi viaggi.

Nel saggio c’è il capitolo sulle diete monastiche che riguardano i cibi consentiti e quelli proibiti in corrispondenza del calendario liturgico, l’alto significato cristiano di cibi come il pane (eucaristico) e il vino (benedetto). E gustoso – è il caso di dirlo! – è “Il pranzo dei canonici” dedicato alla furibonda contesa che si innesca nel 1198 tra il vescovo di Imola, Alberto, e i canonici della cattedrale di S. Cassiano. Tra i vari punti delle loro richieste, parecchi sono dedicati al cibo: molto pressante è la pretesa dei canonici di sedere alla tavola del vescovo in occasione di quattro pranzi annuali. Non solo, ma il povero vescovo dovrebbe apprestare i suddetti pranzi anche alla loro familia, ai servientes e ai castaldi con una spesa niente affatto irrisoria per l’epoca, rispettando così la malaugurata consuetudine istituita dal suo predecessore.

Un discorso a parte merita il consumo dei cereali nell’Italia del Sud (“Modelli di civiltà: il consumo dei cereali”), con particolare riferimento alle leggi protezionistiche messe in atto dall’imperatore Federico II per tutelare la produzione nei campi e di conseguenza il lavoro dei contadini. Nel capitolo è molto ben spiegata la cattiva nomea dell’orzo come alimento per gli animali e che persino nelle grandi carestie viene adoperato obtorto collo per produrre pane povero e poco nutriente. Mangiare orzo equivale, nella mentalità dell’uomo medievale, ad essere arrivati al grado più basso della scala sociale, ovvero all’equiparazione con gli animali. Il capitolo “Mercanti” illustra con dovizia di fonti e documentazione il percorso che dovevano fare le navi comacchiesi sotto il regno longobardo di Liutprando per arrivare a Pavia e a quale pioggia di dazi fossero sottoposte.

Infine “Alimentazione e cucina” e “Il sale e la vita dell’uomo” sono capitoli imperdibili per chi scrive racconti o romanzi storici. Nel primo si entra direttamente in cucina, si preparano le pietanze insieme al cuoco di turno e si prende ispirazione da raccolte di ricette; si parla bevande aromatiche e fermentate, insieme a metodi di preparazione, insaporimento e conservazione dei cibi assai intelligenti. La preziosità del sale è ben nota sia come elemento per insaporire sia per conservare, e l'indicazione evangelica "Voi siete il sale della terra" la dice lunga sul tesoro rappresentato nei secoli da questo ingrediente e per cui si combatterono guerre.

Grazie al saggio di Montanari, si può dunque fare una vera e propria immersione nel passato per dare una coloritura più credibile e veritiera alle scene conviviali che scaturiscono dalla nostra penna, se scriviamo di Medioevo.

***

Fonti:
Alimentazione e cultura nel Medioevo di Massimo Montanari - Editori Laterza

Immagini:

  • Cucina medievale
  • Sant'Onofrio anacoreta in una icona bizantina
  • Macellaio – miniatura dal De Univers” di Rabano Mauro – Montecassino, X-XI sec.
  • Arazzo di Bayeux - Scena 43 : il vescovo Odon benedice il banchetto - Bayeux, seconda metà dell'XI secolo
  • Copertina del libro


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mercoledì 22 marzo 2017

Il Caffè della Rivoluzione: "Chi l'ha visto?" Il giallo dello sceneggiato smarrito / 17



In seguito all'ottimo riscontro che aveva avuto il mio articolo sugli sceneggiati storici Rai (qui il link, per chi volesse leggerlo), colgo l'occasione per parlarvi di un altro sceneggiato che ha una storia molto particolare. Non l'ho visto da ragazzina, a differenza di molti altri sceneggiati e film inerenti al periodo della Rivoluzione, vecchi e nuovi, e che sto rivedendo con immensa goduria; anche perché... scomparve nel nulla.

Sto parlando de I Giacobini  del 1962, diretto da Edmo Fenoglio e basato sull'omonimo dramma teatrale di Federico Zardi, anche curatore della riduzione televisiva. Leggo che si trattò, all'epoca, della più grande produzione realizzata dalla televisione italiana, con un costo intorno ai 300 milioni di lire del tempo e un cast, fra attori e comparse, mai così ricco per una produzione destinata al piccolo schermo. Come sempre, i ruoli principali, e non solo, erano affidati a eccellenti attori di teatro. Tanto per citarvi qualche nome Serge Reggiani recitava nei panni di Maximilien de Robespierre, Alberto Lupo in quelli di Camille Desmoulins, e Sylva Koscina nel ruolo della moglie Lucile Duplessis. Gli altri ruoli principali sono ricoperti da Carlo Giuffré, Valeria Ciangottini, Warner Bentivegna (ovviamente nel ruolo di Saint-Just), Franco Volpi e Lia Zoppelli.

Dopo essere stato replicato nel 1963, lo sceneggiato scomparve dagli Archivi RAI. Pouf. Come se si fosse volatilizzato. Su alcuni articoli ho letto che, essendo stato troppo apprezzato dal Partito Comunista Italiano, le "pizze" vennero fatte sparire di proposito per non essere mai più ritrovate. Il solo audio delle sei puntate è stato recuperato nel 2012, grazie a uno spettatore che lo registrò, e che lo ha donato all'emittente di Stato.

Le sei puntate audio sono dunque reperibili su Youtube. Ora, ho una discreta conoscenza della Rivoluzione Francese, ma senza le immagini è quasi impossibile capire che cosa sta succedendo. Ho provato a sentire un pezzetto della prima puntata in cui presumibilmente c'è una scena all'Accademia dei Rosati, un circolo letterario e poetico cui il giovane Robespierre si iscrisse nella sua città natale, Arras. Il ritmo è lento come era consuetudine per questi sceneggiati Rai dell'epoca, dato che l'azione era in presa diretta esattamente come succede in teatro, e la mancanza delle immagini contribuisce ad accentuare il senso di estraniamento. In conclusione... chi ci capisce è bravo e si va a finire nel mero campo delle ipotesi.

La cosa strana è che è invece reperibile lo sceneggiato che parla dell'epoca successiva, ovvero I Grandi Camaleonti del 1964 sempre diretto da Edmo Fenoglio. Il titolo si riferisce al trasformismo di personaggi come Paul Barras, Joseph Fouché, Talleyrand, e lo stesso Napoleone Bonaparte, che non esitarono a rinnegare gli ideali su cui avevano fondato l'inizio della loro ascesa politica. Come a dire che nulla cambia nella Storia. Mentre nel caso del primo sceneggiato è impossibile che io l'abbia visto, essendo nata per l'appunto nel 1963 (anno della sua ultima apparizione), qui la memoria mi tradisce e non sono in grado di dire se l'abbia visto o meno. Mi piacerebbe però recuperarlo, visto che ne ho facoltà, e vi propongo qua sotto un fotogramma tratto dalla puntata 11, con abiti ricamati in puro stile Direttorio.

Ora, come è possibile che un innocuo sceneggiato, e non un manifesto di violenta propaganda politica, sparisca in questa maniera dagli archivi della nostra emittente di Stato? La Democrazia Cristiana ne aveva così paura? Purtroppo all'epoca non esistevano ancora i videoregistratori, e forse bisogna consolarsi dicendo che almeno abbiamo l'audio. Però è davvero un peccato.

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Siccome ho rivisto di recente parecchi sceneggiati Rai, vi piacerebbe se scrivessi altri post sull'argomento, suddividendoli per generi in modo da continuare il nostro amarcord collettivo? 

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sabato 18 marzo 2017

Galleria di grandi donne: Amalia Moretti Foggia / 4


Con vero piacere vi presento una donna che moltissimi anni fa era la mia vicina di casa, dato che in estate abitava a Cusano Milanino, località limitrofa a Cinisello Balsamo! Ovvero Amalia Moretti Foggia, meglio conosciuta alla sua epoca con lo pseudonimo di Dottor Amal con cui dava consigli pediatrici su La Domenica del Corriere; e anche come Petronilla nella sua rubrica di ricette di cucina e consigli nutrizionali.

Ebbi io stessa la fortuna di scoprirla grazie al bel libro Le voci di Petronilla, scritto a quattro mani da Roberta Schira e Alessandra de Vizzi il cui sottotitolo recita: Storia di una modernissima donna d'altri tempi, uno scorcio di vita femminile italiana dal 1872 al 1947. Questo gradevolissimo romanzo biografico, che mi farà da guida per presentare Amalia Moretti Foggia, è basato su accurate ricerche in archivi, documenti dell'epoca, fatti di cronaca e costume, eventi storici cruciali, e offre uno spaccato sociale dell'Italia tra il 1872 e il 1947 che attraversa ben due guerre mondiali e innumerevoli trasformazioni. Si tratta di un'ottima pietra di paragone anche per compiere una riflessione sulle condizioni della donna di allora in rapporto a quella odierna; e se molto sia cambiato o sia cambiato solo in apparenza.

Le autrici immaginano che Amalia, ormai anziana e con pochi mesi di vita davanti a sé, scriva le sue memorie, avvalendosi di lettere, ricordi, diari, cartoline e dell'aiuto dell'amatissimo marito Domenico, medico come lei. Non vuole essere ricordata solo per un aspetto della sua personalità, quella di Amal o di Petronilla, ma nella sua complessità di essere umano. Nel prologo del libro afferma quale è stato il concetto che ha guidato la sua intera esistenza: "Una volta capito a cosa siete chiamate dal destino, non permettete a nessuno di farvi rinunciare alla vostra natura, di farvi tradire la vostra indole. Essere infedeli a se stessi è l'unico vero tradimento, quello che ci annienta e dal quale non ci si solleva più, perché rappresenta la morte interiore. Donne, ricordate che lo scopo di ogni essere umano è diventare quello che si è. Donne, siate padrone della vostra vita proprio come io lo sono stata della mia. E vi voglio raccontar come."


