Blog su Letteratura, Storia e Arte in tutte le sue forme.

"La Storia siamo noi."


ARAZZO DI BAYEUX, seconda metà dell'XI secolo

La conquista normanna dell'Inghilterra del 1066.

CONCERTO DEGLI ANGELI di Gaudenzio Ferrari del 1534

Santuario della Beata Vergine dei Miracoli a Saronno.

L'ULTIMO ANGELO di Nicholas Roerich

Dipinto a olio del 1942.

sabato 29 aprile 2017

Il Medioevo è pop!


Aprile, il più dolce dei mesi, sta ormai finendo, e quindi vorrei concluderlo con un articolo un po' diverso dal solito. Vi propongo dunque un breve amarcord musicale, offrendovi dei brani musicali di cantautori italiani che mi sono molto cari - gli intenditori magari storceranno il naso! Ho spesso ascoltato queste canzoni, nella mia adolescenza e anche oltre. Essi evocano ballate e atmosfere di quel periodo storico così vituperato e infarcito di stereotipi che è il Medioevo. Potevate dubitare della mia scelta? Cominciamo subito!


1. Parsifal è il sesto album e uno tra i più noti 33 giri dei Pooh, uscito nell'estate del 1973, ed è il primo album senza Riccardo Fogli, sostituito al basso da un giovane chitarrista trevigiano, Bruno Red Canzian, già leader di una band rock-progressive. Nel brano che mi interessa, e che dà il titolo all'album, i Pooh si ispirano al personaggio wagneriano del Cavaliere del Graal che ha sacrificato la propria esistenza nel tentativo di redimere l'umanità.


Ecco qua il link Youtube per ascoltare la canzone che si avvale di un lungo brano strumentale alla fine, di grande forza evocativa. Si è molto discusso in occasione dell'assegnazione del premio Nobel a Bob Dylan se il testo di una canzone possa assurgere a nobiltà letteraria. Non entro subito nel merito, ma parole come "re della luce" e "fanciulle fiore" a mio parere qualche tocco di poesia ce l'hanno.

Le prime strofe della canzone sono:

Chiaro è il mattino che nasce dall'Est 
questa foresta è tua...
Nato selvaggio puro nell'anima
non sai paura cos'è.
Quei cavalieri simili a Dei
non li hai mai visti però
non paura nasce dentro. ...



2. Nella mia carrellata non poteva certamente mancare il menestrello italiano, ovvero Angelo Branduardi. Ho avuto davvero difficoltà a scegliere nella sua vasta produzione, ma alla fine mi sono orientata sulla canzone Il signore di Baux che fa parte dell'album Cogli la prima mela pubblicato nel 1979.  Nella foto qui sopra potete vedere Baux-en-Provence con le rovine del castello sulla sinistra. 

La musica ha un andamento cupo e quasi ossessivo, dove sembra quasi di sentire il ritmo degli zoccoli dei cavalli sul terreno e sulle pietre del maniero, ed è ritmata dalla parola "sassi" (La casa sua il signore di Baux / l'ha costruita sui sassi... Passi di mille cavalieri / segnano i suoi sentieri, / vegliano dall'alto nella notte / gelidi i suoi pensieri... ). Su alcuni siti ho letto che Branduardi si sarebbe ispirato a un'antica leggenda provenzale secondo cui i signori di Baux, una potente famiglia di feudatari, sparirono durante una notte.Qua il link Youtube alla canzone.



3. Appassionato cultore del Medioevo era anche Fabrizio de André, che nel 1965 pubblicò un 45 giri con due canzoni, sul Lato A: Per i tuoi larghi occhi e sul Lato B: Fila la lana, che qui vi propongo. Il cantautore aveva presentato questo brano medievaleggiante come "una canzone popolare francese del quindicesimo secolo" che aveva conosciuto tramite Vittorio Centanaro.

In realtà era stata composta da Robert Marcy nel 1948 e interpretata da Jacques Douai nel 1955. La versione originale trae a sua volta spunto dalla canzone Malbrough s'en va-t-en guerre (XVIII secolo). La guerra di Valois di cui si parla è più nota come guerra di successione bretone (1361-1364), conflitto secondario che si svolse nell'ambito della guerra dei cent'anni.


Ecco il link alla canzone. Essa riprende il tema del cavaliere senza macchia e senza paura, cosa molto spesso priva di fondamento e di cui De André giustamente dubita, e della sua dama innamorata che aspetta invano il ritorno. La canzone è giocata sul contrasto tra il ritmo baldanzoso delle strofe dedicate agli uomini che vanno alla guerra e ne ritornano, rispetto a quelle intrise di malinconia che hanno come protagonista la donna. Ha un intento dichiaratamente antimilitare, come anche Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, divertentissima e dissacrante.


4. Non amo particolarmente il cantautore italiano Francesco Guccini, a parte alcune canzoni ben selezionate; non me ne vogliano i suoi estimatori, e non mi tirino verdure andate a male come negli spettacoli in cui si veniva messi alla gogna, ma i gusti sono gusti e su questo non si discute.

Tra le eccezioni si colloca La canzone dei dodici mesi. Essa fu pubblicata nell'ambito dell'album Radici del 1972, e mi fece pensare subito al Medioevo, forse per quel ritornello che cita le carte dei tarocchi (O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia. / Diverso tutti gli anni, ma tutti gli anni uguale, / la mano di tarocchi che non sai mai giocare, che non sai mai giocare). Per questo motivo l'ho sempre amata molto.

