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"La Storia siamo noi."


venerdì 14 marzo 2014

Pollice verso per un “profumo” inconsistente e un’occasione mancata

È sempre sgradevole ricevere una recensione negativa, ma, per quanto mi riguarda, anche scriverla. Sul mio blog non ce ne sono molte, solo "Il diavolo nella cattedrale" fino ad ora. Come ho più volte detto, preferisco dare un parere sull'opera in separata sede se l'autore è alle prime armi, e sempre se lo desidera (a meno che l’autore non appartenga alla specie dello scrittore-pavone di cui ho già avuto modo di trattare e che quindi mi perseguiti chiedendo a gran voce parole di elogio!... lì rischia grosso...).

La copertina del romanzo
nell'edizione spagnola
Ho molte meno remore quando si tratta di un autore che costituisce un cosiddetto “caso editoriale” e che vende quindi centinaia di migliaia di copie. La mia recensione non lo danneggerà più di tanto nelle vendite. In questa sede vi parlerò quindi di un romanzo che aveva tutte le premesse per tenere avvinti dalla prima all'ultima pagina e anche costituire un memento utile su un argomento che è sempre bene riportare alla mente: quello dei campi di concentramento e dei criminali nazisti scampati alla cattura dopo la guerra. Si tratta de Lo que esconde tu nombre di Clara Sánchez, un titolo altamente significativo in lingua spagnola (Che cosa nasconde il tuo nome), che, per misteriose ragioni commerciali, in Italia si è tramutato ne Il profumo delle foglie di limone senza alcun aggancio al titolo originale e poco collegamento al contenuto se non per la presenza di giardini. Non solo, anche la copertina, di grande impatto nella versione spagnola, si è trasformata in un’immagine edulcorata e naturalistica che fa pensare ad una storia sentimentale. In questo modo si tradisce innanzitutto l’autore, che ha inteso narrare ben altre vicende, e il potenziale lettore, che si illude, comprando il libro senza soffermarsi granché sulla quarta di copertina, di leggere una vicenda d’amore. 
   
La copertina del romanzo
nell'edizione italiana
La storia viene narrata in prima persona da due punti di vista, alternati tra loro: quello di Juliàn, un ottantenne che vive in Argentina ed è sopravvissuto agli orrori del campo di concentramento di Mauthausen, e Sandra, una trentenne incinta recatasi sulla Costa Blanca, nella villa vuota della sorella, per trascorrervi un periodo di vacanza. Juliàn giunge nella ridente località di mare perché chiamato da un amico, Salvo, come lui sopravvissuto al campo e ospite di una casa di riposo. I due anziani appartengono ad un’organizzazione che non ha mai smesso di dare la caccia ai loro aguzzini, e proprio una coppia norvegese composta da un ex-ufficiale nazista e da sua moglie, all'epoca infermiera, si nasconde sotto falsa identità in un’altra villa del luogo. Giunto alla casa di riposo, Juliàn scopre che l’amico è già deceduto e che quindi, in un certo senso, gli ha lasciato il compito di continuare nella caccia. Per una serie di circostanze, sulla spiaggia Sandra fa amicizia con i due anziani, Fredrik e Karin Christensen, e diviene loro ospite fissa, ma conosce anche Juliàn, che la mette sull'avviso a proposito di chi siano veramente i suoi amabili anfitrioni. Confusa su ciò che vuole fare nella sua vita, sui suoi sentimenti per il padre del bambino e priva di una professione, o di qualsivoglia progetto, la ragazza decide di aiutare Juliàn nelle sue indagini mettendo a repentaglio la sua incolumità. Viene così a scoprire che i due appartengono ad una Confraternita di ex-nazisti, tutti residenti nella zona, nata allo scopo di nascondersi e proteggersi e dediti a bere strane pozioni di lunga vita.

