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"La Storia siamo noi."


sabato 12 novembre 2016

I quadri, i romanzi e… i paesaggi artificiali





Questo post è l’ideale prosecuzione di un precedente articolo dal titolo I quadri, i romanzi e… i paesaggi naturali” che, se volete leggere, trovate qui e che appartiene alla serie ormai collaudata dei "vasi comunicanti". Questa volta mi occupo di quei luoghi costruiti dalla mano dell’uomo che costituiscono l'ambientazione di romanzi e racconti, magnifici o squallidi che siano. Rimane sottinteso il concetto che anche i luoghi artificiali possono essere proiezioni dell’inconscio e della fantasia, e distorcersi in modo da diventare irriconoscibili… e anch’io, nel comporre questa nuova carrellata, mi sono trovata a scegliere in modo istintivo non tanto edifici fatti di pietre, cemento e mattoni quanto veri e propri luoghi-creatura o luoghi-simbolo.

Essendo più che mai necessario operare una selezione, mi sono limitata ad alcuni che trovo particolarmente nelle mie corde!


Il castello: Il castello di Otranto di Horace Walpole 

Per un’amante del Medioevo come la sottoscritta non poteva che essere questo edificio a inaugurare la mia rassegna. Il castello, chesorge solitamente in un luogo strategico, spesso in posizione elevata, rialzata e arroccata e facilmente difendibile, è indubbiamente uno dei luoghi che hanno goduto di maggior fortuna in campo narrativo e cinematografico; e che può essere dimora della magnificenza come pure dell’orrido. 

Il castello di Otranto, pubblicato nel 1864, diede l’avvio al cosiddetto filone del romanzo gotico-fantastico dove il quotidiano si mescolava al soprannaturale. Si trattava di una novità assoluta, in considerazione del fatto che i due generi erano sempre stati considerati distintamente. La corrispondenza tra realtà esterna e realtà interna è quanto mai viva in questo romanzo in cui la psicologia detta legge. Lo stesso autore, Horace Walpole, narrò in una lettera a un amico che il romanzo ebbe origine da un sogno: nel risvegliarsi, egli riusciva a ricordarsi di essersi trovato in un antico castello e che sul pianerottolo più elevato di un salone aveva visto una mano gigantesca rivestita di un’armatura. La sera stessa egli si pose all’opera con tale alacrità che, venuta la sera, non riusciva quasi più a tenere la penna in mano per quanto gli faceva male. Che bella sensazione, questa, per uno scrittore!

Le vicende sono legate a un’oscura profezia sulla signoria di Otranto: “Il castello e la signoria d'Otranto sarebbero venuti a mancare all'attuale famiglia, quando l'autentico possessore fosse diventato troppo grande per abitarvi”. Manfredi, principe d’Otranto, ha due figli: Matilda e Corrado, il suo prediletto. Egli dovrebbe sposare Isabella, la figlia del marchese di Vicenza. Proprio il giorno delle nozze, però, Corrado viene schiacciato da un enorme elmo identico a quello della statua di Alfonso, un precedente principe della signoria d'Otranto. Alla sera Manfredi propone a Isabella di sposare lui. Il principe desidera infatti un erede maschio, che non riesce ad avere dalla principessa Ippolita. Isabella scappa; Manfredi cerca di inseguirla, ma viene trattenuto dallo spettro di un suo antenato. Isabella raggiunge un passaggio segreto che congiunge i sotterranei del castello alla chiesa di San Nicola… E questo, appunto, è solo l’inizio! 



Il castello non viene mai descritto con precisione architettonica, ma visto per parti e spesso in maniera vaga; e questo concorre a farlo diventare un autentico labirinto mentale. Ecco ad esempio il punto dove l’eroina, Isabella, sfugge al principe Manfredi dopo che egli le ha manifestato la volontà di sposarla al posto del figlio: “Con questa risoluzione, afferrò una torcia accesa in fondo alle scale e si affrettò verso il passaggio segreto. La parte inferiore del castello era scavata in diversi corridoi intricati, e non era facile, per chi era così in ansia, trovare la botola che si apriva sulla caverna. Un terribile silenzio incombeva in quel regno sotterraneo: solo, di tanto in tanto, alcune raffiche di vento facevano sbattere le porte che Isabella si era lasciata alle spalle, con un cigolio dei cardini arrugginiti che riecheggiava attraverso quel lungo e oscuro labirinto.” Quindi, come potete intuire, nel romanzo c’è tutto quell’armamentario ad effetto che a me piace tanto!

