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"La Storia siamo noi."


sabato 2 maggio 2015

"Whiplash", una discesa agli inferi a ritmo di jazz

La locandina del film
Nel percorso di recensioni cinematografiche Alla Lanterna Magica oggi vorrei parlarvi di Whiplash, un film violentissimo, ma collegato ancora una volta  alla creatività, e che è particolarmente interessante come oggetto di discussione anche per chi ama la scrittura come noi. Si tratta di un film del 2014, diretto da Damien Chazelle e interpretato da Miles Teller e da J. K. Simmons, vincitore di tre Premi Oscar. 

Non è un caso che la parola “whiplash” in inglese stia ad indicare non solamente il titolo di un brano jazz, suonato nel film, ma anche “frustata”. Il film narra la storia di un ragazzo che ha l’ambizione di diventare un grande batterista jazz. Per raggiungere il suo obiettivo frequenta un importante conservatorio di New York, lo Shafner, dove spera di entrare nell'orchestra diretta dal terribile Terence Fletcher.

Riesce dunque a farsi notare dal maestro in persona e ad entrare nell'agognata orchestra. Da quel momento in poi inizia per lui una vera e propria difesa agli inferi, evidenziata dalla fotografia, che quasi sempre inquadra ambienti pervasi dal buio. La vera tenebra, però, si cela nell'insegnante, che si dimostra un aguzzino della peggior specie. La violenza che egli esercita sui suoi allievi si esprime in umiliazioni verbali, insulti di ogni genere di fronte alla minima mancanza, esercitazioni incessanti fino a far sanguinare le mani di Andrew, e la minaccia sempre costante di essere estromessi dall'orchestra e chiudere ogni speranza di carriera. 

Fin da subito tra lui e il ragazzo, Andrew, si viene a instaurare un rapporto malsano di tipo sado-masochistico, e una partita sfibrante come tra il gatto e il topo, in cui sottotraccia il maestro riconosce il talento dell’allievo, ma lo vuole condurre alla cosiddetta perfezione: la “sua” perfezione, naturalmente, a cominciare dal ritmo impresso alla musica. E, d’altra parte, anche il ragazzo non demorde, complice la sua ambizione che lo porterà a rischiare la sua sanità mentale e la sua stessa vita. Del resto anche lui ha grandi problemi di socializzazione, e a un certo punto rinuncia a frequentare Nicole, una ragazza che si mantiene agli studi servendo come cameriera in un fast food, perché intende sacrificare ogni cosa al suo sogno di diventare un grande tra i grandi. Anzi, il migliore.

Nicole e Andrew
A parte il legame morboso tra insegnante e allievo, in cui non c’è un briciolo di affetto (i due sono interpretati magistralmente da J.K. Simmons e Miles Teller), esiste anche il rapporto, altrettanto malsano, che l’allievo ha con il proprio strumento, la batteria, che considera un’emanazione di se stesso.

Non è tutto, perché come sapete mi piace andare a guardare “di lato” ai film, per individuare nella cornice altri importanti segnali di disagio o non-detto (come in Big Eyes). Quello che mi ha molto colpito e rattristato è il livello di competizione esistente tra gli stessi ragazzi nell'ambito della scuola Shafner. Tutti sgomitano per cercare di emergere, e tentano di farsi le scarpe, l’un contro l’altro armati, magari per far parte dell’orchestra in occasione di gare musicali tra scuole prestigiose. Nessuno dei ragazzi, a partire dallo stesso Andrew, mostra di voler instaurare un autentico rapporto di amicizia. Il deserto umano è totale, conta solo la musica come dio assoluto, il proprio talento e come farlo emergere, con mezzi leciti e illeciti. In una parola, acquisire visibilità imperitura.

Ora, non ho molta familiarità diretta con gli ambienti cosiddetti creativi, a parte un po’ con quello della scrittura, conoscendo molte persone che scrivono e avendo frequentato alcune communities letterarie di autori self-published, e dove ci sono sacche di falsità e invidia davvero molto estese (ma dove ho anche incontrato persone splendide di cui sono diventata amica). Ho però conosciuto persone che lavoravano nell'ambiente musicale e dello spettacolo (sia televisivo che canoro, e tra le ballerine del teatro alla Scala), e mi hanno assicurato che il livello di competizione è altissimo tra gli addetti ai lavori.

***

Mi sono dunque fatta alcune difficili domande che vorrei rilanciarvi: 

1. Perché accade così frequentemente che negli ambienti creativi predominino ambizioni smodate e invidia? Certamente ambizione e invidia sono insite negli esseri umani e sono presenti anche negli uffici e nelle fabbriche, ma sembra che in questi luoghi deputati alla creatività gli atteggiamenti siano portati fino alle estreme conseguenze.

2. E perché qualcosa che dovrebbe condurre all’arricchimento interiore, cioè l’arte in tutte le sue forme, diventa strumento per l’inaridimento e l’isolamento progressivo della persona? Sembra quasi che un dono venga asservito a meccanismi infernali, e allo smembramento dell'integrità spirituale.