L'INFANZIA MANTOVANA

Amalia nasce a Mantova nel maggio 1872, da un padre farmacista, proveniente da cinque generazioni di speziali. Amalia è particolarmente amata in quanto la madre ha perso un bambino in precedenza a causa di un'epidemia di vaiolo. La bimba però è gracile, e le viene diagnosticata una forte enterite che ben pochi bimbi superano all'epoca. Il padre però non si perde d'animo e prepara un rimedio che le salva la vita.

Amalia cresce curiosa e intelligente, e trascorre lunghe ore nel negozio del padre e osservandolo mentre prepara erbe e distillati, e discorre con i clienti. Quando è in grado di farlo, comincia a leggere gli appunti paterni e a prendere familiarità con le ricette volte a curare malattie e malesseri. Proprio con il padre s'instaura in famiglia il legame più forte, poiché egli non solo le trasmette l'amore per il suo mestiere, ma sviluppa in lei anche quel senso d'indipendenza e quella mentalità priva di pregiudizi che le sarà da guida per tutta la vita. E tutto questo alla fine del 1800!

La madre muore nel 1884 e, dopo pochi anni, il suo posto viene preso dalla sorella, la zia Cleonice, con cui Amalia avrà rapporti non sempre facili. Amalia frequenta il liceo Virgilio e, nonostante il dolore per quella madre "regale", per lei è importante continuare a studiare con profitto, e si diploma con ottimi voti il 15 luglio 1891. Data la sua predisposizione agli studi, è scontata in famiglia una sua iscrizione all'università di Padova.


GLI STUDI UNIVERSITARI A PADOVA

Il padre Giovanni Battista sogna di vederla diventare farmacista per prendere il suo posto, un giorno, nel negozio, ma Amalia vorrebbe iscriversi a Scienze Naturali. Consapevole di dare una grande delusione per il padre, stipula con lui un patto: si iscriverà a Scienze Naturali e se, dopo un anno, non otterrà brillanti risultati, passerà a Chimica farmaceutica senza perdere nulla degli studi fatti essendo alcuni insegnamenti comuni. Affare fatto! E quindi parte per Padova insieme alla famiglia per trovare un alloggio e venire presentata ad amici del padre in modo che possano aiutarla in caso di bisogno. All'università, però, sarà sola, in un mondo dove gli studenti maschi sono la stragrande maggioranza. Nonostante questo, Amalia si fa rispettare, e allaccia numerose amicizie nel vivace ambiente studentesco, che si ritrova allo storico Caffè Pedrocchi. Tiene fede ai suoi propositi e si laurea in Scienze Naturali a soli ventitrè anni, avvalendosi anche di una borsa di studio. In questo periodo intenso, Amalia vive anche una storia d'amore con un assistente nella Facoltà di Medicina, Lucio Bellandi. E proprio l'amore che prova per quest'uomo sarà galeotto per la nuova svolta che imprimerà alla sua vita.

Anche per amor suo infatti Amalia si trasferisce a Bologna per intraprendere gli studi di Medicina. La storia d'amore non va a buon fine, perché Amalia scopre un'intricata storia nobiliare per cui il fidanzato è costretto a sposare la futura cognata incinta, e salvare l'onore della famiglia. Delusa dalla sua prima importante relazione, ma più che mai determinata a farsi onore negli studi, Amalia ottiene una nuova borsa di studi. Si laurea in medicina come terza donna medico d'Italia, in un periodo dove già era insolito che una donna studiasse anziché diventare moglie e madre, e ancora più insolito che entrasse in una branca lavorativa riservata agli uomini. E con un brillantissimo risultato: 110 / 110! Grande e tenace Amalia.

Purtroppo una grave e trascurata peritonite le toglie la possibilità di diventare madre, cosa di cui patirà molto, ma che sarà determinante per concentrare le sue cure professionali e umane sulle donne e sui loro bambini, che, a qualsiasi categoria sociale appartengono, rappresentano la parte più disprezzata e debole della società.


Milano agli inizi del 1900


AMALIA ARRIVA A MILANO

Nella sua parentesi fiorentina, durante la quale si specializza in pediatria presso la clinica Mayer, Amalia allaccia nuove amicizie con alcune delle donne più influenti e determinate dell'epoca, come Anna Kuliscioff e Matilde Serao, che manterrà per tutta la vita. Decide di recarsi a Milano, città in pieno fermento politico e sociale, che per lei rappresenta la possibilità di svolgere la sua professione al meglio delle sue capacità. Arrivata nel capoluogo lombardo con una dotazione di appena 500 lire a disposizione, si mette a cercare lavoro. A Milano riceve aiuto e solidarietà delle femministe dell’epoca come Sibilla Aleramo, Anna Maria Mozzoni e Alessandrina Ravizza, cui ho dedicato un intero articolo (qui il link, per chi lo avesse perso). Si lega di profonda amicizia soprattutto con la poetessa Ada Negri.

Dal 1902 Amalia lavora alla Poliambulanza, che ha sede nel casello daziario di in Porta Venezia. Per quarant'anni vi esercita la professione di pediatra. Non cura soltanto i corpi, ma si sforza di incoraggiare le madri all'indipendenza, ad esempio non accettando come naturale la violenza maschile. Nel tempo stesso, Amalia è ben calata nella realtà e spesso fa da intermediaria e parla con il coniuge violento, cercando di trovare delle soluzioni ma mettendo sempre al primo posto la salvaguardia della dignità e della salute delle donne. Cura le operaie, esauste per il lavoro in fabbrica, e ammalate di esalazioni tossiche e per i materiali con cui venivano in contatto; le ragazze giunte dalle campagne e poi finite a prostituirsi; le domestiche violentate dai padroni e costrette a sbarazzarsi del bambino, e che ricorrevano a rimedi pericolosi; o donne che, molto spesso, mentono sulla causa delle ecchimosi che hanno sul corpo. Amalia cura i loro bambini, resi gracili dalla miseria e dalla fame, o dalla malnutrizione.

Nello stesso anno sposa il dottor Domenico Della Rovere. Non avranno figli, ma Amalia riverserà le sue cure materne sui piccoli pazienti e, come zia, sui figli dei suoi fratelli.


LE RUBRICHE SU LA DOMENICA DEL CORRIERE

Il 1899 è l'anno di nascita de La Domenica del Corriere, un inserto che compare una volta alla settimana. Amalia viene incaricata di tenere una rubrica di consigli pediatrici, che firma con lo pseudonimo di dottor Amal - firmare con il suo vero nome sarebbe stato impensabile e nessuno avrebbe letto la rubrica scritta da una donna, per quanto capace.

Nella rubrica spiega con un linguaggio semplice e divulgativo le proprietà delle erbe e il loro utilizzo, rivolgendosi non ai medici o ai professori, ma a uno strato sempre più diffuso di donne che possono usufruire dei suoi consigli, e migliorare un po' la loro esistenza e quella dei loro figli. Le rubriche hanno un successo strepitoso, al punto da essere raccolte in un volume dal titolo Le piante alimentari e medicinali del dottor Amal.

A distanza di breve tempo le viene richiesto di tenere una seconda rubrica di ricette che scrive sotto lo pseudonimo di Petronilla e dove si presenta come "una donna qualsiasi" senza svelare la sua vera identità in modo da non mettere in soggezione le sue lettrici.  Come medico pediatra e figlia di un farmacista, Amalia conosce alla perfezione le proprietà nutritive dei cibi e quelle medicamentose delle piante, e quindi chi meglio di lei?

Il pregio delle ricette di Petronilla infatti non è soltanto quello di essere gustose e realizzate con ingredienti facilmente reperibili, e riutilizzando anche gli avanzi, ma di avere un alto valore nutritivo ed essere poco incidenti sull'economia domestica in un'epoca in cui le persone contavano anche i centesimi. Con pochi accorgimenti e variazioni, i piatti potranno sembrare sempre diversi ed essere graditi al palato. Oggi c'è una sovrabbondanza di programmi televisivi gastronomici, e tutti cucinano e gareggiano, e capita di sentire proclamare delle verità che sembrano la scoperta dell'acqua calda, come quella di recuperare gli avanzi dei giorni precedenti, cosa che nel 1900 era naturale perché nulla si sprecava.

Amalia è anche convinta che il cibo sia non solo una necessità del corpo, ma anche una forma di convivialità, e che attorno alla tavola gli animi si rasserenino più facilmente. Avendo viaggiato con il marito anche in luoghi esotici, ha capito che il cibo ha una matrice culturale, e ha valenza di memoria. A noi tutto questo sembrerà poca cosa, ma a quell'epoca era una novità assoluta.

Ben calata nella realtà tramite la sua professione e quindi consapevole delle difficoltà delle donne, Amalia con le sue rubriche sarà di grande aiuto alle famiglie nel drammatico periodo delle due guerre mondiali. All'epoca i razionamenti alimentari saranno una costante dell'esistenza, specialmente nelle città che non hanno facile accesso al cibo e che quindi patiranno maggiormente i bombardamenti, la denutrizione, la fame.


GLI ULTIMI ANNI

Amalia e Domenico hanno anche una casa di villeggiatura fuori città, dove trascorrono le estati in mezzo al verde e in compagnia dei nipoti, che serve anche come rifugio quando i bombardamenti colpiscono duramente Milano e per nascondervi due ebrei dalle retate. Continuano ad avere moltissimi amici fra i letterati, gli intellettuali e gli artisti dell'epoca, essendo uno dei fratelli di Amalia, Mario, un pittore affermato. Un altro caro amico è Luigi Buffoli, l'ideatore della Cooperativa a Milano, un'unione al servizio dei consumatori che nel giro di pochi anni consente a indigenti, operai e impiegati di comprare beni di prima necessità a prezzi contenuti. Luigi crea anche la sua città-giardino sul modello di quelle inglesi, e nasce così Milanino di cui vi ho parlato all'inizio del post.