Ho fatto parecchia fatica a trovare un quadro a olio così come lo volevo io, e alla fine mi sono orientata su questo A View of Tantallon Castle del 1816 di Alexander Nasmyth. Mi piace perché in qualche modo richiama il castello di Otranto che si affaccia sul mare, e per i colori assoluti e violenti, quasi al calor bianco. L’edificio che incombe alla sommità degli scogli è prepotentemente illuminato dalla luce sfolgorante che arriva dal cielo e appare gigantesco se paragonato alla barca a vela in balia delle onde, che sta per schiantarsi sugli scogli, in mezzo al mare infuriato. Tutta la parte inferiore e superiore del dipinto, con la spiaggia, le rocce e le nuvole nere, costituisce una cornice ideale per inquadrare il castello.




La chiesa: Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos

Sulla falsariga dell’edificio come luogo dell’anima, è la volta della chiesa intesa non tanto come edificio ma come comunità religiosa sottoposta alle cure di un pastore di anime. In questo romanzo, scritto nel 1936, un giovane prete appena ordinato viene inviato come parroco ad Ambricourt, un piccolo villaggio francese. Il sacerdote vuole ispirare la sua azione pastorale allo spirito del Vangelo, e per questo entra continuamente in contrasto con i parrocchiani. Si occupa anche della situazione della famiglia del conte locale, che ha una relazione con la governante della sua figlia adolescente, Chantal. La contessa è nemica di tutti: il marito la trascura, vive solo del ricordo di un figlio morto piccolo, ha un atteggiamento di ribellione anche verso Dio. Nonostante questo, il prete riesce a riportarla alla fede, ma si attira l’ostilità dei paesani dopo la morte della contessa.

Non gli resta che affidare pensieri e tormenti a un diario segreto, strumento di presa di coscienza della propria interiorità e di conseguente auto-liberazione. Forte solo della propria fede, goffo, magrissimo, minato da un male incurabile, egli vive nella solitudine e in una quotidianità ridotta al minimo. Tutto il romanzo è percorso da una profonda irrequietudine spirituale, a partire dal protagonista che, come tutti i “novizi” incomincia il suo ministero con grande entusiasmo, salvo a scoprire che può gettare solo dei semi e sperare che essi attecchiscano e senza poter presumere niente con le sue sole forze. Incarna dunque la forza di una fede che non è priva di dubbi, ma alla fine si affida totalmente a Dio. E dove l’eroismo è quello del quotidiano in cui le piccole azioni diventa grandi se irrorate da questo soffio potente. Nel romanzo ci sono frasi che sono come squarci: “L’inferno, signora, è non amare più.”

Ed ecco la descrizione del villaggio, ovvero della “chiesa”, all’arrivo del giovane prete sotto una pioggia triste di novembre: “Il villaggio m’è apparso bruscamente dalla parte di Saint-Vaast, così ammucchiato, tanto miserabile sotto l’odioso cielo di novembre. L’acqua gli fumava sopra da tutte le parti. Sembrava essersi coricato là, nell’erba ruscellante, come una povera bestia stracca. Com’è piccolo, un villaggio! E quel villaggio era la mia parrocchia.” 

Il dipinto del 1890 a olio di Van Gogh, La chiesa di Auvers, richiama bene il mondo descritto da Bernanos nel suo romanzo: quello di una società chiusa e gretta i cui membri di maggior spicco sono sordi a ogni sollecitazione spirituale. L’ho scelto perché trovo che l’edificio, che risulta deformato dalla pennellata convulsa di Van Gogh, quasi in procinto di sciogliersi come la cera di una candela, rispecchi molto bene la comunità con cui il protagonista dialoga in un tentativo quasi disperato. La figurina di donna vista di schiena concorre ad aumentare il senso di incomunicabilità del quadro.