Il ritmo della canzone ricorda una ballata e alcune immagini, come "il gonfalone amico" del mese di maggio e "la rosa che dei poeti è il fiore" o "Luglio il leone", sono tratte di peso dall'Età di Mezzo. Splendida la chiusa del mese di dicembre: nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre. Credo che il testo di questa canzone si possa annoverare tra i vertici della composizione d'autore, per riprendere il discorso relativo alla nobiltà della canzone; così sapete come la penso. Ecco dunque a voi il link della versione tratta dall'album, e con quest'ultima proposta chiudo il mio personale amarcord, che spero vi sia stato gradito.

***
Approfitto anche per chiedervi: se doveste scegliere quattro canzoni che hanno maggiormente contrassegnato la vostra giovinezza, quali sarebbero?

***

Fonti:

  • Wikipedia per le fotografie
  • I testi completi delle canzoni sono reperibili sul sito http://www.angolotesti.it
  • Quadro "La regina Berta e le filatrici" di Albert Anker (1881)
  • "Il mondo" nei tarocchi di Marsiglia

Share:

mercoledì 26 aprile 2017

Il Caffè della Rivoluzione: Fouché a fumetti - parte prima / 20




Carissimi, rieccoci! Il Caffè della Rivoluzione riapre dopo la pausa pasquale e vacanziera, e dopo che si sono svolte tutte le pulizie primaverili,  rinfrescati tendaggi e tappezzerie, sciacquati e asciugati piatti, bicchieri e posate fino a renderli scintillanti, ordinate le confetture e la pasticceria dai fornitori di fiducia, e naturalmente il miglior caffè presente sulla piazza parigina.

Grandi novità sono nell'aria... e qui si ricomincia in pompa magna con un argomento per me assai particolare, ovvero il fumetto. Qualche tempo fa, infatti, ho ricevuto da un amico blogger un regalo di non-compleanno, molto gradito in considerazione per la mia passione sulla Rivoluzione Francese. Si tratta di un'opera a fumetti, Fouché: un uomo nella Rivoluzione volume 1. Ringrazio ancora in questa sede per il magnifico dono - starà al blogger svelare la sua identità, se lo riterrà opportuno ;-) Ci ho messo un po' di tempo per leggerlo allo scopo di apprezzare meglio le tavole a fumetti incentrate sui primissimi eventi che portarono allo scoppio dell'evento politico e sociale che scosse non solo la Francia, ma, si può dire, l'Europa intera.

Come si intuisce dal titolo, l'opera è incentrata sulla figura storica di Fouché, che qualcuno di voi ricorderà come connessa non solo alla rivoluzione, ma anche al successivo periodo napoleonico.

Già, Fouché... ma chi era costui?

Rinfreschiamoci la nostra appannata memoria scolastica con una biografia, breve di necessità in quanto lo spazio è tiranno. Di umili natali, Joseph Fouché (Nantes, 31 maggio 1759- Trieste, 26 dicembre 1820) per la sua salute cagionevole viene inizialmente destinato alla carriera ecclesiastica. Entrato in seminario a Nantes, prende gli ordini minori, ma abbandona il suo percorso verso l'ordinazione avendo abbracciato le idee filosofiche dell'Illuminismo. Diviene insegnante di matematica e latino presso vari collegi religiosi, tra cui Arras, dove conosce Maximilien Robespierre. Ritornato a Nantes, è tra gli animatori del locale club giacobino durante i primi anni della Rivoluzione francese ed è quindi eletto, per la regione della Loira inferiore, deputato alla Convenzione nel 1792.

Entra nel complotto per abbattere il regime del Comitato di Salute pubblica robespierrista, sfociato nel colpo di stato del 9 Termidoro. Nel 1799 viene nominato ministro di polizia. In quella veste, aiuta Napoleone nel colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre) 1799. Sventa diversi complotti contro la persona di Napoleone come Primo Console, aumentando il suo prestigio e il suo peso politico. Nel 1802 Bonaparte lo congeda con una generosa buonuscita legata alla nomina a senatore. Richiamato nuovamente nel 1804 dallo stesso Napoleone a ricoprire la precedente carica, lo aiuta nella proclamazione dell'Impero e nella repressione dei tentativi realisti. Per questo motivo è considerato il fondatore della polizia politica.

All'indomani dell'abdicazione di Napoleone, nel 1814, e compreso che la volontà degli alleati è quella di restaurare sul trono i Borbone, si schiera dalla loro parte. Nel 1815 Fouché sostiene tuttavia il tentativo di ritorno di Napoleone sul trono (i "Cento Giorni"), venendo ricompensato con la restituzione del dicastero della polizia. Ma subito dopo la disfatta di Waterloo costringe Napoleone all'abdicazione, venendo nominato dal Senato presidente del governo provvisorio. Riconfermato ministro della polizia, non lo rimane tuttavia a lungo: a seguito della legge del 1816 che infligge il bando a tutti coloro che avevano votato la morte di Luigi XVI, viene condannato all'esilio perpetuo. Respinto dalle corti europee, muore solo e in povertà a Trieste nel 1820.