Amalia muore nel 1947, a Milano, a poca distanza dalla fine della guerra. Con lei se ne vanno il dottor Amal e Petronilla, ma le sue scelte di assoluta indipendenza, la sua opera di medico pediatra, le sue rubriche di consigli - in sintesi, il suo impegno esistenziale per l'emancipazione della donna - costituiscono un esempio valido ancora oggi e certamente un modello da seguire.


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Fonti:
Le voci di Petronilla di Roberta Schira e Alessandra de Vizzi - Salani editore
Immagini dal web in pubblico dominio

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mercoledì 15 marzo 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Il codice del ventaglio / 16




Qualche anno fa sono andata a visitare la Villa Visconti Borromeo Litta a Lainate, un gioiello architettonico a poca distanza da dove abito (qui il link, se volete fare un giro virtuale oppure organizzare una gita). Si tratta di una villa di rappresentanza nata nella seconda metà del XVI secolo e valorizzata da un accurato restauro, ed è diventata il luogo ideale per eventi, concerti, mostre di pittura.

Ha inoltre un parco proclamato nel 2016 il più bello d'Italia. Qui e nel Ninfeo sono celati dei giochi d'acqua con cui i padroni di casa si dilettavano a sorprendere i loro ospiti, innaffiandoli grazie a un ingegnoso sistema  idraulico. Gli spruzzi e le piogge, che dal 1971 hanno ripreso a funzionare, si attivano nelle maniere più disparate e insidiose: quindi i getti arrivano da sotto, lateralmente o dal soffitto del Ninfeo oppure quando ci si siede su determinate panche di pietra. Sebbene in misura minore, la stessa cosa accade nel giardino monumentale della Villa Barbarigo Pizzoni di Valsanzibio, che però è un po' più distante essendo in Veneto, almeno per me (qui il link).

Dopo la visita guidata e l'innaffiatura, particolarmente gradita dato che eravamo nel mese di luglio, siamo andati sul retro della villa per un rinfresco in giardino, e là abbiamo incontrato una compagnia di rievocazione storica con varie dame e cavalieri vestiti coraggiosamente in velluti e stoffe nello stile del 1700. Una delle accaldate dame aveva in mano un ventaglio. Muovendolo con consumata perizia, ci ha spiegato una cosa magnifica: che il ventaglio non serviva soltanto per farsi vento, ma che, a seconda della posizione, diventava un vero e proprio telegrafo a stecche. Alle volte i due innamorati si trovavano in un consesso dove non potevano parlarsi, oppure urlare da un capo all'altro della stanza; quindi la dama usava il ventaglio per comunicare messaggi all'amato, o all'amata a seconda dei gusti. Era quindi della massima importanza imparare a maneggiare questo oggetto per non incorrere in pericolosi fraintendimenti.

Ho fatto dunque una ricerca sul web, scoprendo innanzitutto che il linguaggio del ventaglio viene ben spiegato nel 1760 dal marchese de Caraccioli in un suo libro; quindi pare che proprio nel 1700 inizi una sorta di codifica nell'uso dell'oggetto come strumento di comunicazione, che toccherà i suoi vertici nel secolo XIX. Da sempre i ventagli sono oggetti pregiati e quindi usati dalle classi aristocratiche, in quanto il popolo non ha certo tempo di sventagliarsi. Quelli in carta stampata durante la Rivoluzione, però, permettono di diminuire il prezzo al pubblico e divengono per sé stessi strumenti di propaganda politica, come del resto accade a moltissimi oggetti di vita comune quali stoviglie, vasellame, posate, tabacchiere.

Sui seguenti link a siti storici e d'antiquariato potrete ammirare altri ventagli del 1700 francese: Le Cercle de l'EventailaujourlejourFan d'Éventails. anche se non sono gli unici. Quello che potete osservare qui apparteneva comunque alla regina Maria Antonietta.
Arriviamo dunque al clou del mio post, ovvero al linguaggio del ventaglio. Tutti pronti con il ventaglio in mano? Bene, incominciamo! Quelli che vi riporto qui sono i "messaggi principali" che potete trasmettere:

  1. Sostenere il ventaglio con la mano destra di fronte al viso: seguimi.
  2. Sostenerlo con la mano sinistra di fronte al viso: vorrei conoscerti.
  3. Coprirsi per un po' l'orecchio sinistro: vorrei che tu mi lasciassi in pace.
  4. Lasciarlo scivolare sulla fronte: sei cambiato.
  5. Muoverlo con la mano sinistra: ci osservano.
  6. Cambiarlo alla mano destra: ma come osi?
  7. Lanciarlo con la mano: ti odio!
  8. Muoverlo con la mano destra: voglio bene ad un altro!
  9. Lasciarlo scivolare sulle guance: ti voglio bene!
  10. Mostrarlo chiuso e fermo: mi vuoi bene?
  11. Lasciarlo scivolare sugli occhi: vattene, per favore.
  12. Far scivolare un dito dell'altra mano sui bordi: vorrei parlarti.
  13. Appoggiarlo sulla guancia destra: si.
  14. Appoggiarlo sulla guancia sinistra: no.
  15. Aprirlo e chiuderlo lentamente e ripetutamente: sei crudele!
  16. Abbandonarlo lasciandolo appeso: rimaniamo amici. 
  17. Sventagliarsi lentamente: sono sposata.
  18. Sventagliarsi rapidamente: sono fidanzata.
  19. Appoggiarsi il ventaglio sulle labbra: baciami!
  20. Aprirlo molto lentamente con la destra: aspettami.
  21. Aprirlo molto lentamente con la mano sinistra: vieni e parliamo.
  22. Colpirsi la mano sinistra con il ventaglio chiuso: scrivimi.
  23. Chiuderlo a metà sulla destra e sulla sinistra: non posso.
  24. Aperto massimamente ma coprendo la bocca: non ho uomo.
***

Ecco, ora che abbiamo imparato il linguaggio del ventaglio possiamo esercitarci a comunicare con il nostro amato bene a seconda del nostro stato d'animo. Quali punti usereste di più? ;-) Conoscete qualche curiosità anche sui ventagli orientali?

***

Fonte:
  • Wikipedia
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sabato 11 marzo 2017

Il mondo degli animali: protagonista è il serpente / 11


Ehilà! C'è qualcuno che mi sta leggendo? Se qualche lettore coraggioso c'è, gli faccio i miei complimenti in quanto il post sul serpente corredato dall'usuale immagine di apertura non è per tutti! Del resto mi pareva di fare un torto a questo animale che ha una pessima fama se non gli avessi assegnato la consueta foto di inaugurazione.

Col termine serpente, oppure ofide, vengono comunemente chiamati i rettili squamati appartenenti al sottordine Serpentes Linnaeus, 1758 (od Ophidia). Sono strettamente imparentati con le lucertole, considerate più "graziose" se non altro perché non uccidono le prede per inoculazione di veleno o costrizione. I serpenti sono animali carnivori, e si nutrono quindi di piccoli animali, compresi altri rettili, uccelli, uova o insetti. Ingoiano la preda senza masticarla poiché, disponendo di una mandibola estremamente flessibile, possono aprire la bocca e ingoiarla in un sol boccone, anche se questa è di grandi dimensioni.

A livello simbolico, letterario e artistico, il serpente è un animale carico di significati. Particolarmente ricco si è rivelato quindi il repertorio cui attingere, da cui ho tratto alcuni esempi che conosco a sufficienza. Ho già in mente di fare un secondo post dedicato al serpente, quindi preparatevi! Partiamo dunque con il serpente letterario e biblico più famoso di tutti i tempi.


Il serpente nel giardino dell’Eden

Nel capitolo 3 di Genesi i progenitori Adamo ed Eva vivono nel giardino creato per loro da Dio. Ma ecco che, sbucato dal nulla, appare il serpente.

1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». 
2 Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 
3 ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». 
4 Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! 
5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». 
6 Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò.

Come tutti sanno, il prosieguo della storia prevede che Dio, venuto a sapere della disubbidienza delle sue creature a mezzo del tentatore, maledice il serpente. Pone inimicizia tra lui e la stirpe della donna e lo condanna a strisciare e a mangiare la polvere fino alla fine dei suoi giorni, e la donna lo schiaccerà sotto il suo calcagno. E, naturalmente, anche i progenitori vengono allontanati dall'Eden, ovvero dalla vicinanza di Dio e dallo stato di grazia conseguente. 

Il serpente del passo biblico viene associato a Satana. Fiumi d'inchiostro sono stati versati sul passo citato, quindi lungi da me volermi lanciare in dissertazioni teologiche in questo modesto articolo e in uno spazio così esiguo. Quello che mi ha sempre colpito nella maledizione divina a carico del serpente è che Dio lo condanna a strisciare sul ventre, e quindi se ne può dedurre che, prima, deambulasse su due zampe o comunque si tenesse eretto. Il che presuppone se non un animale bipede, qualcosa di molto simile a un essere umano. Per questo motivo ho scelto il quadro che potete vedere sopra; purtroppo non ho trovato l'autore, anche se il tratto duro parrebbe far pensare a una scuola tedesca, come Lucas Cranach ad esempio.


L'ureo nei copricapi dei faraoni dell’Antico Egitto e il serpente di bronzo

Il serpente non è sempre un simbolo negativo, anzi! Proseguendo in ordine cronologico, possiamo ricordare la decorazione a forma di serpente posta, in origine, ai lati del disco solare e successivamente sul copricapo dei sovrani egizi. Nello specifico l'ureo era la rappresentazione del serpente cobra, sacro alla dea Uadjet, venerata nel 19º distretto del Basso Egitto, una delle due divinità protettrici del sovrano. Insieme alla barba posticcia, l'ureo era uno dei simboli esteriori della regalità.