La biblioteca: Il nome della rosa di Umberto Eco

Non occorrono molte presentazioni per il romanzo di Umberto Eco Il nome della rosa, edito per la prima volta da Bompiani nel 1980. L’opera non è solamente un giallo storico, ma è un testo contenente diversi livelli di lettura in cui ciascuno può seguire il filone più congeniale, concentrandosi sulla serie di delitti che hanno luogo nell’abbazia, oppure sulle digressioni storiche e filosofiche, sulla perfetta ambientazione, sul meccanismo dei dialoghi e su molti altri aspetti. La storia è ambientata sul finire dell’anno 1327 e presenta l’espediente narrativo del manoscritto ritrovato, opera di un monaco di nome Adso da Melk che, ormai anziano, decide di raccontare i terribili fatti cui assistette come novizio molti decenni addietro. La storia ha luogo in un monastero benedettino dell’Italia settentrionale, e Adso è il novizio e compagno di frate Guglielmo da Baskerville che gli fa da maestro. Nella stessa abbazia sta per avere luogo l’incontro tra la congregazione dei frati francescani spirituali e gli inviati del Papa da Roma. L’abate del monastero approfitta della presenza di Guglielmo, ex-inquisitore, per incaricarlo di investigare sulla morte di un giovane confratello, che una notte si è gettato dalla finestra di un’alta torre dell’abbazia. Le prime giornate sono funestate dalla morte misteriosa di altri monaci, i cui omicidi parrebbero legati all’imminente venuta dell’Anticristo

Uno degli ambienti più famosi e affascinanti presenti nel romanzo è quello della biblioteca. In generale, grande o piccola che sia, pubblica o privata, questo ambiente rappresenta un universo composto dalle molte storie e anche dalle molte esistenze dei loro autori. Nel romanzo la biblioteca è congegnata come un’autentica “costruzione mentale”, in cui Guglielmo e Adso, una volta riusciti a entrare, puntualmente si perdono. Ecco la descrizione della prima sala in cui si trovano: “La sala, dissi, aveva sette pareti, ma solo su quattro di esse si apriva, tra due colonnine incassate nel muro, un varco, un passaggio abbastanza ampio sormontato da un arco a tutto sesto. Lungo le pareti chiuse si addossavano enormi armadi, carichi di libri disposti con regolarità. Gli armadi portavano un cartiglio numerato, e così pure ogni loro singolo ripiano: chiaramente gli stessi numeri che avevamo visto nel catalogo. In mezzo alla stanza un tavolo, anch’esso ripieno di libri. Su tutti i volumi un velo abbastanza leggero di polvere, segno che i libri venivano puliti con una certa frequenza. E anche per terra non vi era lordura di sorta. Sopra l’arco di una delle porte, un grande cartiglio, dipinto sul muro che recava le parole: Apocalypsis Iesu Christi.”

Per questo romanzo avevo scelto inizialmente un'immagine di Escher con una sfera riflettente, ma mi sembrava davvero troppo moderna. Così mi sono orientata su questo San Girolamo nel suo studio di Antonello da Messina del 1474-1475, attualmente alla National Gallery di Londra. Il dotto umanista e padre della Chiesa è intento alla lettura. La luce entra da più fonti a partire dall'arco centrale. Lo sguardo dello spettatore si posa immediatamente sulla figura centrale, circondata da un'architettura solenne e senza tempo. Vari animali si aggirano nella composizione, come il leone amico del santo, un pavone e un gatto. La presenza dei libri non è massiccia, ma mi piace perché, ancora una volta, si tratta di libri quasi metafisici.


Il faro: Gita al faro di Virginia Woolf

Lo so, lo so… mi direte: “Ancora Virginia Woolf! Ma non l’avevi già citata con Le onde nel post precedente?” Il fatto è che questa scrittrice per me è un modello inarrivabile a livello letterario. Siccome volevo un luogo legato al mare, avevo scelto il porto, ma non mi venivano in mente esempi che non avessi già fatto e soprattutto reperibili nella mia biblioteca di cui ormai sto perdendo il controllo; e quindi ho optato per questo romanzo che costituisce uno dei capolavori di Virginia Woolf e uno dei vertici letterari di tutti i tempi. Fu pubblicato nel 1927 ed è suddiviso in tre grandi quadri che corrispondono ad altrettanti momenti temporali, dal titolo: I. La finestra, II. Il tempo passa, III. Il faro.

