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"La Storia siamo noi."


sabato 29 giugno 2013

Una Storia Fiorentina - 18ma puntata

Dice la Donna dell'affresco: “Come la falena volteggia attorno alla fiamma più abbagliante, così mio figlio avrebbe abbandonato il mio troppo debole chiarore, per volare sempre più spesso nell'irresistibile cerchio di luce dell’ascetico domenicano di San Marco… suo padre. Io sarei stata incapace di riportarlo a me, di stringerlo al mio seno come un tempo: e la casa sarebbe stata sempre più vuota delle sue risate.”

***
“Di ritorno dal mercato, Bianca vede apparire
"Ritratto di Girolamo Savonarola"
di fra' Bartolomeo (1498) -
Museo di San Marco - Firenze
http://www.polomuseale.firenze.it/musei/?m=sanmarco
ad un angolo di strada un gruppo di ragazzi con dei crocifissi in mano: sono i fanciulli del Frate, i soavi cantori di Santa Maria del Fiore. Essi avvistano subito i giocatori che, poco più in là, sono intenti a far rimbalzare i dadi sull'acciottolato, e vi piombano in mezzo con la violenza d’una sassaiola fra uccelli intenti a bere da una pozzanghera. Forti di un’autorità irresistibile, i fanciulli biancovestiti confiscano i dadi e disperdono i giocatori i quali, lungi dall'opporsi, sgomberano con prontezza.

I fanciulli rivolgono poi la loro attenzione alle passanti, secondo i comandamenti del Giudice: ‘Provvedete agli abiti e alle portature delle donne e che vadano vestite con modi onesti e semplici.’ Bianca crede che i fanciulli stiano per gettarsi su di lei come gatti inferociti, e, come tutti, ha paura. Teme i loro sguardi adulti e indagatori, le loro mani da furetto, i loro movimenti veloci e implacabili. Invece, le si avvicinano e le chiedono con risolutezza un’elemosina per i poveri. Predica infatti Savonarola: ‘È ricchi, date ’e poveri delle limosine. Peccata tua elimosinis redime.’ La donna toglie qualche fiorino dal sacchetto di stoffa appeso alla cintura, guarda gli occhi fissi e duri dei fanciulli e si chiede se, un giorno, non vi avrebbe riconosciuto gli occhi chiari di Federico. I fanciulli arraffano i denari, e prontamente li mettono in una sacca simile alla sua, solo più capiente; quindi si dileguano, ed ella non può far altro che osservarli, sgomenta.

***

Nella penombra di San Lorenzo, il volto del frate confessore sotto il cappuccio e i lineamenti della donna inginocchiata davanti a lui, a testa china, sono irriconoscibili. Le loro voci escono dalle labbra a soffi: inconfondibile, una, nella sua dolcezza minacciosa, colma, l’altra, di una velata preghiera. Quelle voci sono nuvole di nebbia sospinte dal vento: s’incontrano, sostano, si uniscono e si dissolvono e lasciano un vuoto subito riempito.” La Donna dell’affresco s’interrompe a metà, riprende, ancora una volta, in prima persona: “Ero giunta da lui, da frate Filippo, per pregarlo di restituirmi Federico, prigioniero di un mondo di processioni, di crocifissi, di rami d’ulivo e di gemiti. Ma mi sembrava di parlare ad un essere senza più fisionomia, irraggiungibile e sconosciuto, come se avessi voluto ritrovare, sotto strati di terra indurita, un corpo ancora vivo. Un tempo ero stata per lui un ritratto chiuso in una cornice, un uccello in gabbia, una figurina dipinta su un tarocco… Aveva egli bruciato definitivamente la tela più bella, dato l’uccello favorito in pasto ai cani, strappato la carta che non portò fortuna al gioco?

"San Domenico in preghiera" di El Greco,
pseudonimo di Domenikos Theotokopulos
(1600-10) - Accademia Carrara, Bergamo
http://www.accademiacarrara.bergamo.it/
Osai sollevare gli occhi… e, davanti a me, vidi la nitida sagoma di una mano posata su uno scapolare nero, ritagliata, quasi, dal colore dell’oscurità. Riconobbi quella mano, dalle dita allungate, solo più scarna, più pallida di un tempo. Le vene, tormentosamente in rilievo, si tendevano, di quando in quando, al suono della mia voce. Nella nudità di quella mano, cercai di indovinare ciò che la voce non poteva o non voleva rivelare, come avrei fatto un tempo con gli occhi e il volto di Guido.

Ad un tratto, accortasi della mia profanazione, la mano scivolò di lato, trasse a sé un rosario e lo chiuso nel pugno. Infine, mentre essa stringeva quello strumento di preghiera, la sua compagna sorse dalla penombra, si levò in aria e mi congedò con ieratica fermezza, mentre egli mi assegnava dieci Pater Noster e dieci Ave Maria da recitare a penitenza dei miei peccati.

Uscii dalla chiesa in preda ad un senso di sollievo, perfino di allegria. In fondo, avevo ottenuto una piccola vittoria sopra di lui: ero riuscita, per la prima volta, a scrutare dentro il suo cuore.”
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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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