Qui accanto potete vedere la celeberrima, splendida maschera funeraria dell'antico faraone egizio Tutankhamon (1332 a.C.-323 a.C.), posta nel Museo del Cairo. Tutankhamon indossa il copricapo nemes sormontato dalle insegne regali giustappunto del cobra (Uadjet) e dell'avvoltoio (Nekhbet), che simboleggiano il potere del faraone sull'Alto e Basso Egitto.

Un altro serpente benefico e, anzi, curativo è quello di bronzo, anch'esso di biblica memoria. Gli Israeliti sono stati liberati dalla schiavitù in Egitto e viaggiano verso la terra promessa, guidati da Mosè. Ma il viaggio è duro e molti si loro si lamentano. Dio li punisce inviando fra loro dei serpenti velenosi che mietono numerose vittime. Il popolo pentito si rivolge allora a Mosè affinché preghi il Signore di allontanare i serpenti. Dopo la preghiera di Mosè, Dio gli ordina di forgiare un serpente di bronzo e di collocarlo in vista del popolo: chiunque fosse stato morsicato dai serpenti velenosi, si sarebbe potuto salvare solo guardando verso il serpente di Mosè.

Ci sono diverse raffigurazioni del serpente di bronzo, ma il mio preferito è, com'è ovvio, il serpente collocato nella chiesa milanese di Sant'Ambrogio. È posto alla sommità di una colonna con capitello corinzio e la sua fattura è così realistica da sembrare che stia per guizzare via e scendere dalla colonna sopra cui è posto.

Questo serpente specifico ha un'origine piuttosto misteriosa, ed è detto di Basilio II in quanto si dice che venne donato dal basileus  di Costantinopoli attorno all'anno 1000. Con il tempo gli furono attribuite proprietà taumaturgiche, tanto che le donne portavano i figli affinché "il serpente" li curasse, fino a quando l'intervento di San Carlo Borromeo non pose fine a pratiche che considerava idolatriche.


Il serpente nello stemma Visconti 

Di recente non ho più avuto modo di parlare di Bernabò Visconti (qui il link per chi non lo conoscesse), e quindi mi è arrivato da messere un vero scappellotto virtuale. Mi affretto quindi a porre rimedio e a illustrarvi il serpente più famoso di tutta l'araldica medievale nostrana, ovvero di quello che campeggia nello stemma della famiglia Visconti. Il cognome deriva dal latino vice comitis, che significa "vice conti".

Per la verità le origini dello stemma sono incerte, e non si sa nemmeno se sia un serpente, una vipera oppure un drago. Inoltre non è sicuro se la persona che tiene nelle fauci sia un bambino o un saraceno, e se lo stia ingoiando o rigettando. Il rettile ondeggia sulla punta della coda e spesso ha la corona alla sommità del capo. Nell'immagine qui proposta, potete vedere quello che campeggia sul muro esterno dell'Arcivescovado di Milano. La Bissa milanese è invece blu nella versione colorata, usanza che parrebbe derivata da una rappresentazione longobarda.

Quello che è certo è che i componenti della famiglia Visconti, abilissimi comunicatori e propagandisti di se stessi, avvolsero la nascita dello stemma nella leggenda. Infatti secondo Michel Pastoureau, nel libro Medioevo simbolico, in origine i Visconti erano soltanto signori di Anguaria, il cui nome evoca il latino anguis (serpente) e, nella metà del XIV secolo i Visconti introducono a ragione dello stemma una leggenda ammantata di eroismo.

Ecco alcune delle sue molte versioni. La prima narra che Bonifacio, signore di Pavia, sposa Bianca, figlia del duca di Milano. Mentre Bonifacio combatte contro i Saraceni, il figlio viene rapito e divorato da un enorme serpente. Al rientro dalla guerra, Bonifacio si mette sulle tracce del serpente e, scovatolo, lo uccide facendogli vomitare il proprio figlio miracolosamente vivo. Un'altra versione prevede invece che il loro capostipite adotti il rettile nel proprio stemma dopo essersi salvato dal morso di una vipera entratagli nell'elmo durante la Prima Crociata. Un'altra versione, ancora diversa, racconta che il Visconti fu invogliato a far proprio il serpente dopo aver ucciso il drago Tarantasio, un bestione che terrorizzava gli abitanti del lago Gerundo nella zona di Lodi, mangiava i bambini, fracassava barche e aveva pure l'alito pestilenziale.

In tutti i modi i Visconti adottarono un simbolo che, con l'andar del tempo, suscitò un vero e proprio terrore. Chi avvistava le insegne con la Biscia milanese cominciava a tremare perché erano guai sicuri in arrivo. Tra i maggiori nemici dei Visconti erano i fiorentini che crearono per l'occasione dei sonetti con cui gratificavano l'ambiziosa Milano con il titolo di "serpe", "vipera" e altri epiteti affettuosi, stramaledicendola come in questo passaggio del Sonetto per San Miniato di Franco Sacchetti (1370).






Biscia nimica di ragione umana,
che 'l verno, quando l'altre stan sotterra, 
tu vai mordendo e faccendo guerra, 
mancata t'è la tua speranza vana!



Man mano che i membri della famiglia Visconti si succedevano al potere, ognuno di loro apportava dei cambiamenti per "personalizzare" il rettile che compariva ovunque, quindi anche sulle monete. Ad esempio sotto il nostro Bernabò Visconti era diventato un drago crestato come nel fiorino che potete vedere qui sopra. La moneta ha lo scudo dal biscione sormontato dal cimiero con il drago crestato e ai lati le lettere D – B, il tutto entro cornice di quattro semicerchi e quattro angoli. Posso supporre che B fosse l'iniziale di Bernabò, mentre non ho la minima idea di che cosa sia D. Sul retro invece la biscia è sormontata da aquila e accostata dalle lettere D – B.

Sotto il dominio del nipote e ormai duca Gian Galeazzo, la biscia era inserita nel sole serpentiforme i cui raggi evocavano il guizzo di moltissime serpi, come nell'affresco della Rocchetta al Castello Sforzesco di Milano, che potete vedere qui. Beh, insomma, in qualsiasi modo fosse raffigurata, sempre biscia era... e la cosa più straordinaria è che il sole serpentiforme "esplode" letteralmente nella magnifica vetrata dell'abside del Duomo di Milano:



Per concludere rammento il motto Visconti. su cui ogni commento è superfluo:


Vipereos mores non violabo
Non violerò le usanze del serpente


Sir Biss nel film d'animazione Robin Hood (1973)

Sopravvissuti a stento dalle grinfie dei luciferini Visconti, riportiamo il sorriso sulle nostre labbra e facciamo un collegamento ideale con il Medioevo del soggetto precedente. Sir Biss (Sir Hiss in inglese) non poteva certo mancare nella mia galleria di serpenti, perché, nonostante il suo ruolo, è davvero simpatico in quanto è spesso vittima delle sfuriate di re Giovanni.

Si tratta di un personaggio del film d'animazione Robin Hood di Walt Disney, dove  i protagonisti della ben nota storia sono tutti interpretati da animali. Giovanni Senzaterra, usurpatore del trono al fratello Riccardo partito per le crociate, è un leone capriccioso, infido e mammone. Si avvale di un unico consigliere, ovvero Sir Biss, un cobra reale vestito di mantello e cappellino piumato e dalla parlata sibilante, ma che viene ascoltato molto di rado dal sovrano. Il re lo strapazza continuamente, e una volta gli rompe uno specchio in testa, al che Sir Biss esclama: "Gasp! Sette anni di guai! E avete rotto lo ssspecchio di vostra madre!" mandando il re in crisi edipica con tanto di pollice ficcato in bocca.


Curiosità: il serpente più velenoso del mondo

Per concludere, il Taipan occidentale è il serpente più velenoso del mondo. La resa massima registrata per un morso è 110 mg, sufficiente per uccidere circa 100 esseri umani, o 250.000 topi. È 50 volte più velenoso del Cobra comune. Se volete vedere il Taipan, cliccate qui.

***

Non vi chiederò se vi piacciono i serpenti, ma se siete riusciti ad arrivare fino in fondo alla mia carrellata e se avete qualcosa da raccontare di vostri incontri con questi rettili. Io ne ho diversi!

***

Fonti:
Immagine iniziale: Pixabay
Fiorino visconteo: http://www.astanumismatica.it/
Immagine dell'abside del Duomo scattata da me
Tutte le altre immagini: Wikipedia

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mercoledì 8 marzo 2017

Il Caffè della Rivoluzione: La Primula Rossa esisteva davvero! / 15






Quando ero bambina mio padre mi raccontava la classica fiaba della buona notte. Mi faceva scegliere tra vari soggetti: le storie di Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo, oppure quelle di Lord Lister (o Raffles) un nobile inglese di epoca vittoriana, ormai poco conosciuto, con il vizio di rubare come Lupin. Potevo anche scegliere tra I Promessi Sposi, I tre moschettieri e altri classici per l'infanzia, le fiabe di Esopo, le parabole dei Vangeli e le... storie della Primula Rossa. Bene, otto volte su dieci sceglievo queste ultime. Mio padre non leggeva da nessun libro, ma le narrava a memoria. Non so se è da questa consuetudine che è nato il mio interesse per il periodo storico della Rivoluzione Francese; fatto sta che perdura ancora oggi, epoca in cui ho abbondantemente superato l'età per le fiabe.

Solo dopo molto tempo ho scoperto che La Primula Rossa (The Scarlet Pimpernel) è un ciclo di romanzi scritti dalla baronessa Emma Orczy e pubblicati in fascicoli agli inizi del '900. Il ciclo è molto popolare nel mondo anglosassone, mentre in Italia non viene ristampato integralmente almeno dagli anni '60. L'editore Newton Compton ha ripubblicato il primo romanzo omonimo del ciclo negli anni '90. Nel 2012, l'editore Salani ha dato alle stampe una nuova incarnazione cartacea de "La Primula Rossa", che potete vedere qui accanto.