Insomma, come avete letto non si tratta di un personaggio molto edificante a livello narrativo; o, almeno, si rivela un personaggio come Barère, che sale sempre sul carro del vincitore secondo la migliore delle tradizioni. In considerazione però del fatto di aver attraversato dei veri e propri rivolgimenti storici, mutando pelle come i serpenti con grande spregiudicatezza, gli autori di Fouché: un uomo nella Rivoluzione volume 1 hanno scelto proprio lui, e non personaggi ancora più celebri, a rappresentazione di un secolo, come viene ben spiegato nella primissima pagina con prefazione di Luciano Secchi che vi propongo sopra.

L'opera è dunque un fumetto italiano creato negli anni settanta dall'autore Max Bunker (Luciano Secchi) e dal disegnatore Paolo Piffarerio, qui alla loro quinta collaborazione insieme, dopo Maschera Nera, Atomik, El Gringo, Milord e prima di Alan Ford, dopo l'abbandono di Magnus. Pubblicato a puntate nel 1973 sulla rivista Eureka (dal n.101 al n.115), diretta dallo stesso Luciano Secchi, viene successivamente raccolto in un unico volume sempre edito dall'Editoriale Corno (1976).

Pur essendo incompetente in fatto di fumetti e quindi totalmente inadeguata nel commentare, sono stata subito colpita dalla particolare cura che gli autori hanno posto nella realizzazione di queste tavole, sia nel disegno che nel testo. Le scene sono ricchissime di dettagli anche minuti, come ad esempio palazzi, abiti, banchetti, armi, e molto spesso ispirate da quadri o stampe dell'epoca. Esse sono intervallate da sezioni didattiche in cui si spiega con precisione che cosa riproducono le tavole, e per quale motivo sono state disegnate in quel modo. Chi lo desidera, quindi, può leggere queste sezioni o saltarle a pie' pari.

Nel prossimo post vi presenterò alcune tavole selezionate, e farò un confronto anche con l'aspetto dei personaggi in rapporto a quadri d'epoca. In questa sede vi propongo comunque la prima, sontuosa tavola che entra nel vivo del discorso illustrativo ed è suddivisa in due parti. Come potete vedere, la prima scena si allarga sull'esterno di Versailles in una visuale di ampio respiro; e la coppia in primo piano sulla destra s'incarica di presentarci lo sfarzo e l'eleganza dell'aristocrazia. La seconda scena, che si svolge all'interno, appare invece particolarmente claustrofobica. La sensazione di chiuso è data dall'affollarsi di oggetti e persone nello spazio, e potrebbe rimandare anche a quella resistenza al cambiamento e alla rinuncia dei privilegi, e quindi alla chiusura mentale delle classi aristocratiche. Se osservate con attenzione la tavola, però, c'è dell'altro. Abbiamo due azioni distinte: sulla sinistra il re a banchetto, attorniato da cortigiani e servitori, e dall'altra il pittore che sta eseguendo un ritratto. Questa scelta crea un curioso effetto, intensificato dal fatto che le tavole siano in bianco e nero, e il ritratto sembra diventare un paravento, uno specchio, una porta, o persino un pozzo. Il pozzo in cui presto un'intera classe precipiterà in un cupio dissolvi.


Nella prossima puntata quindi... la Rivoluzione scoppierà sul serio. Tenetevi pronti!

***

Vi ricordavate di Fouché? Che cosa pensate dell'uso del fumetto per spiegare la Storia ai ragazzi? E dei videogiochi?

***

Fonti:

  • Wikipedia per la biografia di Fouché
  • Fouché: un uomo nella Rivoluzione volume 1 di Max Bunker e Paolo Piffarerio


Share:

sabato 15 aprile 2017

L'inno al Dio creatore di frate Francesco



Il Cantico delle Creature 

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfane
et nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato si', mi Signore, cum tucte le tue creature,
spezialmente messor lo frate Sole,
lo qual jorno et allumini noi per loi;
Et ellu è bellu e radiante cun grande splendore,
de Te, Altissimo, porta significazione.

Laudato si’, mi Signore, per sora Luna e le Stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi Signore, per frate Vento
et per Aere et Nubilo et Sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dai sustentamento.

Laudato sì’, mi Signore, per sor'Acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale enallumini la nocte:
et ellu è bello, et jocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato sì’, mi Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infirmitate et tribulazione.
Beati quelli ke sosteranno in pace,
ke da Te, Altissimo, saranno incoronati.

Laudato sì’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare.
Guai a quilli, ke morrano ne le peccata mortali.
Beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda nol farrà male.

Laudate e benedicete lu Signore et rengratiate
e serviteli cum grande humilitate.

San Francesco, 1225




Francesco d'Assisi (26 settembre 1181 o 1182-3 ottobre 1226), è stato un religioso e poeta italiano. Il Cantico delle Creature (Canticum o Laudes Creaturarum), anche noto come Cantico di Frate Sole, è il testo poetico più antico della letteratura italiana che si conosca. Esso è del tutto privo di cupo ascetismo ed esprime un amore semplice e profondo per il creato. L'inno inizia lento e solenne pur nella semplicità fanciullesca delle immagini, e diventa infine un grandioso inno al Signore, alle sue creature e una lode agli uomini che si conformano alla volontà divina.