Dopo un buon inizio dove si costruiscono le premesse della storia e dove c’è una sana dose di inquietudine strisciante, il romanzo sembra scivolare lentamente come fosse su un piano inclinato: la narrazione perde mordente, la storia si annacqua tra contraddizioni e incongruenze, logistiche e psicologiche, le scene si ripetono sempre uguali fra appostamenti e giri in fuoristrada, visite a centri commerciali e palestre, appuntamenti sulla stessa panchina tra Juliàn e Sandra, incontri tra ex-carnefici ed ex-vittime che dovrebbero essere magistrali e si trasformano in innocue scaramucce... In generale, tutti i personaggi sono tratteggiati in maniera superficiale (fra loro salverei solo Juliàn) e, quel che è peggio, trasmettono la loro banalità intrinseca a una storia che dovrebbe invece essere basata sulla paura, e l’orrore per un passato oscuro che riemerge dal pozzo della Storia; e che quindi, a un certo punto, non trasmette più niente. Il registro linguistico dei due personaggi principali, che dovrebbe essere diverso per vissuto, sesso ed età, è uguale in maniera quasi imbarazzante. Il lettore finisce per annoiarsi nella consapevolezza inconscia che tutto continuerà così fino alla fine. E succede proprio in questo modo: alla fine di trecento pagine, nessuna corda intima è stata toccata, nessuna riflessione profonda è stata fatta... e non rimane una sola scena memorabile in testa.

La prima edizione del memoriale
di Primo Levi
Ma il vero delitto di questo libro non è tanto letterario, quanto di intenti, ed è questo che mi ha causato la maggiore irritazione. Non è facile parlare di nazismo e di campi da parte di chi non li ha vissuti sulla propria pelle, per giunta traducendoli in un romanzo, ma non si può ridurre il nazismo e i suoi membri di spicco a un Moloch addomesticato e patetico, quando così mai è avvenuto, nemmeno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel leggerlo, mi venivano in mente ben altre testimonianze e ben altre sofferenze: quelle vere e atroci di Primo Levi, in Se questo è un uomo o I sommersi e i salvati, o quella delle donne ebree costrette a prostituirsi ne La casa delle bambole di Yahiel De-Nur. Rileggiamo piuttosto queste pagine se vogliamo tentare una riflessione: non perderemo il nostro tempo né a livello narrativo né a livello storico, irretiti da qualche furba operazione di marketing, ma rispetteremo meglio la memoria degli esseri umani che patirono tante indicibili sofferenze e ne terremo viva la memoria.
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6 commenti:

  1. Ahi Cristina, l'ho comprato da poco allettata dalla fama dell'autrice e dal modico prezzo dell'ebook. Mi consolo pensando che non avrò un volume cartaceo di cui liberarmi. Ad ogni modo lo leggerò, ma so fin d'ora che il mio parere collimerà con il tuo.

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  2. A me è stato prestato da un'amica, per cui non ho speso nulla. Ho fatto anche un giro sui pareri nel web, e la percentuale è: su cinque lettori ci sono tre pareri negativi per non dire pessimi, e due molto positivi o buoni. Quindi i lettori sono piuttosto divisi. A me ha irritato per la superficialità con cui è stato trattato un argomento doloroso e tragico, fosse stato altro non avrei scritto nulla. Però dimentica quello che ho scritto: ogni impressione è sempre soggettiva! :-)

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  3. Anche a me non è piaciuto per i motivi che hai descritto, ma anche perchè la fine è deludente. Ci si aspettava qualcosa di meglio, almeno per come era impostata la prima parte. Inoltre trovo che si siano alcuni "fili pendenti" che non sono stati annodati. anche la figura del vecchio risulta mal delineata e fastidiosa. Da come era partito, poteva essere molto meglio.. Mariagrazia

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  4. Grazie per il commento, Mariagrazia. Sì, hai ragione, anche il finale è deludente, la storia va a morire senza che nulla di significativo sia stato veramente fatto da parte dei due protagonisti principali, mentre gli ex-nazisti continuano a vivere pressoché indisturbati. Io invece ho trovato particolarmente irritante la figura di Sandra. Un'ottima occasione mancata.

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  5. E' vero, peccato perchè ha scritto anche altri libri. Tu hai letto qualcos'altro di suo? questo, alla fine risulta poco credibile.E quanto alla copertina, quella spagnola colpisce veramente di più, anche questo ha la sua importanza, anche se forse è una scelta dell'editore e non sua.
    vorrei iscrivermi al tuo blog, che trovo molto interessante, ma se clicco su iscrizione esce "pagina non trovata"...
    mariagrazia

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  6. Ciao Mariagrazia, no, non ho letto nient'altro di suo. So che è uscito di recente un altro suo romanzo, ma la lettura di questo non mi invoglia a proseguire. Per quanto riguarda la scelta della copertina, potrebbe essere una scelta dell'editore, anzi, è quasi certo che sia così. Sull'iscrizione hai due possibilità: o come lettore fisso o come Google friends, forse questa opzione potrebbe essere più semplice. :-)

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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