Le vicende sono appunto ambientate nel periodo della Rivoluzione Francese, all'epoca del Terrore. Le teste cadono come tegole, quand'ecco che comincia ad agire una misteriosa figura a capo di un gruppo, che s'ingegna in tutti i modi per salvare gli aristocratici condannati alla ghigliottina. A firma delle sue imprese lascia  una primula rossa, uno dei primi fiori che sboccia dopo il disgelo. Come a dire, un annuncio di speranza dopo l'inverno della disperazione e della morte.

Dietro il personaggio si muove il nobile inglese sir Percy Blakeney, insospettabile "damerino incipriato" e fedele amico del principe di Galles; un po' ricorda don Diego de la Vega, l'indolente gentiluomo che in realtà cela l'infallibile giustiziere Zorro e che agisce nella California sotto il dominio spagnolo. L'espressione ha avuto una tale fortuna che a oggi si indica come una "primula rossa" un ricercato dalle forze dell'ordine che riesce sempre a far perdere le sue tracce; o, più semplicemente, una persona inafferrabile di cui non si conosce l'identità.

Premetto di non aver visto nessuno dei film che sto per menzionare, ma, per amor di completezza, aggiungo che le imprese della Primula Rossa sono state riproposte fin dai tempi del cinema in bianco e nero. Nel 1917, viene prodotto The Scarlet Pimpernel, con Dustin Farnum come protagonista; nel 1934 è la volta del film con Leslie Howard, ovvero il lagnoso Ashley di Via col Vento. Abbiamo avuto un La primula rossa nel 1982 con Anthony Andrews nel ruolo del nobile inglese, che pare non sia un granché. La versione più recente è una miniserie TV del 1999-2000 in cui l'eroe è interpretato dall'attore Richard E. Grant.


Ma la cosa più straordinaria è che... la Primula Rossa esisteva davvero! Esattamente come il personaggio letterario, anche lui agiva nell'ombra, assumeva varie identità e mai nessuno riuscì a catturarlo.

Il suo nome era "barone" Jean-Pierre de Batz, nato nel 1754 e morto nel 1822, un uomo la cui reale origine è avvolta nel mistero. Nella biografia Saint-Just di Mazzucchelli viene presentato come la bestia nera dei rivoluzionari: misterioso, audace, inafferrabile, finanziatore di agenti, corruttore di uomini, ideatore di complotti  veri o fasulli che siano  con lo scopo di gettare la confusione e l'incertezza tra i deputati della Convenzione. E, cosa più importante, metterli l'uno contro l'altro per provocare una carneficina, cosa che difatti avviene, e determinare la fine della Rivoluzione.

A un mese dalla morte di Danton e dei sui amici sulla ghigliottina, i membri dei Comitati scrivono a Fouquier, a proposito della cospirazione permanente di de Batz: "Ti ordiniamo di scoprire a ogni costo l'infame de Batz... Durante gli interrogatori dei suoi complici non dovrai trascurare il minimo indizio. A tal fine non risparmiare qualsiasi compenso finanziario. Chiedi pure la libertà immediata per ogni detenuto che ti permetterà di farti scoprire questa canaglia, viva o morta, seguendola o spiandola. Ripeti a tutti che ormai è un fuorilegge, che la sua testa è a prezzo." Anche Robespierre, l'Incorruttibile, esorta ad adoperare qualsiasi mezzo per stanare de Batz. La cosa ridicola della faccenda è che lo stesso Robespierre ha conosciuto di persona questo pericoloso cospiratore... perché era stato un suo collega all'Assemblea Costituente.

Il barone lasciò delle memorie sulla sua avventurosa carriera di agente e sobillatore, e sugli espedienti adoperati per camuffarsi. Nei Ricordi narrò come riusciva a trasformarsi in un batter d'occhio, assumendo l'aspetto e la personalità di tre esseri fittizi, da lui creati e muniti dei più sicuri documenti d'identità. Essi erano: un orologiaio svizzero di nome Nathey, il rubicondo marsigliese Vallier e il placido alsaziano Muller. Nel gennaio 1794 fu sorpreso dagli sbirri in uno dei suoi rifugi a Parigi e fu a un passo dalla cattura. All'ordine di aprire la porta, si presentò alle guardie come l'alsaziano Muller, dall'aria non molto sveglia. Li mise dunque sulle tracce del barone de Batz, guidandoli a un altro appartamento dove, come ovvio, non c'era il minimo segno... di se stesso. Gli agenti ringraziarono "Muller" per il suo disinteressato aiuto alla patria; e un quarto d'ora dopo de Batz poté dileguarsi sotto le spoglie del marsigliese Vallier. Incredibile, vero?

***

Vi è piaciuta la storia della vera Primula Rossa? In fondo si prova un po' di simpatia per questi personaggi ingegnosi, molto spesso ladri, che riescono a farla franca... perlomeno a livello letterario!

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Fonti: 
Saint-Just di Mario Mazzucchelli - ed. dall'Oglio
Ritratto del barone de Batz da Wikipedia





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sabato 4 marzo 2017

Meme - Città letterarie di noi bloggers scribacchini


Qualche tempo fa il blogger Ariano Geta ha pubblicato una serie di post sulle città che compaiono a vario titolo nelle opere letterarie, concludendo la sua rassegna con le Città letterarie di noi bloggers scribacchiniHo lasciato un commento sul blog, ma accolgo volentieri l'invito di Ariano di scrivere un meme dove posso presentare per bene le città protagoniste di alcuni dei miei romanzi storici.

Ce ne sono parecchie, in quanto i miei personaggi sono dei veri globetrotter! Ho dovuto fare a malincuore una selezione, avendo l'intenzione di aggiungere un passaggio tratto dal romanzo. Ne ho quindi scelte tre. Una di loro, un vero scrigno di tesori d'arte e bellezza, si trova proprio in casa nostra.


Gerusalemme, 1099 - Libro I La terra del tramonto

Nel primo romanzo della mia saga, ci troviamo all'epoca della Prima Crociata. Siccome i personaggi si muovono attorno al bacino del Mediterraneo, vi si descrivono varie città, alcune in Marocco e altre in Andalusia. Nella scena che vi propongo, però, ci troviamo a Gerusalemme.  Gli eserciti cristiani sono riusciti a conquistare ai musulmani la Città Santa per eccellenza, e nell'estratto si mostra il dopo, ovvero il panorama desolato delle piazze e delle vie in cui si muovono tre cavalieri.



La conquista di Gerusalemme - 1099


Alla luce del tramonto, che spandeva caldi bagliori aranciati sulle pietre e sui muri, si coglieva lo scintillio delle spade sotto i mantelli dei tre uomini. Questo li distingueva come uomini d’arme e non come monaci nonostante avessero il cappuccio levato. E, quando il vento apriva i mantelli, si scorgeva il simbolo della croce di Cristo, composto con stoffa rossa cucita sul petto. I tre incrociarono altri guerrieri, che li salutarono con deferenza, come se riconoscessero in loro non solamente dei compagni d’armi, ma anche dei superiori.

A parte quei radi passanti, un cupo e strano silenzio avvolgeva le strade del quartiere ebraico di Gerusalemme, deserte come se la città fosse in parte disabitata, o i suoi abitanti fuggiti o morti; e in quel silenzio i passi dei tre uomini risuonavano come amplificati. Schizzi e fiotti di sangue, disseccato di recente, imbrattavano i muri delle case, e se ne scorgeva pure nelle connessure delle pietre che componevano il lastricato, o nella terra delle strade, come se quello scorso nei giorni precedenti fosse stato così abbondante da impregnare la carne stessa della città, i suoi legamenti e le sue ossa. Di là dalle arcate dei cortili, erano ammassati cadaveri coperti di mosche; nessuno aveva avuto ancora il tempo di portar fuori dalla città, per buttarli in fosse comuni oppure bruciarli. Su alcune soglie giacevano ancora corpi di persone che, colte in un ultimo disperato tentativo di fuga, erano state raggiunte, trafitte e macellate. Delle donne giacevano a gambe larghe, con sangue sulle cosce e gli occhi spalancati al cielo. Poco più in là, bambini erano stati sgozzati, altri decapitati, altri ancora sventrati.

Uno dei cavalieri si fece il segno della croce e mormorò un “Dio ci perdoni”.


Venezia, 1560 - Il pittore degli angeli

La magica città di Venezia è la dominatrice indiscussa di larga parte del romanzo Il pittore degli angeli. Si dispiega agli occhi del lettore come una città cosmopolita, dinamica e al culmine del suo fasto, al volgere di un secolo in cui anche il Rinascimento va a morire. Tutto il romanzo è ambientato nell'ambiente d'élite dei grandi pittori veneziani, il cui protagonista è lo spregiudicato Tiziano Vecellio, ormai anziano e giunto al vertice della sua carriera.

Nell'estratto il giovanissimo e misterioso pittore Lorenzo, soprannominato "il pittore degli angeli", e appena giunto a Venezia da chissà dove, è seduto su un basso parapetto e osserva piazza San Marco.



Processione in piazza San Marco di Gentile Bellini (1496)

Dietro di lui, il campanile stendeva un’ombra alta e possente, come quella d’un buon gigante, e gli riempiva la testa col suono delle campane; davanti a lui, il tappeto a tarsie di Palazzo Ducale era una bianca e rosea meraviglia, e dalle sue finestre traforate s’affacciavano dame con cuffie ornate di perle, e patrizi vestiti di raso nero; più a sinistra, le cupole scintillanti ed irsute della Cattedrale parevano scrigni preziosi pronti a schiudersi rivelando tesori. Sotto, lungo tutto il perimetro della piazza, si snodava una fila di archi retti da colonne rivestite di damasco cremisi, e sugli archi era teso un velo di panno bianco che si muoveva, leggermente, al vento, così come s’inclinavano di poco le fiammelle dei ceri accanto alle colonne; e sotto quel velo e accanto a quei ceri s’apprestava a passare, srotolandosi come un lungo serpente dalle ricche, luminose, dorate scaglie, la processione del Corpus Domini. “È davvero come trovarsi in una città incantata,” pensava Lorenzo, ammaliato dallo splendore dei luoghi e delle genti, “una di quelle città di cui si narra nelle fiabe: ogni cosa è fonte di meraviglia e miracoli. Non v’è davvero, al mondo, una città pari a questa, e anche l’acqua e l’aria possiedono una luce specialissima, direi quasi un colore proprio.”