Fonte:
Belle lettere vol. 1 di Umberto Panozzo - Paravia

Immagini:

  • La predica agli uccelli (particolare) dal ciclo di affreschi attribuiti a Giotto, 1295-1299. Basilica Superiore di Assisi.
  • Presunto ritratto di San Francesco realizzato da Cimabue nella Basilica di San Francesco di Assisi

Share:

mercoledì 12 aprile 2017

Tiziano e Lorenzo, così vicini e così lontani - 2. Guest post di Clementina Daniela Sanguanini



Ebbene, siccome l’obiettivo del post è operare un confronto sulle differenti sensibilità di Tiziano e Lorenzo, vorrei proporvi un gioco di accostamenti di alcuni loro ritratti. La scelta di prendere in considerazione il ritratto, anziché concentrarsi sulle tante pale d’altare, o altri generi pittorici cui lavorarono entrambi, non è casuale. Anzitutto perché il ritratto può essere annoverato tra i più importanti e diffusi generi dell’epoca rinascimentale e, verrà a rappresentare il mezzo attraverso cui fissare l’unicità e il valore umano dell’individuo. In seconda battuta, come avremo modo di osservare, entrambi, Tiziano e Lorenzo Lotto, utilizzeranno il ritratto per restituire un’immagine dei valori in cui loro stessi credono. In terza battuta, per esigenze contingenti, non potendoci permettere di trattare tutta l’arte di questi grandi pittori!

Ciò che desidero mettere in luce è essenzialmente che i nostri due artisti ricorreranno al ritratto per operare una sottile indagine introspettiva compiuta con estremo rigore, che in quella del Lotto rimanderà ad una lettura del personaggio più intima, familiare, autentica, dovuta anche a una grande attenzione per il particolare, mentre in quella di Tiziano, invece, rimanderà ad una lettura del personaggio più aulica e formale.

Iniziamo, dunque, con tre ritratti eseguiti da Lorenzo Lotto.

Il primo che propongo è datato 1543 circa, e presenta Laura Pola, moglie del nobile trevigiano Febo Bettignoli da Brescia.


Il secondo, è il Ritratto di Gentiluomo anziano coi guanti, eseguito lo stesso anno. Non è stata possibile l’identificazione dell’uomo raffigurato nella tela, ma esistono alcune ipotesi che ricondurrebbero al nome di Liberale Pinedel.


Il terzo ritratto risale al 1518 e raffigura Lucina Brembati. Questa tela ci permette di cogliere ancor meglio alcune caratteristiche del Lotto che, per la precisione, sono una spiccata inclinazione all’uso di simboli, il ricorso a soluzioni enigmistiche (qui usate anche per indicare il nome della gentildonna ritratta: Lotto ha scritto nella luna dipinta sullo sfondo “CI”: Lu – CI – na; mentre il cognome Brembati va ricercato nello stemma di famiglia riportato nell’anello posto all’indice sinistro) e una singolare attitudine all’ironia (non ultimo il pendaglio della collana che la signora usava come stuzzicadenti).


personaggi “famosi” del Lotto sono sempre giocati su un duplice livello: sul contrasto cromatico dei sontuosi tessuti, opposti alle levigate superfici degli incarnati, ma anche sul contrasto dell’alta condizione sociale, opposta a un atteggiamento familiare.

In tutti e tre i ritratti del Lotto si può scorgere una certa sobrietà (più austera nei primi due), per cui, sebbene non manchi una certa esuberanza di dettagli a indicare lo stato sociale elevato (per esempio, si osservi la ricchezza dei ricami delle vesti, la precisione con cui vengono resi gli accessori) le opere mostrano un accordo cromatico impostato sui toni smorzati e le pose risultano semplicinaturali.

Addirittura, lo sguardo di Laura Pola risulta sognante, quello del Gentiluomomalinconico e quello di Lucina Brembatiironico.

Ed ora, ecco tre ritratti eseguiti da Tiziano.

Il primo è datato 1523 (e Tiziano iniziò la sua brillante carriera di ritrattista nel 1515, ma si affermò in questo campo nel decennio successivo), e ci propone il cosiddetto Uomo dal guanto. Sull’identificazione del soggetto vi sono più ipotesi: il marchese Girolamo Adorno, il principe Ferrante Gonzaga, Giambattista Malatesta che agiva a Venezia per conto dei Gonzaga.


Il secondo risale al 1554 e ci mostra il Doge Francesco Venier, rimasto in carica per due soli anni.


Il terzo, è il Ritratto di Carlo V imperatore con un cane, del 1532.


Come potrete notare, lo stile ritrattistico di Tiziano è sempre raffinato e indagatore, ma corredato da scorci paesaggistici, o altri elementi di contorno, che oltre a dilatare lo spazio, permettono una maggiore risonanza del personaggio ritratto nell’atmosfera, che ne sottolineano ed esaltano l’importanza e il prestigio. Tiziano, quindi, riproduce nei suoi ritratti la concezione che dogi, nobili e imperatori avevano di se stessi e del loro ufficio nel mondo. Rispetto a questi personaggi, l’artista si trasforma in mezzo di comunicazione, perfetto, mettendo in risalto i loro lineamenti fisici e i loro segni di potere.

Come riportato nel titolo, Tiziano e Lorenzo sono stati vicinissimi, ma al contempo assai lontani.