Il romanzo si apre sulla vacanza estiva che la famiglia Ramsay sta compiendo sull'Isola di Skye. La signora Ramsay assicura al figlio James che il giorno dopo sarebbero andati sicuramente al faro. Tale affermazione è bocciata dal signor Ramsay, il quale afferma che sarà impossibile andarci per via del maltempo. Tale opinione provoca una certa tensione fra i coniugi Ramsay e anche fra il signor Ramsay e James. Ai Ramsay, in questa vacanza, si sono uniti vari amici e colleghi, fra cui una pittrice che sta tentando di dipingere un ritratto della signora Ramsay con il figlio. Lily è piena di dubbi riguardanti la sua arte e la sua vita, dubbi alimentati anche dalle affermazioni di Charles Tansley, altro ospite dei Ramsay, il quale sostiene che le donne non sono capaci né di dipingere né di scrivere. …

La trama è quasi inesistente, perché il vero protagonista è il flusso di coscienza dei personaggi. La mancata gita al faro dell’inizio diventa il pretesto per un’investigazione sul senso della vita, sui rapporti familiari, sulla memoria e sul tempo che eternamente scorre. L’incipit è il seguente, nella traduzione di Giulia Celenza per l’edizione Garzanti: “Sì, di certo, se domani farà bel tempo,» disse la signora Ramsay. "Ma bisognerà che ti levi al canto del gallo," soggiunse. Queste parole procurarono al suo bambino una gioia immensa, come se la gita dovesse effettuarsi senz'altro, come se il prodigio che a lui sembrava d'aver atteso per anni e anni, fosse ormai, alla distanza d'una notte nel buio e d'una giornata sul mare, quasi a portata di mano. Giacomo Ramsay, all'età di sei anni, apparteneva di già a quella vasta categoria di gente che non può tener distinte le proprie emozioni, ma lascia che i lieti o mesti presagi del futuro annebbino quanto va realmente accadendo."

Per illustrare il romanzo, ho trovato un bel quadro del 1925 di Charles Webster Hawthorne, un pittore americano, dal titolo Highland Lighthouse, con un faro inondato dal sole che sembra sfaldarsi ma allo stesso tempo irradiare tutto il potere del ricordo di un evento gioioso, così indietro nel tempo da essere quasi indistinguibile.


La città: Le città invisibili di Italo Calvino

Ed ecco la città, il luogo artificiale per eccellenza, e che, in realtà, racchiude tutti quegli ambienti preposti alle attività di un grande agglomerato umano, dall’abitazione al negozio, dal tempio al palazzo del potere. Qui avrei avuto solamente l’imbarazzo della scelta, ma siccome il post ha preso un andamento quasi metafisico, chiudo in bellezza con questo originale, straordinario libro di Italo Calvino, pubblicato nel 1972: Le città invisibili.

In esso il punto di avvio di ogni capitolo è il dialogo tra Marco Polo e l’imperatore dei Tartari Kublai Khan, che lo interroga sulle città del suo immenso impero che egli non ha mai visto. In realtà Marco Polo descrive in ogni capitolo delle città che possono essere sia reali sia frutto della sua fantasia. All’interno c’è un’ulteriore suddivisione tra le “città e la memoria” alle “città nascoste”. In questo romanzo, che ha una struttura combinata esattamente come in un gioco, il lettore ha quindi la possibilità di seguire un raggruppamento o un altro, la divisione in capitoli o in categorie, o semplicemente saltando da una descrizione di città a un'altra. Le città descritte da Marco Polo diventano quindi caos di desideri e di memoria, dove con la sua narrazione egli tenta di dare un ordine esattamente come fa lo scrittore quando intende conferire armonia alla sua opera. Perché ciò che Calvino vuole mostrare, come da lui stesso affermato alla fine del libro, è “l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.”

Per l'estratto ho scelto una città che appartiene alla categoria delle città invisibili e a cui è dedicato il capitolo "La città e il cielo": "Chiamati a dettare le norme per la fondazione di Perinzia gli astronomi stabilirono il luogo e il giorno secondo la posizione delle stelle, tracciarono le linee incrociate del decumano e del cardo orientate l'una come il corso del sole e l'altra come l'asse attorno a cui ruotano i cieli, divisero la mappa secondo le dodici case dello zodiaco in modo che ogni tempio e ogni quartiere ricevessero il giusto influsso dalle costellazioni opportune, fissarono il punto delle mura in cui aprire le porte prevedendo che ognuna inquadrasse un'eclisse di luna dei prossimi mille anni. Perinzia - assicurarono - avrebbe rispecchiato l'armonia del firmamento; la ragione della natura e la grazia degli dei avrebbero dato forma ai destini degli abitanti."