3. Inoltre, fino a che punto si può spostare sempre un passo più in là il paletto della perfezione, forzando l’allievo o forzando se stessi fino a pretendere l’impossibile?

Mentre nella scrittura è molto difficile distinguere un buon romanzo da un autentico capolavoro (solo il tempo, forse, potrà ridimensionare certi elogi e prospettive sperticate, e magari costruite e fasulle, e ridare il giusto posto a romanzi che, magari, al loro apparire non attirarono l’attenzione), e lo stesso accade nel mondo dell’arte, un po’ più facile forse è riuscire a stabilirlo in ambito musicale essendo la musica paragonabile alla matematica che è una scienza esatta.

E voi avete visto il film e che cosa ne pensate? Avete mai fatto una riflessione sulle tre domande che vi propongo?


P.S. Chiudo il post dicendo che io non credo nel concetto di perfezione.
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14 commenti:

  1. È proprio così: nel mondo delle "performing art" c'è grande invidia, figlia della competizione. Tutti amici a parole (e a volte neppure quello) e tutti pronti a sperare che il collega faccia un passo falso. La soddisfazione più grande è quella di obbligare il collega a congratularsi. Sarebbe davvero interessante poter capire perché, invariabilmente, si sviluppino queste dinamiche.
    Per il resto io credo che la perfezione esista, ma che sia quasi irraggiungibile: a parte i pochi in possesso di capacità fuori dal comune, per gli altri si tratta sempre di limitare il numero di errori...

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    1. Ciao Michele, grazie del passaggio sul mio blog. Tra l'altro, ho appena stampato i 21 incipit per la votazione, sarà davvero interessante vedere i risultati!

      Nel mio piccolo, ho sempre avvertito una buona dose di invidia strisciante e anche di grande vanità a scapito del collega. Ho assistito alla presentazione di due scrittori in cui c'era un esordiente e un altro più affermato - ma non era certo Umberto Eco - dove quello più conosciuto ad un certo punto ha cominciato ed enumerare tutti i premi vinti. Che tristezza.

      Non so spiegarmi nemmeno io perché nel settore creativo ci sia questo grado di competizione. Forse quando si comincia a misurare i risultati in termini di seguito, vendite, elogi o visibilità? Secondo me ci deve essere un termometro sui risultati che fa scattare la competizione.

      Peraltro anche nel settore sportivo accade... Ricordo il caso di qualche anno fa di due famose pattinatrici artistiche, dove una pare avesse assoldato il proprio ragazzo per impedire all'altra di gareggiare. Non mi ricordo esattamente che cosa avesse architettato, ma i metodi erano molto violenti e degni di un noir.

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    2. Nel mio commento precedente, quando scrivevo "nel mio piccolo", intendevo riferirmi a un atteggiamento generale, e non personale, nel settore della scrittura.

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    3. Io, nel mio piccolo, ho assistito a scene di ipocrisia da oscar. Rimane il fatto che l'invidia, in certi ambienti, è uno dei riconoscimenti più ambiti...

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    4. Proprio vero che l'essere umano ha due facce, spesso e volentieri.

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  2. Questo film è nella lista di quelli da recuperare assolutamente!
    Quanto all'invidia, credo sia inevitabile. Le persone perfettamente appagate e serene, che non hanno nulla da dimostrare (loro beate) non hanno, appunto, nulla da dimostrare, non sentono la necessità di esporre loro stesse, se anche si dedicano all'arte, lo fanno senza la pretesa di un riconoscimento. Chi ha la necessità di un riconoscimento (e sì, ci sono dentro anch'io) ha un ego e delle fragilità che spesso non si esprimono nel modo più dolce possibile...
    La spinta alla perfezione, inoltre, temo sia un'altra discriminante.Chi si accontenta gode, ma solo il perfezionista maniaco crea grandi opere d'arte. Infatti di personalità geniali e serene in campo artistico/musicale/letterario ce ne sono pochine...

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    1. Il film te lo consiglio senz'altro, anche se l'ho trovato violento in maniera quasi insostenibile, a tratti. Scorre proprio sangue, e non in senso metaforico!

      L'atteggiamento equilibrato che mi descrivi è un traguardo molto difficile da raggiungere, ma non impossibile. Credo che alla base ci sia la mancanza di aspettative esterne, di qualsiasi genere siano, o al positivo o al negativo. Se non ti aspetti niente, non rimarrai troppo deluso e, anzi, godrai di ogni piccola gratificazione. Quello che ti può arrivare dal mondo è sempre viziato alla base, e non parlo di concezioni religiose o teologiche naturalmente, ma della limitatezza dell'essere umano.

      Per quanto riguarda la perfezione, la interpreto come il miraggio nel deserto. Ci puoi arrivare molto vicino, ma si sposta continuamente ai tuoi occhi. Inoltre, con l'esperienza e l'affinamento delle capacità, aumenta anche la tua corsa alla perfezione, che quindi si sposta di nuovo. Mi viene in mente anche un altro film, "Shine", in cui la musica distrugge la sanità mentale del protagonista, complice anche il padre.