Un eclettico è una nave che vorrebbe procedere con quattro venti”, Dell'eclettismo e del dubbio, Charles Baudelaire, (1821-1867)


BIOGRAFIA:

Lotto, Carlo Pirovano, Electa
Tiziano, collana I Classici dell'arte, Cecilia Gibellini, Rizzoli
Tiziano, I Capolavori dell’arte, Daverio, Corriere della Sera
Artisti, gioiellieri, eretici. Il mondo di Lorenzo Lotto tra Riforma e Controriforma, Massimo Firpo, Laterza

ICONOGRAFIA:

Tutte le immagini riprodotte nel guest post (1. e 2.) sono di pubblico dominio, fonte web
Canaletto, Bacino di San Marco, 1738-40, Museum of Fine Arts, Boston
Tiziano, Autoritratto, Gemäldegalerie, Berlin 1560 ca
Tiziano, Ritratto del Doge Francesco Venier, 1554 c.a., Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid
Lorenzo Lotto, Autoritratto, 1540 c.a., Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid
Santi di Tito, Ritratto di Machiavelli, 1550 c.a., Palazzo Vecchio, Firenze
Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Erasmo da Rotterdam, 1523, National Gallery, London
Nicolaus Copernicus, ritratto attribuito ad autore ignoto, 1580, Regional Museum in Toruń
Hans Holbein il Giovane, Ritratto di Thomas More, 1527, Frick Collection, New York
Lucas Cranach, il Vecchio, Ritratto di Martin Lutero, 1528, Castello di Veste, Coburg
Lorenzo Lotto, Ritratto di Laura Pola, 1543 c.a., Pinacoteca di Brera, Milano
Lorenzo Lotto, Ritratto di Gentiluomo anziano coi guanti, 1543 c.a., Pinacoteca di Brera, Milano
Lorenzo Lotto, Ritratto di Lucina Brembati, 1518, Accademia Carrara, Bergamo
Tiziano, Uomo dal guanto, 1523, Musée du Louvre, Paris
Tiziano, Ritratto di Carlo V imperatore con un cane, 1532, Prado, Madrid



Biografia autrice del post:


Clementina Daniela Sanguanini nasce a Milano, il 23 dicembre 1963, un lunedì.

Venendo al mondo nel giorno dedicato alla luna, secondo la tradizione, possiede mente fantasiosa e spiccata curiosità e, forse, per questo ha conseguito il diploma artistico e continuato il ciclo di studi presso la facoltà di Scienze Politiche seguendo l’indirizzo sociologico.

Inchieste sociali e ricerche di mercato sono l’arena dentro cui si misura sul piano della professione, mentre arte, storia, letteratura, teatro, cinema e musica, costituiscono le sue principali passioni. In fondo, è semplicemente attratta dalle diverse sfaccettature dell’umanità.

Ha pubblicato alcuni racconti, poi confluiti in un’antologia di autori vari, e un romanzo, Niente Panico, ma nel cassetto ha già pronto qualcosa di nuovo. Il romanzo giallo Niente Panico, di cui potete leggere la sinossi al seguente link, è acquistabile sia come ebook che in forma cartacea:

In rete è attiva anche come autrice del blog L’angolo di Cle.


Share:

Tiziano e Lorenzo, così vicini e così lontani - 1. Guest post di Clementina Daniela Sanguanini



Oggi ospito con molto piacere il guest post di una cara amica, nonché autrice di romanzi e titolare del blog L'angolo di Cle. Si tratta di Clementina Sanguanini: una persona intelligente e molto versatile, e ferrata specialmente in campo artistico. A lei ho chiesto di scrivere un guest post, suddiviso in due parti, sulle figure antitetiche dei pittori Tiziano Vecellio e Lorenzo Lotto. Non solo essi svilupparono una visione differente dell'arte, ma si confrontarono con il potere in modo opposto.

Il pregio di questo articolo, oltre alla sua indubbia qualità, è dunque quello di riproporre il dilemma sull'atteggiamento da tenere di fronte al potere, da parte di artisti e intellettuali. Un dilemma che fece vittime illustri, come lo scrittore russo Michail Bulgakov.

Ecco che cosa ci racconta Clementina.

***

Venuti al mondo a pochi anni di distanza e a un centinaio di chilometri l’uno dall’altro, Lorenzo Lotto e Tiziano Vecellio rappresentano due tra le figure più eminenti della pittura veneta del Cinquecento.

Lorenzo nascerà nel 1480, a Venezia, mentre Tiziano vedrà la luce a Pieve di Cadore, non si sa bene se nel 1480 o nel 1488 (vi sono più ipotesi).

Il contesto storico nel quale si muovono i due pittori, che si mostrerà eccezionale dal punto di vista dei cambiamenti, li porterà a diventare protagonisti di una cultura visiva del tutto nuova. Ma che situazione viveva Venezia in quel periodo?



Da qualche decennio era caduta Costantinopoli (1453), la Serenissima era da poco uscita, piuttosto acciaccata, dal primo conflitto con il nuovo Impero Ottomano (1463-79), Cristoforo Colombo è in procinto di scoprire l’America (1492). Venezia, dunque, sta iniziando a guardare verso le ricchezze della terra, non più (solo) quelle del mare, per affermarsi come potenza commerciale europea.