A corredo di questo libro ho scelto Castle and the Sun di Paul Klee, un’opera del 1928 che non solo si sposa bene con il romanzo di Calvino e potrebbe costituire un'eccellente immagine di copertina, ma diventa un ideale raccordo con il castello che ha inaugurato la mia galleria di luoghi costruiti dall’uomo.



***

E per voi quali sono i luoghi artificiali che meglio ricordate nei libri letti, e a quali immagini li abbinereste? Avete voglia di seguirmi ancora una volta in questo gioco?


Partecipanti al meme:




Fonti:
  • Foto iniziale: "Rio" da Pixabay
  • Il castello di Otranto di Horace Walpole – Bompiani
  • Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos – Mondadori
  • Il nome della rosa di Umberto Eco – Bompiani
  • Gita al faro di Virginia Woolf –Garzanti
  • Le città invisibili di Italo Calvino – Mondadori
  • Wikipedia per trame, fortemente adattate e modificate

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24 commenti:

  1. Io ho senza dubbio intenzione di seguirti, Cristina, anche se sono, tanto per cambiare, impelagato nelle mie interminabili serie di post. Ti dirò anzi che in queste settimane avevo già iniziato a costruire, almeno mentalmente, il post e già individuato due situazioni. Tra l'altro iniziando anch'io con il castello, sebbene per fortuna non lo stesso tuo. E ci saranno, come nel post dei luoghi naturali, i consueti sconfinamenti nel cinema.
    Dei libri che proponi non ne ho letto alcuno, sebbene almeno un paio, castello e faro, potrebbero ben rientrare nei miei gusti letterari.
    Delle opere pittoriche, la prima non mi è del tutto nuova mentre avevo ben presenti quelle di Van Gogh, Antonello da Messina e Paul Klee. Per il faro, Hopper lo hai forse evitato di proposito perché troppo ovvio?

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    1. Ciao Ivano, so che sei sempre in prima linea con queste mie iniziative! E ti ringrazio sin d'ora della tua partecipazione che, come sai, non ha scadenza. :-)

      Curiosa questa cosa del castello in comune. Facciamo così: io mi prendo l'ala ovest, e tu l'ala est. ;-)

      Con il tuo solito intuito hai capito il motivo della mia mancata scelta sul faro di Hopper. A me Hopper piace moltissimo, ma il quadro c'è sulla mia edizione Garzanti dell'opera e viene spesso riproposto in abbinamento al libro; per cui cercavo proprio qualcosa di diverso... e ho fatto anche fatica a trovarlo!

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    2. Deduco, dalla scelta dell'ala, che sei un'amante dei tramonti ;-)

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    3. Ahahah! No, a dire il vero pensavo più a un'angolazione geografica. A te l'est (Ungheria... Bathory...) e a me l'ovest (Francia... Robespierre...). Ovviamente ideale, perché altrimenti il castello sarebbe piuttosto esteso. ;-)

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  2. Grandi nomi letterari e altrettanto grandi opere di arte figurativa.
    É una bella proposta quella di creare un abbinamento fra luoghi prettamente urbani nella letteratura e nell'arte, così come lo erano gliabbinamenti di luoghi naturali dei precedenti post. Se il mio cervello decide di riaccendersi e di andare al di là delle funzioni basilari come sta facendo da quasi un anno, proverò a raccogliere la sfida ;-)

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    1. Ciao, Ariano. Penso che con i luoghi artificiali ci sia solo l'imbarazzo della scelta. Ad esempio per la città ci sarebbero stati molto esempi celebri, come la Parigi del commissario Maigret, la Milano di Crapanzano o la New York di Paul Auster. Però alla fine sono andata sul metafisico-immaginario scegliendo l'opera di Calvino.

      Mi farebbe piacere se tu partecipassi, il meme si può adattare fortemente a seconda dei propri gusti. L'unica regola sottintesa è che bisogna aver letto il romanzo o il racconto proposto. :-)

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  3. Ricordo che da bambino ho trascorso ore su quel dipinto di Antonello da Messine. Immagino di poterci entrare e di poter impadronirmi di quegli ambienti, esplorarli, scoprire cose misteriose.... un'ottima scelta per rappresentare una biblioteca e, anche se di libri effettivamente ce ne sono pochini, mi sembra che ne trasmetta perfettamente l'atmosfera. Quasi si sente l'odore della carta.
    Una biblioteca sarà credo presente anche nella mia versione di questo post, che mi auguro possa arrivare prima di Natale.... altre idee sono ancora in bozza, ma presto o tardi definisco.

