Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


sabato 20 febbraio 2016

Alla ricerca del piacere perduto


La settimana scorsa mi è capitato di vedere la trasmissione Hell’s Kitchen con il noto chef Carlo Cracco che non ha certo bisogno di presentazioni. Premetto che la cosa è accaduta in maniera del tutto casuale, con marito che faceva zapping compulsivo in quanto non c’era nulla in tv. Non avevo nemmeno mai visto Masterchef, tanto per dire. Per chi non lo sapesse, Hell's Kitchen consiste nella competizione tra due squadre di aspiranti chef (la squadra blu di ragazzi e la squadra rossa di ragazze) che vengono sottoposti da Cracco a una serie di prove di alta cucina. Il tutto avviene nella frenesia più assoluta, urla, lacrime, lancio di piatti e umiliazioni che mi hanno ricordato la gogna medievale. Come al solito, mi sono chiesta quale grado di masochismo ci voglia per esporsi alla fustigazione sulla piazza mediatica da parte un tizio che, per quanto competente, rimane un essere umano in carne e ossa, e non un semidio disceso sulla terra.

I partecipanti alla competizione non erano simpatici. Ho trovato detestabili soprattutto le ragazze per il loro grado di presunzione e per i giudizi sulle loro colleghe; dei ragazzi, ne avrei salvato solo un paio (il sornione Chang e il nerd Mirko), gli altri mi sembravano pronti a fare lo sgambetto alla minima occasione, invece di sentirsi una vera brigata da cucina. Ma probabilmente tutti recitavano una parte, come capita in molti reality show, e io sono la solita ingenua bacchettona. Tra le altre cose, mi ha dato anche fastidio che timballi di riso finissero nel cestino della spazzatura solo perché la tostatura non era perfetta, come pure uova in camicia scagliate tutt'attorno e che finivano per spiaccicarsi ovunque. Cibo commestibilissimo. Noi abbiamo perso la sacralità del cibo e ci permettiamo di scherzare solo perché abbiamo la pancia e il frigo pieni, e il pasto assicurato ogni giorno. Ma questo è un altro discorso. Dopo una settimana ho letto sul giornale che il giovane chef di Losanna Benoit Violier si era suicidato. Nessuno, a parte lui, potrebbe spiegare il motivo di quel gesto, ma a quel punto è stato inevitabile per me fare una riflessione.

Saper cucinare è un dono, esattamente come suonare uno strumento, o far ridere le persone. O scrivere, nel nostro caso. Io non so se sono in grado di scrivere bene, ma è indubbio che mi piaccia farlo. In un altro post, Confessioni di una scrittrice per hobby, raccontavo del mio recupero sulla dimensione perduta del piacere iniziale, e di come avessi dovuto buttare a mare un bel po’ di zavorra per procedere più speditamente. Avere un talento e metterlo a frutto è una grazia, da qualsiasi parte ci provenga, e provoca in noi una forma di godimento.

Invidia, Cappella degli Scrovegni
Giotto 
La domanda è stata:

perché, dunque, noi esseri umani siamo in grado di rovinare questa bella sensazione con le nostre mani?

Nel caso di programmi  tv competitivi, è chiaro che c’è una forte spettacolarizzazione, e che il cibo buttato obbedisce alla famosa ingiunzione “the show must go on”. Nel caso dei grandi ristoranti, la perdita di una stella Michelin o un giudizio impietoso da parte di un critico gastronomico sono vere e proprie mazzate, e la conseguenza è un calo di introiti in un’attività che dà lavoro a moltissime persone. Ci vuole anche un forte grado di autostima per resistere alla pressione. Non ho visto il programma Masterpiece sulla scrittura, ma penso che obbedisse alla stessa logica. Rimanendo nel nostro ambito ridotto, possiamo tuttavia allestire, del tutto autonomamente, una specie di autodafé dove mettere al rogo il piacere derivato dal fatto di inventare storie e metterle nero su bianco. Oltretutto, la parola “piacere” ha sempre avuto una connotazione lasciva e peccaminosa, ed è stata sempre contrapposta alla parola “dovere”. Storicamente, piacere e dovere non vanno d’accordo, anzi sono come il diavolo e l’acqua santa. 

Qual è la causa per cui il meccanismo bene oliato s’ingrippa, e subentra fatica e altro? Per quanto mi riguarda, la risposta sta nel confronto con gli altri, esattamente come nel programma Hell’s Kitchen. Il confronto (che non sia quello sano, con se stessi) genera competizione. La competizione genera il disprezzo, se ci si sente superiori, e la presunzione; genera invidia, se ci si sente inferiori. E osservate qui sopra com'è raffigurata l'invidia da Giotto nella Cappella degli Scrovegni: l'invidia fa bruciare l'invidiosa, che denigra l'invidiato ma viene colpita dalla sua stessa malvagità. Il serpente della calunnia si rivolta contro di lei colpendole gli occhi. Di conseguenza l’invidia genera stress, se si arranca per raggiungere le altezze dell’altro. Lo stress abbassa le difese immunitarie e caccia via il piacere. La scrittura stessa potrebbe impoverirsi, come se si ammalasse in qualche modo.Non c’è limite apparente al processo di involuzione, che potrebbe assumere varie forme. Il dato di fondo è che il piacere si è sentito in pericolo, ed è scappato via a gambe levate. E quindi la mia conclusione è: il confronto rancoroso è l’anticamera dell’inferno. Altro che Hell’s Kitchen. 