Parigi, 1775 - Io, Lucile

La Parigi prima e durante la Rivoluzione Francese è il luogo dove ho ambientato il romanzo che sto scrivendo. Anche in questo caso ci sono altre città minori che costellano il libro, come Arras o Guise, ma è fuor di dubbio che storicamente Parigi sia stata il centro irradiante della Rivoluzione. All'epoca, però, era molto diversa dalla metropoli che oggi conosciamo. Era una città che contava poco più di quattrocentomila abitanti ed era una vera e propria fogna a cielo aperto, tanto da essere considerata una delle città più sporche d'Europa. V'erano enormi contrasti tra palazzi sontuosi e sordide stamberghe, quartieri aristocratici e altri malfamati e miserabili. Le strade erano in pessimo stato, piene di gente di tutte le risme, e le carrozze dei nobili vi passavano a grande velocità, incuranti se investivano o storpiavano qualcuno.

Di solito non pubblico mai estratti di quello che sto scrivendo - più che altro per una sorta di scaramanzia e perché non ancora revisionati - ma stavolta contravvengo alle regole e pubblico una scena della parte iniziale. Siamo nel 1775, e quindi quattordici anni prima dello scoppio della Rivoluzione Francese. I protagonisti sono i padri oratoriani del prestigioso Collegio Louis-le-Grand e un gruppo di allievi. I sacerdoti impartiscono ai ragazzi un'istruzione severa, ma al contempo molto aperta alle nuove idee filosofiche e sociali, al punto da far divenire l'istituzione una vera e propria fabbrica di futuri rivoluzionari. Le lezioni non si svolgono soltanto nelle aule, ma, con la bella stagione, i religiosi conducono i ragazzi in passeggiate educative fuori città, alla maniera di Rousseau.

Nella scena stanno rientrando a Parigi, e l'abbé Bèrardier, direttore del Collegio, sta dando ai ragazzi una solenne lavata di testa in quanto ne hanno combinato di tutti i colori. Tra gli studenti vi sono Camille Desmoulins, futuro giornalista, e Maximilien de Robespierre che... beh, non ha bisogno di molte presentazioni.

Parigi e il Pont Neuf in un dipinto del tardo 1600, inizio 1700.

“Quando saremo al Collegio, farò i conti con quelli che, tra di voi, si sono comportati peggio di tutti. Ci saranno delle conseguenze sulla media del vostro rendimento,” minacciò. Soggiunse: “Siamo in vista delle porte di Parigi, per cui, almeno in città, fate silenzio e procedete in maniera ordinata. Siete allievi del prestigioso Collegio Louis-le-Grand, non bruti screanzati.” Si rivolse a Maximilien de Robespierre e gli disse, compiaciuto: “Tu sei stato uno dei pochi a comportarti con decoro, e quindi avrai un paio di punti in più nel prossimo compito di Greco.” “Ci avrei scommesso,” commentò tra i denti il ragazzo che aveva fatto l’imitazione della scimmia, e che in quel momento si trovava nei pressi di Camille; e un altro ancora brontolò, ma senza farsi sentire.

Si rimisero in fila per due in e procedettero lungo il sentiero che conduceva verso l’ingresso meridionale di Parigi. (...)

Oltrepassato il varco parigino, si ritrovarono nel marasma della città, composto da artigiani, soldati, mercanti, accattoni e ladri. Il terreno ridivenne un impasto di fanghiglia, liquami e sassi, e i caseggiati riassunsero il loro aspetto scrostato e miserabile. “Rimanete insieme e non allontanatevi per nessun motivo!” intervenne Hérivaux, preoccupato che i ragazzi potessero perdersi nella calca. Si spostò a metà fila per rientrare nei ranghi alcuni allievi intemperanti. “Suleau, sei così sporco che non ti si distingue dal terreno!” urlò un ragazzo, riferendosi all'aspetto malconcio dell’avventuroso compagno. Questi fece per tirargli un pugno. “Silenzio!” intimò l’abbé Bérardier, esasperato.

In una delle viuzze più sordide, il compagno di fianco a Camille, Louis Beffroy de Reigny, si mise a ridacchiare e a dargli di gomito. “Guarda un po’ là,” disse, con un cenno di capo. Un uomo con un lungo mantello, poco prima appoggiato al muro di una casa, se ne era distaccato al loro arrivo. Aperto un lembo, stava mostrando, di sotto, alcune stampe pornografiche. Camille scorse solamente una dama arrovesciata con le gonne sollevate sopra un divano, e un cavaliere con i calzoni abbassati e il membro eretto. “Appena un soldo per queste opere d’arte, giovani gentiluomini,” sussurrò il venditore. “Non abbiamo tempo di fermarci con te, o seguace di Nicolas Poussin, per ammirare le tue meraviglie. E tantomeno pousser come fa l’uomo ritratto,” replicò Louis, compito, e Camille rise di gusto al gioco di parole. Beffroy de Reigny era simpatico almeno quanto Fréron. Arrivarono comunque in prossimità della Sorbona senza imbattersi in altri personaggi degni di nota.

Ad un certo punto Camille inciampò e, abbassando gli occhi, si accorse che gli si era slacciata la fibbia di una scarpa. S’inginocchiò e, armeggiando con le dita, reinserì il cinturino. Quando si rialzò, gettò uno sguardo al marciapiede di fronte e rimase di stucco.

***

Bene, questo è tutto, mi auguro che le mie città vi siano piaciute. Anche se si tratta di descrizioni basate su testimonianze storiche, bisogna infatti metterci un pizzico d'immaginazione! 

Che ne dite, partecipate anche voi al meme di Ariano?



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mercoledì 1 marzo 2017

Il Caffè della Rivoluzione - Spettri, vampiri e lupi mannari / 14




I fenomeni che riguardano l'invisibile suscitano sempre inquietudine, spavento, curiosità, scetticismo... mai indifferenza! Ne convenite, non è vero? Anche nel XVIII secolo succede la stessa cosa: in un periodo dove si vanno diffondendo sempre più le nuove scienze e la razionalità come strumenti per debellare l'ignoranza e la superstizione, prende corpo e si diffonde l'immensa paura del vampiro,

Il re Luigi XV apprende del caso di Arnold Paole, un soldato-contadino morto che avrebbe sterminato metà degli abitanti di un villaggio serbo nel 1726 e nel 1732, e poi quello di un altro serbo, Peter Plogojowitz. Il re è sempre stato affascinato dalla morte e legge con particolare interesse le relazioni dei medici militari austriaci che avevano aperto le tombe e analizzato i cadaveri dall'aspetto insolitamente sano e pieni di sangue fresco, e ordina al duca di Richelieu di condurre un'inchiesta approfondita.

Nella stessa Francia, negli anni tra il 1764 e il 1767, si diffonde la leggenda di una bestia che uccide in modo particolare le donne e i bambini. I corpi delle vittime sono stati dilaniati in maniera differente da come fanno i lupi. Le vittime ufficiali - e sottolineo "ufficiali" perché a un certo punto le autorità smettono di contarle - sono 137 e una dozzina di loro sono state decapitate. La cosiddetta Bestia del Gévaudan mostra una singolare astuzia e intelligenza rispetto alle varie centinaia di soldati inviati per catturarla e per lungo tempo riesce a eludere ogni trappola. Alcuni sostengono di averla uccisa e mostrano cadaveri di lupi enormi. Da qui sembrerebbe nascere la leggenda del lupo mannaro: le descrizioni parlano di un animale grande come un vitello, con pelo striato e lunghi canini. A un certo punto un cacciatore porta al re il cadavere di una bestia enorme, ma è talmente irriconoscibile che non gli viene corrisposta la ricompensa promessa.


In Francia vi sono anche innumerevoli racconti di fantasmi, anche se spesso sono frutto di fantasia. Uno di questi ha luogo a Saint-Cloud, dove si avvista il fantasma della defunta duchessa, accanto alla fontana dove si sedeva per avere refrigerio dal caldo. Una sera un lacchè, andato ad attingere acqua dalla fontana, vede qualcosa di bianco e senza viso seduto sul bordo della fontana; la figura si alza e risulta alta il doppio dell'uomo. Il povero servo fugge terrorizzato, assicura che si trattava della signora duchessa, cade ammalato e muore. Il "fantasma" si rivela essere poi una persona in carne e ossa: una vecchia insonne in vena di divertirsi, e particolarmente brutta.

Quello che è certo è che storie di vampiri, lupi mannari e spettri sono diffuse a ogni latitudine e presso ogni cultura,,, e quindi, per riprendere il famoso adagio, dico: "Non è vero, ma ci credo!"

Nella mia Milano ci sono ben tre celebri fantasmi al femminile: innanzitutto quello di Bernarda, la figlia illegittima di Bernabò Visconti che ormai ben conosciamo, condannata dal padre a morire di fame perché accusata di adulterio. Viene rinchiusa nel monastero di Santa Radegonda insieme con una cugina, anche lei accusata dello stesso misfatto. Quel monastero non esiste più, ma c'è la via che sfocia proprio in piazza Duomo, e alle volte si dice che il fantasma della povera fanciulla giri lamentandosi a voce alta. Un altro fantasma celebre è quello di una giovane donna vestita di nero nello stile del 1800, e fotografata sul sagrato del Duomo di Milano specialmente insieme a coppie di sposi novelli. Un altro ancora è la dama del Castello Sforzesco, che si aggira nei pressi del nostro maniero più famoso al calar delle tenebre. Non si sa chi sia, ma ogni tanto qualcuno si imbatte nella dama, che, come da tradizione, dopo un primo approccio amichevole rivela di avere una faccia orrenda.