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    1. I dipinti di Antonello da Messina hanno qualcosa di speciale, come se racchiudessero un enigma. Ad esempio il "Ritratto d'Ignoto Marinaio" col suo sorriso beffardo è persino più criptico della Gioconda, proprio come se sapesse qualcosa e non te lo volesse dire. Non ho dubbi che si possa passare delle ore a osservare il dipinto che ho proposto nell'articolo. La tua capacità di immaginazione rispetto agli ambienti è indubitabile.

      Allora aspetto con curiosità il tuo contributo e... mi raccomando, non c'è alcuna fretta. Hai visto anche tu che si tratta di post che danno soddisfazione, ma sono anche molto impegnativi.

      Nel frattempo andrò avanti a leggere la tua serie Kaidan. :-)

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    2. Fatto! Attendo la prossima idea.... ma non troppo in fretta, eh!?!'^^_^

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    3. Grazie mille!!! Stamattina ho letto il primo libro sulla "frontiera", ma nel mio turbine non sono ancora riuscita a completare la lettura del post. Ci riaggiorniamo presto con il commento.

      Per quanto riguarda le prossime idee, penso di rimanere tranquilla almeno fino alla prima quindicina di gennaio! ;-)

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  4. Potrei seguirti in questo gioco che mi piace tanto, ma non so quando ci riuscirò. Intanto ti dico che la biblioteca del romanzo Il nome della rosa mi ha sempre affascinato, anzi forse grazie a quel romanzo ho cominciato a considerare le biblioteche come luoghi speciali, nonostante la biblioteca comunale mi abbia accompagnata con i suoi libri ai tempi della mia infanzia quando avevo tanta voglia di leggere e pochi soldi per comperarne.
    I luoghi nei romanzi sono sempre ulteriori protagonisti se non addirittura i protagonisti principali e amo molto i romanzi che si soffermano sui luoghi. Mi viene in mente per esempio la cittadina di Bouville, città immaginaria in cui vive il protagonista del romanzo "La nausea" di Jean Paul Sartre(ho usato anch'io l'espediente della cittadina immaginaria nel mio romanzo Fine dell'estate). Magari se scrivo il meme potrei partire da questo luogo.

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    1. Ciao Giulia! Grazie per il commento che mi hai lasciato. Le biblioteche sono anche per me, da sempre, luoghi affascinanti, se non altro perché sono ormai l'unica oasi di silenzio in un mondo di frastuono e fretta. Nelle biblioteche puoi trascorrere lunghe ore a leggere, nessuno ti disturba e nessuno ti chiede di consumare qualcosa per poter sostare. Ci sono tanti libri e del tutto gratuiti. Assomigliano per certi versi alle chiese.

      Avevo letto "La nausea" tantissimi anni fa, e quindi non me la ricordo. Anche Macondo di Marquez è una cittadina immaginaria, quindi sei in buona compagnia! :-) Sarei molto contenta se ti unissi alla combriccola.

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  5. Come non associare la biblioteca a Umberto Eco e il faro a Virginia Woolf! :)

    Bello il quadro di Paul Klee, ma mitica la chiesa di Van Gogh: è perfetto per il romanzo che hai scelto.

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    1. Ciao, Marina! Avevi letto anche tu, dunque, "Diario di un curato di campagna"! Secondo me è un libro sublime, ho sottolineato tantissime frasi. Mi sarebbe anche piaciuto leggere "Sotto il sole di Satana" dello stesso autore.

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  6. La fai difficile questa volta...
    1) Il Castello: Dracula, di Bram Stoker
    2) La Chiesa: L'Abitatore del Buio, di H.P. Lovecraft
    3) La Biblioteca: La Biblioteca in Mezzo al Nulla, di Marco Lazzara (autocitazione)
    4) Il Faro: Il Faro, di E.A. Poe
    5) La Città: Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, di P.K. Dick

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    1. Caspita, Marco! Se la facevo facile mi fornivi una badilata di esempi come minimo. :-) Complimenti. Tra l'altro non sapevo che E.A. Poe avesse scritto un'opera sul faro.