Quindi, lancio un grido di allarme: presto, salviamo il piacere! Per quanto mi riguarda, ora non osservo sempre se il mio compagno di banco sta facendo il compito meglio di me o, in apparenza, è il cocco della maestra. Scrivo con impegno, ma anche con gioia e benessere triplicati. E i primi risultati si vedono.

In fondo, come diceva Voltaire:







E, se lo diceva lui, quel vecchio volpone del filosofo francese,
possiamo ben dargli credito!
Share:

20 commenti:

  1. È quello che ho imparato a fare: divertirmi. Una volta no, volevo arrivare in alto e dimostrare a tutti che si sbagliavano. Per fortuna che quel periodo me lo sono lasciato alle spalle. Mi piace raccontare storie e lo faccia con tutto l'impegno di cui sono capace. E il resto? Il resto... Boh! Continuo a scrivere e basta.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Come raccontavo nel post che cito, da ragazza sono stata viziata da alcuni primi, modesti successi, cui è servita una fase declinante (perlomeno nell'ambito della visibilità e delle vincite di concorsi).

      Paradossalmente, ora scrivo con grande facilità, anche se il mio genere comporta poi una fase di studio e revisione molto lunga. Però, ecco, la Magia dello scrivere... guai a perderla!

      Elimina
  2. Giusto martedì scorso facevo questo discorso: ormai si è diffusa una strana epidemia, l'esasperato bisogno di esibizionismo che porta le persone a sottoporsi a spettacoli talvolta davvero avvilenti come quello che citi tu a proposito della trasmissione sui cuochi. Tutto finto, tutto recitato, tutto estremizzato per coinvolgere il pubblico. Il piacere, ormai, ha spostato il suo asse ed è diventato "è piacere purché piaccia agli altri". Invece il piacere delle cose che facciamo dev'essere nostro e la competizione deve servire per ottenere il miglioramento o gli stimoli giusti, non per "affossare" l'avversario al solo scopo di prevalere su di lui.
    Io, come te, guardo il mio, sto attenta a gestire bene le mie presunte capacità e Voltaire ha ragione: lo faccio perché così sto bene.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un altro aspetto davvero avvilente di questi programmi è che ci sono persone che si mettono di loro sponte su un grado di inferiorità rispetto al cosiddetto maestro. Voglio dire, la vita ci fa incontrare già di suo persone autoritarie che provano a umiliarci (famiglia, parenti, lavoro, negozianti...) perché questi concorrenti se le vanno a cercare? Si è persa completamente la bella dimensione maestro-allievo. Il messaggio è malsano e pericoloso sin dall'inizio.

      Oltretutto sono convinta che la tua capacità ne risenta, perché sei talmente teso a guardare quello che fa l'altro, o a cercare di danneggiarlo da snaturare quello che fai. Ha come un effetto boomerang.

      Elimina
  3. La scrittura nel mio caso è fatica perché sono esigente con me stesso, ma anche sempre piacere. Per fare una citazione: un giogo dolce da portare.
    Il mio confronto con gli altri scrittori si riduce a quei due-tre autori del passato che per me sono molto al di sopra di tutti gli altri e che prendo come asticella per valutare il mio stesso livello di scrittura nel modo più oggettivo possibile.

    RispondiElimina
  4. Ciao, Ivano! Mi piace moltissimo la tua definizione "un giogo dolce da portare". Il confronto con gli autori del passato è sano, e anzi doveroso da parte nostra. Loro sono come dei modelli che hanno superato la prova del tempo, e sono là.

    Comunque, se si leggono i resoconti delle aspre rivalità, anche tra grandi scrittori del passato, vengono i brividi. E' proprio quello che accade tra pari che avvelena lo spirito.

    RispondiElimina
  5. Sto davvero tentando anch'io di mettermi al riparo dalla competizione che fa grandi danni. Rischia di venire meno il piacere come dici tu, certo in TV tutto è amplificato e portato all'estremo, ma anche nel piccolo mondo reale di altrettanto piccoli scrittori quali io sono è nocivo. Bisogna intervenire! Sandra

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cough, cough! Ho appena finito di sistemare la libreria in studio, e sembrava ci fosse dietro un drago che mi ruggisse addosso la polvere! :-)

      Purtroppo la competizione spesso si impara sui banchi di scuola, insieme a tutto il resto. Avevo fatto la scuola media in un ambiente competitivo e invidioso (tutto al femminile, tra l'altro) e mi ricordo come fosse ieri la gara a chi era "più brava in..." o "più bella". Si tende a ripetere gli stessi schemi anche in altri ambiti. Come dici tu, bisognerebbe darsi una regolata.