Guardando oltre, è possibile anche tracciare un rapido riassunto di ciò che avviene in quel periodo in Europa e, di conseguenza, nel nostro Paese, che inevitabilmente influenzerà il pensiero degli intellettuali, quindi anche degli artisti, vissuti in quell’epoca. Del resto, grazie anche alla diffusione della stampa, strumento inventato da Gutenberg tra il 1436 e il 1440, la circolazione delle idee a livello europeo fu enormemente favorita. A questo proposito, ricordo che a Venezia fu stampata non solo la prima traduzione italiana del Corano, ma anche la prima Bibbia in volgare e pare sia stata illustrata da Lorenzo Lotto.

Ci troviamo, infatti nel pieno del Rinascimento, periodo di grande creatività e di fortissima innovazione che darà luogo alla comparsa di un nuovo modello di intellettuale. Sul piano artistico assistiamo ad una grande celebrazione del potere e delle istituzioni politiche che stavano dando luogo alla formazione dello Stato moderno e delle sue classi dirigenti. Ma anche a livello scientifico e filosofico assistiamo a grandi stravolgimenti, legati essenzialmente ad alcune figure che nascono e operano in quegli anni: Machiavelli (1469 – 1543) che per primo teorizzò la necessità di separare l’ambito della politica dalla morale e dalla religione; Erasmo da Rotterdam (1466 – 1536), filosofo e letterato che mise alla berlina le superstizioni e i pregiudizi alimentati dalla teologia scolastica, così come le follie dei grandi della Terra; Copernico (1473 – 1543), che elaborò la «rivoluzione copernicana», condannata come blasfema, in quanto contraria agli insegnamenti della Bibbia, con cui afferma che il Sole occupa il centro dell’universo e la Terra gli ruota intorno; Tommaso Moro (1478 – 1535), che si oppose all’assetto sociale dell’Inghilterra basato sulla proprietà privata e allo scisma anglicano; Martin Lutero (1483 – 1546), monaco tedesco che diede vita al grande processo religioso e culturale chiamato Riforma protestante.


Questa favorevolissima congiuntura politica, economica, culturale, farà sì che a Venezia, e nei territori da essa dominati (tra cui Bergamo), l’arte pittorica troverà un eccezionale sviluppo e un linguaggio figurativo originale fondato su premesse differenti rispetto quelle del Rinascimento del Centro Italia.

Protagonista di questo rinnovamento sarà Giorgione, che facendosi interprete di un nuovo stile pittorico basato sulla pittura tonale, cioè “senza disegno”, darà una nuova resa dello spazio.

In quegli anni, anche un altro grande maestro si sta dedicando alle stesse ricerche. È Giovanni Bellini, colui presso il quale (secondo il Vasari) lo stesso Giorgione avrebbe compiuto l’apprendistato.

Vi starete chiedendo come mai stia parlando di Giorgione e di Bellini? Ve lo spiego subito: questi due maestri fungono da cerniera tra i protagonisti del nostro post. Vi illustro subito in quali termini, seguitemi.

Tiziano giunge a Venezia giovanissimo, dove ha inizio la sua educazione artistica nell’ambito di Giovanni Bellini. Poi, però, verso i diciotto anni, si avvicina alla scuola di Giorgione, di cui diventerà il successore, oltre che collaboratore in diverse imprese. La sua vita sarà contrassegnata da diverse fasi stilistiche.

Più o meno nello stesso periodo Lorenzo, che a Venezia ci è nato, frequenta verosimilmente l’atelier del Bellini, ma risente anche degli influssi di Giorgione (secondo il Vasari ne è stato, a sua volta, allievo).

Insomma, la Venezia del Cinquecento è una potenza, ma non certo una grande metropoli e viene da pensare che i nostri due artisti si siano incontrati, almeno nel periodo della formazione, anche più di una volta.

In seguito, ciascuno di loro prenderà strade diverse, che si intrecceranno di nuovo, molti anni dopo, intorno al 1540, per poi dividersi definitivamente.

Tiziano, sotto l’ala di Giorgione, riuscirà a mettersi in mostra fin da giovanissimo e negli anni successivi si affermerà come il pittore ufficiale della Repubblica veneziana (carica che conserverà per una dozzina di lustri). Con queste credenziali inizierà presto a lavorare per alcune corti italiane (Ferrara, Mantova, Urbino, Roma e per l’imperatore Carlo V).

Lorenzo, si formerà inizialmente a Venezia e si dimostrerà particolarmente talentuoso, fin da giovanissimo, ma a causa del suo carattere introverso, della sua determinazione a evitare di scendere a compromessi con il potere, di un intenso sentimento religioso e dell’esuberanza di Tiziano, prenderà presto le distanze da questa città per frequentare zone più decentrate, come Treviso, le Marche e Bergamo. La sua spiccata sensibilità lo indurrà spesso in crisi e lo spingerà più volte a voltare le spalle alla fortuna, soprattutto quando questa gli tenderà nuovamente una mano, in età adulta (1509), invitandolo a collaborare con un selezionato gruppo di artisti, richiesti direttamente da Giulio II, alla decorazione di una delle stanze della Santa Sede (decorazioni che verranno distrutte pochi mesi dopo per affidare l’intero progetto a Raffaello Sanzio).

Pertanto, con queste premesse, prende vita il percorso artistico dei due pittori ai quali, come vedremo, verrà riservato un destino diametralmente opposto.