***

Mi piacciono molto le storie di fantasmi e fatti strani! E voi avete qualche storia dei vostri luoghi da raccontarmi, e che vi ha particolarmente colpito?

***

Fonte:
"Guida pettegola al Settecento francese" di Francesca Sgorbati Bosi - Sellerio editore 
"Le Vampire" di R. de Moraine, 1864
"Attacco della Bestia del Gévaudan" in una stampa dell'epoca



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sabato 25 febbraio 2017

I quadri, le opere letterarie e… gli oggetti - 1


Gli oggetti sono cose, solitamente di piccole o contenute dimensioni, che nella società occidentale sommergono le nostre abitazioni e gli uffici. Ne siamo ossessionati, a tal punto che esistono vere e proprie patologie che portano ad accumulare oggetti; e i pazienti muoiono, letteralmente travolti dalle valanghe di cose che crollano nei loro appartamenti. Ci sono i cosiddetti oggetti del desiderio, il cui fascino si esaurisce rapidamente dopo che li si è posseduti: sono quelli fatti in serie, prodotti dalla società del consumo che impone ritmi sempre crescenti all'acquisto, generando sempre nuovi bisogni. I nostri genitori e i nostri nonni sono soliti dire che “le cose duravano una vita, una volta”, e questo è verissimo. Si avevano pochi beni e li si teneva con estrema cura; ma erano anche solidi, quasi imperituri.

In questo mio nuovo post della serie “i vasi comunicanti” che tanto gradimento suscita, prendo in considerazione queste mute presenze attorno a noi, e che possono diventare i protagonisti indiscussi di un racconto, oppure di scene memorabili nell'ambito di romanzi anche monumentali. Di oggetti ve ne sono a bizzeffe, per cui chi dei miei amici blogger deciderà di seguirmi avrà una vasta scelta, stavolta, a seconda dei propri interessi e dei propri gusti. Per quanto mi riguarda, dunque, ci saranno altri post dedicati agli oggetti, essendo l’argomento sterminato, per cui contrassegno subito questo primo con il numero 1. L’unica regola implicita del meme, che qui ricordo, è che occorre avere letto ciò che si propone. Per il resto, come ben sapete, ognuno è libero di personalizzare l’articolo inserendo altre diramazioni nel campo della cinematografia e, perché no? della musica.

E quindi, senza occupare altro spazio, vado con la mia personale rassegna oggettistica. Alla fine troverete una mia riflessione del filo conduttore che ho individuato e che corre tra tutti questi oggetti.



Lo specchio: "Lo specchio deformante" di Anton Checov

Lo specchio è un degli oggetti-simbolo più celebrati nella letteratura, fantastica, esoterica e non: è una superficie riflettente dove ci si può vedere con precisione. In mancanza di uno specchio, per vedere se stessi ci si doveva sporgere su polle d’acqua, o sul bordo di pozzi, e l’immagine rimandata era comunque irregolare per via delle correnti e del limo, oppure oscura e tremolante nel secondo caso. Come si sa, lo specchio viene usato come strumento di divinazione o per vedere situazioni e persone lontane, un po’ come si fa con il cristallo di rocca. Lo specchio veniva anche usato per inviare segnali, tecnica usata dalle tribù di Nativi Americani e dagli eserciti belligeranti. La galleria di specchi deformanti dei luna park è uno dei punti più divertenti e innocui per i bambini, che ridono nel vedersi riflessi con misure sproporzionate. Per questo, lo specchio è anche ingannatore, in quanto trasmette un’illusione.


Il racconto breve che vi propongo fu scritto da Anton Checov attorno al 1883 con il procedimento a piccoli tocchi. Parla di una coppia, marito e moglie, che prendono possesso di una casa avita. Non sappiamo i nomi dei due, e nemmeno se si tratta di un’eredità, del genere di abitazione anche da una brevissima descrizione si può supporre che si tratti di una dimora molto antica. Infatti:

Mia moglie e io entrammo nella stanza. Era umida e c’era odore di muffa. Illuminando quei muri, che da un secolo almeno erano immersi nell’oscurità, provocammo il fuggi fuggi di un milione di topi. Ci chiudemmo la porta alle spalle, un colpo di vento arrivò all’improvviso e scompaginò dei mucchi di fogli abbandonati negli angoli.

La casa è naturalmente un posto inquietante, ma il peggio – o il meglio, a seconda dei punti di vista – deve ancora venire. Non si tratta del classico fantasma, perché anzi l’autore sembra farsi gioco dei canoni letterari che, in una casa del genere, imporrebbero l’arrivo di una presenza spettrale. Un giorno, infatti, la coppia trova uno specchio:

“Vedi quello specchio, nell’angolo?” domandai a mia moglie, indicando un grande specchio, dalla cornice di bronzo brunita e scura, appeso a poca distanza dal ritratto della mia antenata. “Quello specchio è dotato di poteri magici, che condussero la mia antenata alla rovina. Le costò caro acquistarlo, e non volle più separarsene, fino alla morte. Giorno e notte vi si specchiava, senza mai smettere neppure quando mangiava e beveva. E quanto andava a letto lo appoggiava accanto a sé. Perfino con il suo ultimo respiro, chiese che l’accompagnasse nella sepoltura. Ma lo specchio non entrava nella bara, e il desiderio rimase inesaudito.”

Sembrerebbe, dunque, un racconto magico, ma non è neppure così. Lo specchio rimanda l’immagine deformata della persona, ma chi guarda vede riflessa sulla superficie una persona bellissima. Così il racconto vira sul grottesco fino allo spiazzante finale, in una narrazione dove nessun oggetto sembra svolgere la funzione per cui è preposto, come nessuna persona sembra recitare la parte cui è destinata. Per questo motivo inserisco come abbinamento un disturbante quadro di Pablo Picasso, "Ragazza davanti a uno specchio" del 1903, anziché un quadro di impronta più romantica in linea con l'epoca in cui visse l'autore del racconto.



Il pettine: “La bella adescatrice” di Oliver Onions

Questo racconto è, invece, proprio una storia di fantasmi… e la cosa curiosa è che, pur non essendo particolarmente attratta da vampiri e zombie, ed essendo un'inguaribile fifona, adoro i fantasmi e le storie a loro dedicate. Nella prefazione della raccolta in cui è stata inserita, Storie di fantasmi per l’edizione Einaudi, Carlo Fruttero scrive che dell’autore si sa poco o nulla. L’unica cosa certa è che nacque nel 1873, e che George Oliver Onions mutò il proprio nome in George Oliver, ma pubblicò come Oliver Onions, ma che non era stato possibile rintracciare la raccolta Widdershins pubblicato nel 1911 che contiene anche il racconto. Questo racconto viene considerato come una raffinatissima ghost-story non indegna di Poe, dove non si concede nulla allo spavento e all’effetto facile, ma dove l’orrore nasce dalla quotidianità, dal silenzio, dal mistero di lunghi fruscii. E da un rumore che corre lungo tutto il racconto: quello di un pettine che viene passato e ripassato nei capelli di una donna. Solo che la donna non esiste in forma corporea….

Anche, qui, come nel racconto di Checov, la narrazione di apre con la descrizione di un’abitazione, solo dall’esterno, e qui il particolare inquietante è il cartello “Affittasi” rimasto per lungo tempo appeso ai tre o quattro pali piantati lungo il basso recinto della casa. Il giovane scrittore Oleron si trova a passare e a ripassare davanti alla casa, fino a quando un giorno s’informa su quanto costi l’affitto. L’affitto è molto basso e comporta l’intera abitazione visto lo stato di deplorevole abbandono in cui versa. Oleron, stupefatto della sua fortuna e senza sospettare che sta per entrare in una trappola mortale, accetta, si trasferisce nella casa e la ristruttura. Cominciano i primi incidenti ai danni di Elsie, l’amica di Oleron, quando la donna lo va a trovare; e la casa comincia a emanare tutta una serie di seduzioni che si traducono in profumi, luci, fruscii, e in un'atmosfera ovattata e sensuale. Ma il principio della fine incomincia quando egli capisce che non è il solo abitante della casa. Nel vetro che copre il quadro della nonna una notte egli può vedere la fiamma della candela sopra il cassettone:

Ma poteva vedere qualcosa di più. Quei tenui barlumi, quegli scintillii e riflessi, non mutavano posizione; ma c’era un punto di luce che si muoveva. Era più fioco degli altri, e si muoveva in su e in giù, a mezz’aria. Era il riflesso della candela sul pettine di bachelite di Oleron e ciascuno dei movimenti verso il basso era accompagnato da un serico crepitio. (…) Il fruscio elettrico e regolare echeggiava ora in tutta la stanza , e se Oleron avesse spostato il suo angolo d’osservazione avrebbe potuto mettere il fioco luccichio del pettine in perfetta corrispondenza del ritratto di sua nonna.

Se il pettine seguiva i contorni di un’altra testa, questa tuttavia restava invisibile.

Non è che l’inizio di una lenta e irresistibile opera di seduzione che sembra iniettare nell’indifeso Oleron una sorta di droga in modo che egli risulti sempre più dipendente dalla casa e dalla sua bella abitante, come una mosca imprigionata nella tela di un ragno. La bella adescatrice lo separa sempre di più dal mondo, sprofondando in un’accidia pericolosissima per l’anima e il corpo, fino a quando ...