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  3. Mi pongo queste domande soprattutto in relazione al mio modo di vivere la scrittura, anche se non mi definirei mai "artista". Non sono del tutto d'accordo con Antonella quando dice che chi è appagato e sereno non cerca riconoscimenti. Credo che l'arte contenga in sé il bisogno di comunicare, e per l'autore essere riconosciuto significa poter condividere la sua arte con un vasto numero di persone. Credo che questo spieghi certi eccessi, anche se non drammatici come nel film (che non vedrò!).

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    1. Grazie del tuo pensiero. Siamo tutti esseri umani, quindi è evidente che la gratificazione fa piacere. Il non cercare visibilità e riconoscimenti pone senz'altro la persona, chiamiamola artista comprendendo una vasta categoria, su un altro piano, inevitabilmente superiore.

      Per la mia limitata esperienza, alle volte i riconoscimenti mi sono arrivati quando meno me li aspettavo, altre volte, per quanto li avessi stimolati, mi è sembrato di scontrarmi con un muro di cemento. E' un po' come il gatto che continuamente rincorre la sua coda, e che quando è a riposo gli si attorciglia attorno e arriva, come dire, spontaneamente.

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  4. Cara Cristina, non conoscevo il film, ma lo cercherò senz’altro, grazie mille della segnalazione.
    Le domande che poni nel tuo post sono molto interessanti, quindi partecipo e rispondo, a modo mio. Sappiamo bene che l’invidia nel mondo dell’arte esiste da sempre ed è sempre stata spietata, basti pensare alle competizioni tra Leonardo e Michelangelo, tra Salieri e Mozart o tra grandi scrittori. Perché è presto detto: il mondo dell’arte è un mondo che promette/permette l’immortalità, è un’ascensione sublime e l’artista è un privilegiato che gode della libertà eccellente di agire liberamente (e in nome dell’arte stessa), senza regole.
    Ma del resto, l’invidia è una sindrome ricorrente in ogni ambiente culturale, una forma perniciosa, rancorosa e risentita, di ammirazione mista a presunzione. È un dolore mentale, un’emozione dolorosa adeguata alla percezione che non si è o non si ha qualche cosa di buono, ammirato, desiderabile o desiderato che altre persone invece sono o hanno. È uno stato emozionale che distrugge l’amore creativo che pur dell’arte è stato l’unico alimento, la sua qualità sociale, culturale, anche economica; è una forma di oscurantismo.
    D’altra parte l’invidioso può essere visto anche come un potenziale serial killer mosso dalla tristezza per la constatazione della felicità altrui (anche Hitler voleva essere considerato il più grande artista del ventesimo secolo, per esempio!), poi dipende da quali azioni mette in pratica… anche se di solito, chi prova invidia ha il terrore dell’invidia, ben sapendo quanto il suo sentimento vorrebbe essere distruttivo. In tutti i casi, ritengo che l’invidioso vorrebbe essere invidiato ed essere degno d’invidia. Poi, con il tempo si rassegna, quando il successo che desiderava vedere soffocato diventa stabile e si presenta immodificabile. In questo caso è facile che l’invidioso si trasformi in adulatore, perché invidia e adulazione, in definitiva sono le due metà congiunte d’un unico frutto! :)

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    1. Cara Daniela,

      grazie mille del tuo punto di vista, come sempre articolato e sfaccettato. È vero quando dici che la competizione ha sempre caratterizzato il mondo dell’arte, mi vengono anche in mente Bernini e Borromini, due grandi figure di scultori e architetti, dove il primo ebbe più seguito e considerazione in vita grazie anche a un carattere probabilmente più mondano e solare.

      Di tutti i sentimenti negativi, l’invidia è di genere estremamente corrosivo perché è destinato ad aumentare nel tempo ed è continuo. L’invidioso non ha mai pace, perché troverà sempre qualcuno che lo sopravanza per capacità, oppure possiede beni in misura maggiore.

      La cosa che però costituisce una vera e propria maledizione, karmica oserei dire, è quando è proprio l’invidioso ad avere delle capacità, eppure si trova superato da un altro che, per fortuna o conoscenze, riesce ad acquisire maggiore visibilità. In quest’epoca dominata dalla quantità di persone che possono esprimersi – parlo in special modo del nostro settore, quello della scrittura – la competizione mi sembra addirittura aumentata.

      Non avevo pensato che invidia e adulazione possono essere due facce della stessa medaglia!

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  5. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  6. Nel nostro settore la competizione è alle stelle, però il caso da te descritto non mi sembra rientrare nella sfera dell'invidia, quanto semmai dell'amarezza e frustrazione. Invece, penso che gli invidiosi abbondino tra i meno capaci. 
    Un abbraccio

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    1. Diciamo allora che ce n'è per tutti i gusti! ;-)
      Grazie del nuovo commento, e ricambio l'abbraccio.

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

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