Tiziano conoscerà fin dagli arbori uno straordinario successo, intessuto di fama, riconoscimenti, agiatezza, che conserverà per tutta la lunga esistenza (morirà quasi novantenne, e forse più), durante la quale darà anche vita ad una bottega, una vera e propria azienda in cui impiegherà un nutrito numero di artisti e grazie a questo laboratorio diventerà uno dei più ricchi artisti della storia.

Lorenzo condurrà una vita segnata da amari sconforti, da tante incomprensioni, da tante difficoltà economiche, da frequentazioni poco ortodosse (fu particolarmente attratto dal luteranismo e pare che frequentasse personaggi processati per eresia, come Bartolomeo Carpan) che gli resero ancor più difficile la permanenza a Venezia per timore di ripercussioni inquisitoriali nei suoi confronti. Nel 1554, ormai ridotto in miseria chiederà asilo al santuario di Loreto, dove rimarrà fino alla morte, nel 1556. Verrà rivalutato come artista solo nell’Ottocento.


- continua nella parte 2




Share:

sabato 8 aprile 2017

"I Beati Paoli" di Luigi Natoli, tra realtà storica e magnifica fantasia


La lettera è quel messaggio ormai in disuso che un tempo era il pane quotidiano di chi voleva tenersi in contatto con i propri familiari e amici lontani, o per chi voleva sapere notizie dal mondo. Soprattutto la lettera d'amore ebbe una vera e propria fioritura nel secolo dei Lumi, e nel successivo Romanticismo come espressione letteraria. Ma la lettera può essere anche missiva di avvertimento e di morte. Quest'ultimo genere di messaggio costella il romanzo storico


I Beati Paoli 

di Luigi Natoli, molto conosciuto in Sicilia, ma un po' meno nel settentrione del nostro bel paese. Come tutti i romanzi storici, anche quello di Luigi Natoli mescola la realtà, rappresentata da personaggi storici realmente esistiti, ed eventi davvero accaduti, con il dato fantastico, ovvero personaggi e accadimenti scaturiti dalla penna dello scrittore. In questo caso particolarmente fervida visto che si parla di un'opera di ben 1255 pagine. Firmato con lo pseudonimo di William Galt e apparso originariamente sul Giornale di Sicilia in 239 puntate dal 6 maggio 1909 al 2 gennaio 1910, il romanzo riscosse un successo enorme. Le persone aspettavano la pubblicazione del giornale per leggere e commentare la nuova puntata, e chi non sapeva leggere lo faceva per gli altri. Una sorta di vero e proprio passaparola che ne decretò il trionfo.

La trama è molto intricata, e ricchissima di personaggi, ma ruota attorno alle vicende di una famiglia di alta nobiltà siciliana. L'azione prende il suo avvio nella Palermo del 1698, dove si festeggia la stipula della pace di Ryswick tra Luigi XIV di Francia e Carlo II d'Asburgo, re di Spagna e di Sicilia. Il cadetto don Raimondo Albamonte della Motta viene a sapere che suo fratello maggiore, il duca don Emanuele, partito per la guerra al servizio del suo sovrano, è stato ucciso dai turchi sulla via del ritorno. La notizia gli viene riferita da Andrea Lo Bianco, un fedele servitore del defunto duca. Proprio in quei giorni la moglie di don Emanuele, donna Aloisia, dà alla luce un figlio maschio, chiamato Emanuele come il padre. Il neonato è dunque il nuovo duca della Motta, e le ambizioni di don Raimondo di ereditare vengono subito frustrate. Ma lui, il malvagio zio, è disposto a tutto pur di arrivare a detenere il titolo, i possedimenti e il lustro della casata, anche a macchiarsi di una serie di delitti familiari. Per una serie di circostanze, infatti, madre e figlio spariscono nel nulla e sono dati entrambi per morti.

Intercorrono alcuni anni dalle vicende sopra narrate, che appartengono al Prologo... e comincia ad agire una misteriosa conventicola detta i Beati Paoli, pronta a fare giustizia e a ridare a Emanuele il posto che gli spetta. Le chiamate ai raduni sono organizzate con una serie di segni ingegnosi, sotto gli occhi di tutti e per questo tanto più inosservate. Le riunioni avvengono in una serie di caverne sotterranee, dove i membri celano la loro identità vestendosi di lunghe tuniche nere e cappucci neri con buchi al posto degli occhi. Loro consuetudine è lasciare nel palazzo del duca Raimondo delle lettere di avvertimento con allusioni al suo passato, onde cercare di far ragionare lui, che è il prepotente di turno, prima di eseguire la sentenza definitiva, come a dire "pentiti finché sei in tempo." I messaggi di minaccia o morte sono contrassegnati dal simbolo di due spade incrociate sopra la croce, e sono scritti in latino, segno dell'indubbia erudizione di almeno uno degli scriventi.