      Elimina
  6. Trovo questo post molto condivisibile.
    Temo che l'essere umano abbia un bisogno innato di approvazione esterna. Tutti vogliamo essere apprezzati, ma a volte questa ricerca di approvazione finisce per rovinare il piacere di fare.
    Da un lato credo che sia inevitabile, e anche sacrosanto che quanto si passa dal fare qualcosa per se a farlo per altri (ad esempio rivolgendosi a dei lettori) si debba tendere al miglior risultato possibile ed essere pronti alle critiche. Se voglio farmi leggere non posso trincerarmi dietro a un "non mi capite" ogni volta che qualcosa non va.
    D'altro canto non possiamo fare del perfezionismo una malattia. Sopratutto dobbiamo capire cosa vogliamo fare, con quali scopi e con quali costi anche umani.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Se la frase "non mi capite" si ripete un po' troppo spesso, si finisce per passare al classico "sono un genio incompreso"; e quindi c'è la caduta nel ridicolo. Conosco delle persone eccellenti sia dal punto vista professionale che umano. Ma, quando incontrano difficoltà nella loro passione di scrivere romanzi o poesie, emettono alti lamenti. E' come se si mettesse in discussione qualcosa di profondo.

      Penso che il campanello d'allarme debba suonare quando si fa terra bruciata, e si rovinano i rapporti col prossimo. Allora c'è davvero qualcosa che non va!

      Elimina
  7. Grazie di avermi dedicato un intero post, Cristina! E senza avvisarmi, poi... adesso me lo rileggo, chissà che non mi entri nella zucca un po' di antidoto al mio momento difficile. Più che sentire la competizione o soffrire di invidia (capita, ma in rarissime occasioni), mi sembra di soffrire piuttosto il divario tra le aspettative troppo alte che ho coltivato e i risultati che ottengo. A parte questo, ciò che dici sulla necessità di recuperare il piacere del fare è sacrosanto. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ahahah, questa è buona! Siamo sulla stessa lunghezza d'onda, a quanto pare. Allora gettiamo una ciambella di salvataggio al povero piacere che sta affogando nel mare delle aspettative e dei doveri, imposti da altri oppure da noi stessi. Che ne dici? ;-)

      Elimina
    2. Sto già andando a recuperare un salvagente di Enrico in soffitta. :D

      Elimina
  8. Leggendo l'attacco del post per un attimo ho pensato di aver sbagliato blog!!
    Scherzi a parte, condivido in pieno ciò che hai detto sul confronto che genera danni, in qualsiasi campo. In particolare nella scrittura, mi sembra che molti di noi siano impegnati in questo periodo in questa ricerca del piacere perduto... La massima di Voltaire è bellissima :) Devo ricordarmene.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vero che riesco sempre a stupire con effetti speciali? Passo dalla Storia all'arte alla scrittura alla cucina, con la massima disinvoltura... ;-)

      Della massima di Voltaire bisognerebbe fare un quadretto, secondo me.

      Elimina
  9. In questi anni siamo stati sommersi da autentica spazzatura TV. Credevo che il peggio assoluto fossero i reality, poi ho scoperto Masterpiece. Ma è con questo pseudoprogrammi di cucina che si è toccato il fondo. A 'sto punto meglio Antonella Clerici e Benedetta Parodi (che da anni uso in classe per fare una battuta sui fritti) che tali scene degradanti.

    RispondiElimina
  10. @Marco: mi sono rifiutata di vedere Masterpiece, anche se, com'è ovvio, ne ho sentito parlare molto. La narrativa ha tempi lunghi, a volte lunghissimi, e non capisco come si possa adattare ai tempi televisivi. Inoltre è proprio il concetto di competizione che sta alla base di tutto il discorso a disturbarmi.

    Un'altra cosa che non capiscono sono i vantaggi che ricavano questi partecipanti, in cambio della pubblica fustigazione mediatica: celebrità ottenuta in tempi rapidi? possibilità di avere lavoro e commesse nel caso dei cuochi... pardon, degli chef?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In effetti sì, ed è forse quella la cosa più triste e tragica. Insomma ci guadagnano tutti: gli chef, i partecipanti, il canale TV, gli spettatori.
      L'unica che non ci guadagna è la società. Una volta scene del genere non venivano chiamate mobbing e spreco di cibo?

      Elimina
    2. Con questi programmi la TV è davvero la "cattiva maestra": insegna che si può non solo umiliare gli altri, ma che si ricavano vantaggi dall'essere umiliati. E visibilità per tutti. Inoltre instilla un piacere morboso nello spettatore, che gode nel vedere i tormenti altrui.

      Sul cibo penso che sia semplicemente osceno buttarlo a quel modo. I nostri nonni lavoravano sodo per poter avere la scodella piena, e questi la vuotano nel bidone senza batter ciglio.

      Elimina

Politica dei cookie

Questo sito fa uso di cookie, anche di terze parti, per offrire un migliore servizio ai lettori. Se decidi di continuare la navigazione, significa che accetti il loro uso. Per maggiori dettagli leggi la seguente pagina informativa.

QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono redattrice e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

IL MIO CANALE YOUTUBE

Visualizzazioni totali

Top 7 Commentatori

Post più popolari

Che cosa sto leggendo

Gli ultimi award

Il Franken-meme di Nocturnia