Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


venerdì 17 ottobre 2014

Il mio fiore di papavero, nel ricordo della Grande Guerra

Nei paesi del Commonwealth si commemorano i caduti delle ultime guerre mondiali con il Remembrance Day (o Armistice Day), nello specifico l'11 novembre, data in cui terminò il primo conflitto di portata planetaria. Ci si appunta un papavero artificiale come ulteriore segno della memoria. Il fiore deriva da una poesia dell'ufficiale medico canadese John McCrae "Nei campi delle Fiandre." Inoltre quest’anno si commemora l’inizio della Prima Guerra Mondiale, detta anche Grande Guerra, con molti documentari trasmessi in televisione, pagine sui quotidiani, dibattiti e visite sui luoghi delle battaglie e nelle trincee. Molti storici stanno riconsiderando le due guerre mondiali nel loro insieme, come se fossero state un unico, immane conflitto di portata planetaria, appena interrotto da un breve intervallo di tempo. Secondo questa teoria la guerra, quindi, sarebbe durata dal 1914 al 1945.

La copertina del libro,
edito da Mondadori
Il mio personale fiore di papavero è stato la lettura di un romanzo sulla Prima Guerra Mondiale. Avendo già letto Una lunga domenica di passioni di Japrisot, di cui avevo visto il film (e consiglio vivamente entrambi), ho affrontato il classico Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, che molti di voi avranno letto da ragazzi. Il romanzo narra le vicende di un gruppo di compagni di scuola che, irretiti dai discorsi propagandistici di un loro insegnante, si arruolano come volontari per essere poi inviati al fronte delle Fiandre. Paolo Bäumer, il protagonista, narra in prima persona e in media res la dura realtà che si trova ad affrontare con gli amici rispetto all'ideale illusorio di una guerra intesa in senso patriottico. Tra le altre cose l’insegnante fautore del loro arruolamento si è ben guardato dal fare altrettanto, anche se subirà una sorte altrettanto cruda di quella dei suoi allievi. Il romanzo narra esperienze vissute in prima persona dall'autore e si avvale di uno stile scarno e di taglio già cinematografico. Proprio l’asciuttezza nella scrittura rende il tutto vivido e terribile come un affresco dalle fosche tinte, al punto che sembra di condividere, almeno con il pensiero e il cuore, le terribili sofferenze di una generazione di giovani e giovanissimi che fu distrutta dalla guerra. Distrutta non solo a causa delle vite stroncate, ma anche a causa della fatica a riadattarsi per coloro che ritornarono a casa, segnati com'erano dagli orrori cui avevano assistito.

Il vero volto della guerra si mostra a partire dall'addestramento, in cui ragazzi appena usciti dall'infanzia diventano duri, diffidenti, spietati, vendicativi, rozzi. Il narratore sostiene tuttavia che fu un bene, e che erano quelle le qualità che a loro mancavano. Se ci avessero mandato in trincea senza quella preparazione, i più sarebbero impazziti. Così invece eravamo preparati a ciò che ci attendeva. E il fronte: una danza macabra dove sembra che il caso domini nella scelta di chi deve vivere e morire, per cui, spostandosi di un soffio, si evita la granata che, invece, falcerà il compagno. Sono narrate scene impressionanti per il loro realismo: le sofferenze dei soldati nelle trincee, falciati o maciullati dagli attacchi delle granate, in un’esistenza dove sussistono solamente i bisogni primari e poco altro. I combattimenti e l’arrivo dei gas, il grido di allarme “Gaas! Gaas!”, le maschere indossate con gesti frenetici, il rischio che il gas penetri e bruci i polmoni, la vista del vapore mefitico che striscia sul terreno e scende in ogni avvallamento. La claustrofobia e gli attacchi di panico di quando la trincea potrebbe crollare e seppellire vivi i soldati. La morte dei cavalli con la pancia squarciata e le interiora penzolanti, le loro urla insopportabili, che fanno esclamare a Detering, il contadino, come la più grande infamia sia far fare la guerra anche alle bestie.

Ci si rende conto, soprattutto, che non è solo la paura della morte a incombere sopra i soldati, e che è già di per sé terribile, ma la paura della lentezza nel morire, di un’agonia che può durare giorni tra sofferenze inaudite e che niente può lenire, vuoi per il luogo dove si muore, magari in un avvallamento o in campo aperto dove i soccorsi non possono arrivare, o magari nel letto di un ospedale carente di morfina.

Gassed di John Singer Sargent (1919)
Imperial War Museum, Londra - http://www.iwm.org.uk/

Nonostante la durezza della vita militare e l’orrore della guerra, un forte sentimento di solidarietà si sviluppa tra i soldati, uno dei pochi sentimenti positivi che la guerra potesse produrre. Si condivide il poco cibo che si ha, si cerca di aiutare il compagno ferito, di calmare gli attacchi di panico degli ultimi arrivati. Si sviluppa, anche un sesto senso rispetto al pericolo, una duttilità impensabile nella quiete domestica. Nel nostro sangue si è formato una specie di contatto elettrico, come allo scatto di una molla. Non sono modi di dire, è un fatto: è il fronte, è la coscienza del fronte che sviluppa questo contatto. Al fischio delle prime granate, al primo strappo dell’aria solcata dalle detonazioni, subito nelle nostre vene, nelle mani, negli occhi è come un’attesa sommessa, un origliare, un essere più svegli, una singolare duttilità dei sensi; all’improvviso tutta la persona si trova in piena efficienza.