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  7. Che lavorone, complimenti! Ti seguirò sicuramente perché il tema è interessantissimo, oltre che analizzato con grande cura. Inoltre, avendo letto tutti i romanzi cui ti riferisci, trovo perfetti gli accostamenti pittorici.
    In particolare, poi tra questi romanzi ve ne sono due che porto da sempre nel cuore: Diario di un curato di campagna e Le città invisibili. Entrambi facevano già parte della biblioteca di mio padre e li conservo gelosamente nella mia libreria.

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    1. Grazie del commento, Clem. Secondo me la letteratura offre solo l'imbarazzo della scelta tra i luoghi artificiali. Ad esempio ci sono tanti validi romanzi ambientati prevalentemente negli uffici, nei negozi, nelle fabbriche, nei commissariati... Sono tutti luoghi costruiti dall'uomo. E' divertente inoltre associare le opere artistiche.

      I libri che abbiamo letto da bambini e che ci ricordano i nostri genitori conservano per sempre un'aura speciale.

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  8. Ciao Cristina. Potrei arrivare anch'io ma con altri tempi. Sono abbastanza incasinata e incavolata in questi giorni. Devo ancora pensare a insieme raccontiamo 15... 🤐
    A te, intanto complimenti! Bellissimo!
    A parte Walpole e Calvino gli altri li ho amati tanto!

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    1. Ciao Patricia! Anch'io, come te, in questi ultimi giorni sono incasinata e incavolata. Che ci sia in giro un virus?

      Grazie dei complimenti, anche tu sei una macchina da lettura a quanto vedo. Allora fai con calma, la priorità è Insieme Raccontiamo edizione 15ma. Un grosso "a presto".

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  9. Ciao Cristina, questo post è bellissimo! E gli abbinamenti che ci hai proposto sono ineccepibili. Caso mai, per partecipare a questo gioco provo ad aggiungere qualche altro luogo artificiale, con i rispettivi abbinamenti:

    L'atelier d'arte : "La ragazza con l'orecchino di perla" di T.
    Chevalier, in abbinamento "Lo studio dell'artista"
    Jan Veermer
    Il treno: "Assassinio sull'Orient Express di A. Christie,
    abbinato al celebre dipinto di Hopper
    "Compartimento C"
    A proposito della biblioteca, chiaramente quella de "Il libro della rosa" resta anche per me la Biblioteca con la B maiuscola! Comunque qualche mese fa mi è capitato di leggere "Il libro selvaggio" di juan Villoro, e sono stata rapita da una magica biblioteca, dove i libri sono dotati di vita propria:cambiano di contenuto a seconda di chi li legge, cambiano posto negli scaffali, possono apparire all'improvviso oppure nascondersi alla vista dei passanti. Un caro saluto :-)

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    1. Ciao Stella, che bel commento hai fatto! E che begli abbinamenti anche i tuoi. Per l'atelier d'arte avresti potuto citare quello di Botticelli nel tuo romanzo, vero? Mi viene in mente il suo allievo Filippino in totale adorazione del maestro. Il treno pure è un bel luogo denso di accadimenti; anche senza scomodare necessariamente un delitto, solo il fatto di stare fermi mentre il mondo si muove, al di là del finestrino, lo qualifica come molto speciale.

      Il romanzo di cui mi parli a proposito della biblioteca, "Il libro selvaggio", sembra affascinante. Per me i libri sono proprio come esseri viventi, per cui nulla di più naturale che possano cambiare di posto o nascondersi. Mi sa che i miei ogni tanto lo fanno, specie quando li cerco per scrivere questi post e ho bisogno di copiare alcuni passaggi. Un caro saluto e buona serata. :-)

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  10. Ciao Cristina, il 4 pubblico il mio post di questo meme.
    Sii buona, però.... ricordati che siamo a Natale e a Natale...eccetera eccetera ahahahahahahahah
    Al solito spero di non aver fatto caos!
    Ciaooooo

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    Risposte
    1. Ciao Patricia, ma che bello!!! Allora sto all'occhio per quella data e ti ringrazio sin d'ora.
      P.S. Io sono BUONA tutto l'anno, proprio come il Panettone. ;-)

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QUALCOSA DI ME

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Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

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