In abbinamento a questo affascinante racconto, vi propongo accanto allo stralcio Woman Combing Her Hair di Henri Edmond Cross del 1892, dove la tecnica del puntinismo applicata alla figura, e soprattutto ai lunghissimi capelli, e il fatto che il volto della donna non sia visibile, lo rendono perfetto per una storia di fantasmi che ha come protagonista un'ammaliante e spettrale presenza.




La bambola: "I miserabili" di Victor Hugo

Ci sono autori titanici, e romanzi giganteschi come il loro autore. Penso che I miserabili di Victor Hugo non abbia bisogno di molte presentazioni. Ricordo assai brevemente che la storia ha come protagonista il perseguitato Jean Valjean, un uomo di indole buona che solo la necessità e la fame hanno indotto a rubare, e che trascorre lunghi anni nelle galere francesi; e di tutti i personaggi che, man mano, incontra dopo il suo rilascio, tra vescovi, galeotti, prostitute, monache, osti, monelli, poliziotti, spie e rivoluzionari. L’imponente romanzo è anche uno straordinario affresco storico della Francia dalla Restaurazione a Luigi Filippo, e la folla che popola Parigi è quella dei “miserabili” citati nel titolo. Viene celebrata dunque non soltanto la civiltà borghese, ma anche e soprattutto quella dei bassifondi popolata da una teppaglia che emerge al calar della notte.

Anche le campagne, però, possono rivelarsi altrettanto squallide per merito di individui scaltri e arraffoni come ad esempio la coppia dei Thènardier, due tavernieri senza scrupoli che, in assenza della madre, si prendono cura della piccola Cosette. La ragazza-madre Fantine ha lasciato loro la bimba ed è andata a Parigi a cercare lavoro, finendo per trasformarsi in una prostituta. Cosette è vestita di stracci, denutrita e maltrattata dalla coppia, che da tempo non riceve i franchi della pigione, e viene tiranneggiata anche dalle figlie dei Thénardier, sue coetanee. In punto di morte, Fantine ha supplicato Jean Valjean di andare a prendere la figlia. In fuga dall'implacabile poliziotto Javert, Valjean si reca nelle campagne per esaudire l'ultimo desiderio della donna morente.

La bambola, questa creatura in miniatura, è la protagonista di una scena memorabile. Una sera, la bimba è stata mandata a prendere acqua con il secchio e quindi costretta ad attraversare, terrorizzata, il bosco all'imbrunire. Davanti agli occhi della piccola, sulla strada si materializza  proprio Jean Valjean, che la rassicura e la aiuta a portare il secchio fino alla locanda gestita dai Thénardier. Durante il cammino e grazie ad alcune domande, riconosce in lei proprio la figlia di Fantine. Poco prima di entrare, Cosette rimira nella vetrina di una bottega una bellissima bambola, che desidera.

Entrata nella locanda, e in un momento di pausa dal lavoro garantita dal buon cuore di Valjean, Cosette cerca timidamente di prendere una bambola gettata per terra da Eponine, una delle figlie degli osti, per poterci giocare; ma viene sgridata aspramente dalla Thénardier. In quel frangente Valjean esce nella notte e rientra poco dopo.

La porta si riaperse e l’uomo riapparve, tenendo fra le mani la favolosa bambola di cui abbiamo parlato e che tutti i marmocchi del villaggio contemplavano fin dal mattino, e la mise ritta in piedi davanti a Cosette, dicendo:

“To’, è per te.”

(…) Cosette alzò gli occhi. Vide l’uomo venire verso di lei con quella bambola, come avrebbe visto venire il sole, intese quelle inaudite parole: è per te, guardò lui, guardò la bambola e poi, indietreggiando lentamente, andò a nascondersi sotto la tavola, in fondo in fondo, nell’angolo del muro. Non piangeva più, non gridava più, pareva che non osasse più fiatare.

(…) “Ebbene, Cosette,” disse la Thénardier con una voce che voleva essere dolce ed era tutta fatta del miele aspro delle donne cattive “non prendi dunque la tua bambola?”

Cosette si arrischiò ad uscire dal suo buco.

“Mia piccola Cosette” riprese a dire la Thénardier con aria carezzevole “il signore ti regala una bambola. Prendila: è tua. ”

Cosette osservava la meravigliosa bambola con una specie di terrore. Il viso di lei era inondato di lacrime, ma i suoi occhi incominciavano a riempirsi, come il cielo al crepuscolo mattutino, degli strani raggi della gioia. In quel momento ella provava qualcosa di simile a quello che avrebbe provato se le avessero detto bruscamente: ‘Piccina, voi siete la regina di Francia.’”

Ricordo che lessi questa scena nell’ambito di un’antologia a scuola, e provai il desiderio di leggere tutto il romanzo. Avevo quattordici anni ed era l’epoca in un cui una storia come quella de I miserabili, insieme con il mio amore smisurato per la Francia, non avrebbero potuto non lasciare il segno. E così fu.

Il primo dipinto che ho scelto è A Young Girl with her Doll di Kate Perugini (1876). La bambina non è particolarmente stracciata, anzi, ma ha l'aria molto dolce, quasi sognante e la bambola è ben visibile. In questo caso faccio un'eccezione alla regola, e vi propongo una seconda opera con la deliziosa bambina di Pierre Renoir che ci ammonisce a stare in silenzio in quanto la sua bambola dorme.



Il ritratto: “Il ritratto ovale” di Edgar Allan Poe

Prima dell’avvento della fotografia, il ritratto era il modo migliore per immortalare le proprie sembianze e trasmetterle ai posteri e ai discendenti. Naturalmente era appannaggio di un ceto sociale abbiente che poteva permettersi di pagare i servigi di un pittore, e non di rado pretendeva che si abbellissero le loro fattezze. Dobbiamo essere comunque grati ai ritrattisti in quanto ci hanno trasmesso in modo vivido le fisionomie di coloro che vissero moltissimi anni or sono, documentando anche la moda in fatto di copricapi, gorgiere, camicie e accessori. Con l’andar dei secoli, il ritratto perde la sua natura istituzionale e codificata - valgano per tutti le effigi di profilo che richiamano quelli delle monete - per esprimere la psicologia della persona ritratta, attraverso la vivacità nello sguardo, la postura indolente o rigida, la piega delle labbra. E, parlando proprio di occhi e carnagione, quante volte abbiamo esclamato di un ritratto che ci fissa dalla sua cornice: “Accidenti! Sembra vero!”

Proprio su questa oscillazione tra vita e morte, tra arte e natura si gioca tutto il significato del racconto Il ritratto ovale (The oval portrait) di  Edgar Allan Poe del 1842. Il racconto è narrato al passato da un personaggio estraneo alla storia principale: questi, ferito per motivi ignoti, si rifugia, nella torre di un castello abbandonato, con l'aiuto del suo valletto, ritenendo pericoloso passare la notte all'aperto. All'interno della torre il personaggio-narratore un libro che racconta la storia di tutti i quadri che tappezzano le pareti. Spostando un candelabro per leggere meglio, le luci delle candele rischiarano il ritratto ovale di una giovane donna. Ha un sussulto in quanto, in un primo momento, aveva pensato che lei fosse nella stanza, in carne e ossa. Il narratore non riesce a spiegarsi la vitalità di quel ritratto, poiché ritiene che il semplice valore estetico non sia sufficiente a spiegarne l’effetto potente. Ecco la descrizione del quadro:

Il ritratto, l'ho detto, era quello di una fanciulla. Solo la testa e le spalle, eseguite, per usare la denominazione tecnica, alla maniera di «vignette» molto simile allo stile delle teste predilette da Sully. Le braccia, il seno, fin le punte dei capelli irraggianti si fondevano impercettibilmente con l'ombra vaga ma densa che faceva da sfondo. La cornice era ovale, riccamente dorata e filigranata alla moresca. Come opera d'arte, nulla poteva essere più ammirevole del dipinto in quanto tale. Ma non era pensabile che a destare in me un'impressione così subitanea e violenta fosse stato l'alto livello dell'esecuzione o l'immortale bellezza del viso. E ancor meno era ammissibile che la mia immaginazione, strappata dal dormiveglia, avesse scambiato la testa per quella di una persona viva.

Dopo aver lungamente fissato il quadro, il narratore vuole cercare una risposta all'inspiegabile attrazione per quel ritratto. Per far ciò comincia a leggerne la storia sul libro trovato nella stanza. Il libro parla della vita della fanciulla ritratta nel quadro, andata in moglie a un pittore. ..

Naturalmente vi lascio liberi di cercare come va a finire la storia, che è brevissima e facilmente rintracciabile anche su internet, e vi propongo come accostamento una donna lombarda di ignoto pittore bergamasco, realizzato nel 1730 ca. che sembra davvero esprimere tutta l’energia e la salute della sua età, e il benessere della sua condizione sociale.

Quasi dimenticavo: qual è il filo conduttore che lega tutte queste scelte? Credo che si tratti di un rapporto molto stretto con il volto umano (forse con qualche forzatura per quanto riguarda il pettine). Lo specchio e il ritratto riproducono entrambi l’essere umano, più o meno fedelmente nel secondo caso, la bambola invece è un simulacro in piccolo delle persone.

***

Spero che abbiate gradito i miei abbinamenti! Mi piacerebbe sapere se vi vengono in mente altri brani letterari in rapporto allo specchio, al pettine, alla bambola e al ritratto. A quali oggetti istintivamente pensereste nella vostra ideale carrellata?

***

Fonti:

Fotografia di apertura dal sito Pixabay
“L’arte di leggere” con I racconti di Anton Cechov a cura di Guido Corti – Corriere della Sera
“La bella adescatrice” di Oliver Onions da “Storie di Fantasmi” di AA.VV. – Einaudi
“I miserabili, v. 1-2” di Victor Hugo – Garzanti
“Racconti” di Edgar Allan Poe – edizione Mondadori
Wikipedia per le trame dei romanzi, fortemente adattate e integrate


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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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