Anche, in occasione di una licenza, l’impossibilità, ma anche l’inutilità di spiegare ai propri familiari e conoscenti un orrore che nessun vocabolario sarebbe sufficiente a descrivere e la sensazione di appartenere ad un generazione ormai tagliata fuori da qualsiasi possibilità di salvezza e normalità. Lo sguardo differente con cui si osserva il paese, la chiesa, le case, il fiume, il viale di tigli, come se tutto fosse cambiato nel tempo. Persino la casa dove lo aspettano i genitori e la sorella sembra fuori registro. Naturalmente è lo sguardo del soldato che è cambiato. Niente sarà più lo stesso. L’impossibilità, quindi, anche nel caso di un ritorno definitivo a casa come avvenne per l’autore, di non superare il ricordo, lo sprofondare nella depressione, il tormento degli incubi. La scrittura fu terapeutica e consentì a Remarque di liberarsi, almeno in parte, della condanna al ricordo, ma per molti reduci non fu così.

Erich Maria Remarque
Non è un caso che un libro così efficace nel descrivere l’orrore della guerra, e la sua inutilità, fosse stato accusato di pacifismo, e il suo autore esposto all'accusa di essere ebreo e di non essere mai nemmeno stato al fronte. Nel 1930 il film tratto dal romanzo venne proiettato a Berlino dove i nazionalsocialisti provocarono disordini. L’intervento repressivo sarà ancora più schiacciante nel 1933, quando anche il libro di Remarque verrà bruciato nel tristemente famoso rogo dei libri, insieme ad altri autori “degenerati”.

Mi piace comunque chiudere questa breve recensione citando uno dei pochi momenti, nella storia, dove il tempo sembra essersi cristallizzato e dove la guerra si fa in qualche modo lontana. Un momento di fraternità, quasi di meditazione. Il protagonista Paolo e il capo della sua squadra, Stanislao Katzinski, abilissimo nel procurare cibo per tutti, hanno catturato una grossa oca e, al riparo di un casolare abbandonato, di notte, la stanno arrostendo con lentezza, come si deve. La mangeranno e conserveranno il resto per gli altri, dopo.
Un piccolo soldato ed una voce buona: e se gli deste una carezza, forse non vi capirebbe più: ha gli scarponi ai piedi e il cuore pieno di terra; e marcia così, e ha tutto dimenticato fuorché il marciare. Non sono forse fiori all'orizzonte, e una campagna così quieta e serena, che gli vien voglia di piangere? Non sorgono là immagini di cose ch'egli non ha perdute, perché non le ha possedute mai: di cose che lo turbano, ma che per lui sono passate vie: non sono là i suoi vent’anni?
Share:

6 commenti:

  1. Ricordo di averlo letto da adolescente e mi colpì molto. Leggendolo oggi probabilmente potrei apprezzare meglio certe sfumature e la profondità del messaggio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vero è che certe letture si comprendono meglio da adulti. La scrittura di Remarque poi è come un marchio a fuoco nell'anima.

      Elimina
  2. Grazie dell'articolo, come sempre profondo e interessante. Credo che rileggerò questo romanzo con gli occhi di oggi. (Quella del cuore pieno di terra è un'immagine stupenda.)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un'altra cosa che mi ha colpito è il senso dell'ineluttabilità che emana il romanzo, come il fatto di chi si salva e chi no. Non c'è una spiegazione logica, ma in tutte le vicende di guerra ritorna il medesimo concetto.

      Elimina
  3. Il post è davvero ricco e toccante. Niente di nuovo sul fronte occidentale fa parte di quei libri che non ho mai la forza di leggere, perché, pur amandoli, starei male. E a volta si preferisce non amare pur di risparmiarsi un dolore. Nella vita non sono così vigliacca, ma con la letteratura a volte sì...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie del tuo commento, Tenar. La stessa cosa - lo star male - accade con le testimonianze di Primo Levi, sia con "Se questo è un uomo" che con "I sommersi e i salvati". Penso che non ci sia mai stato nella Storia un periodo così cupo e infernale come il '900.

      Elimina

- Per inserire immagini nei commenti usate questa sintassi: [img]URL_Immagine[/img]
- Per inserire video nei commenti usate questa sintassi: [video]URL_Video[/video]
Sono supportate immagini in JPG, PNG e GIF e video di Youtube e Vimeo.

Politica dei cookie

Questo sito fa uso di cookie, anche di terze parti, per offrire un migliore servizio ai lettori. Se decidi di continuare la navigazione, significa che accetti il loro uso. Per maggiori dettagli leggi la seguente pagina informativa.

QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO:

IL MIO ULTIMO LAVORO:
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

IL PITTORE DEGLI ANGELI: su Amazon in versione cartacea e ebook!

IL PITTORE DEGLI ANGELI: su Amazon in versione cartacea e ebook!
Romanzo storico ambientato nella fulgida e sontuosa Venezia di fine 1500. Uno dei protagonisti è il vecchio e spregiudicato pittore Tiziano Vecellio, pronto a difendere fama e ricchezza. Ma lo attende un incontro sconvolgente: quello con "il pittore degli angeli". La sua vita non sarà più la stessa.

THE PAINTER OF ANGELS: now on Amazon, paper and ebook version!

THE PAINTER OF ANGELS: now on Amazon, paper and ebook version!
Venice, late spring of 1560. In his studio, the old Venetian painter Tiziano is waiting for the visit of the “painter of angels”, a mysterious artist just arrived in Venice. Tiziano senses a foreboding danger to his position, fame and standing. In fact, the arrival of the artist does upset both the professional and private life of Tiziano. And the struggle has just begun.

IL MIO CANALE YOUTUBE

Visualizzazioni totali

Top 7 Commentatori

Post più popolari

Che cosa sto leggendo

Che cosa sto leggendo
"Autunno del Medioevo" di Johan Huizinga