Potreste pensare a questo punto che il protagonista del romanzo sia il duca Raimondo o la setta dei Beati Paoli. Invece la trama prende quasi subito a muoversi attorno a un personaggio apparentemente secondario, ovvero il giovane Blasco: una sorta di coraggioso e affascinante guascone che fa innamorare di sé le donne che incontra, e si mette puntualmente nei guai sfidando il potere costituito come un ribelle pre-romantico. Egli può muoversi, infatti, in qualsiasi ambiente sociale, dal più alto al più basso, essendo un figlio illegittimo di un nobiluomo. "Appunto nell'ora del passeggio, e quando più risplendeva la pompa lussureggiante dei signori, in un pomeriggio di settembre del 1713 scendeva dalla strada di Monreale, verso Palermo, un giovane cavaliere, il cui assetto stonava maledettamente con quell'apparato di ricchezza, e più con l'espressione del volto." Anche se impavido, il carattere di Blasco è offuscato da una vena di malinconia per via della sua condizione sociale; ma è privo di qualsiasi ambizione, e ha un senso ferreo della giustizia pur non condividendo, e anzi a volte contrastando, i metodi dei Beati Paoli. Si tratta di un uomo onesto e puro, capace di accendere grandi passioni e rancori altrettanto tenaci,  e destinato ad essere la chiave di volta per le sorti dell'intera, complessa e intricata vicenda.

Il romanzo è, a dir poco, magnifico, sontuoso e teatrale come dev'essere un romanzo storico ambientato nel periodo del Barocco. La città di Palermo in cui avviene la maggior parte degli eventi è descritta con le sue piazze, le sue strade, gli splendidi palazzi e le misere stamberghe, le chiese e i conventi con una precisione filologica straordinaria, apprezzabile anche da chi, come me, poco o nulla conosca della città; e posso quindi immaginare l'effetto che debba fare a un palermitano o un siciliano. Essa si schiude come una serie di scene teatrali, di palcoscenici con quinte mobili dove si muovono i personaggi: nobiluomini crudeli, avventurieri scanzonati , frati compassionevoli, dame innamorate, spioni con nove vite, fanciulle rinchiuse nei monasteri, servi fedeli o infidi, sovrani altezzosi, fattucchiere, artisti e cortigiani. Ognuno di questi personaggi sembra costituire un "tipo" a se stante, e la descrizione di Natoli degli abiti, delle carrozze, degli interni delle abitazioni è talmente pittorica che sembra di essere là, presenti come osservatori della scena.

Nonostante la complessità della trama, il romanzo I Beati Paoli ha in sé la puntualità di un meccanismo a orologeria, frutto senza dubbio di un'attenta pianificazione; in caso contrario Natoli non avrebbe potuto reggere una simile impresa senza mai perdere il filo della narrazione, cosa tanto più ammirevole in quanto l'autore aveva scritto a mano, com'è ovvio, l'intera, vastissima opera. Non ci sono scene ridondanti o punti confusi e poco chiari, personaggi abbandonati a se stessi, o momenti in cui l'attenzione langue in questo romanzo che può contendere il primato, per lunghezza, a Guerra e Pace. *

Le vicende narrate mandarono alle stelle la fama dei Beati Paoli, la cui origine storica è invece piuttosto incerta. Essi parrebbero essere stati una setta di vendicatori-giustizieri-sicari, nata presumibilmente a Palermo intorno al XII secolo circa con il nome di vendicosi. Avevano come obiettivo quello di riparare le ingiustizie e le malefatte perpetrate dalle classi nobiliari ai danni del popolo, e come tale vennero considerati. L'unica fonte a riportare l'esistenza di questa misteriosa setta è data da quanto scritto da Francesco Maria Emanuele marchese di Villabianca. A ritenere che sia stata una setta realmente esistita è Francesco Paolo Castiglione nel saggio Indagine sui Beati Paoli. Dunque, un'origine avvolta nella leggenda. (Tra l'altro i Beati Paoli fanno la loro comparsa nello sceneggiato Rai La Baronessa di Carini di cui ho parlato al seguente link.)


Per questo romanzo mi piace chiudere con un'opera comunemente conosciuta come vanitas, ovvero una natura morta con un teschio che ammonisce della brevità della vita terrena: Allegoria della vanità di Antonio de Pereda, del 1634 circa. Il nome vanitas deriva dalla frase biblica vanitas vanitatum et omnia vanitas ed è un genere pittorico che ha avuto il suo massimo sviluppo proprio nel Seicento, specialmente in Olanda. Nel quadro ci sono tutti gli elementi a richiamo del romanzo: i teschi che richiamano la caducità della vita, l'orologio come simbolo del tempo che passa, l'angelo che pare ammonirci. In questo quadro ci sono anche degli oggetti e dei monili preziosi, un cameo con un profilo nobiliare. Tutte forme di ricchezze e potere che saranno inutili per il malvagio don Raimondo.

***

Avete letto questo romanzo? Uno di voi blogger sicuramente sì! ;-) 
Se avete letto altri romanzi storici, potete consigliarmi qualche titolo che vi sia particolarmente piaciuto? 

***

* Mi è capitata oltretutto un disavventura non da poco, che mi aveva spezzato il ritmo: avevo infatti acquistato la più recente edizione Sellerio in due volumi. Avevo terminato il primo volume, ed ero circa a metà del secondo quando mi ero accorta che mancava una segnatura e la trama non tornava. Ho scritto subito alla casa editrice per avere una copia sostitutiva, che mi è arrivata nel giro di poco tempo, indubbio segno di grande serietà. Meno male che esistono ancora case editrici degne di questo nome.



Fonte:
I Beati Paoli di Luigi Natoli voll. 1 e 2 - Edizione Sellerio
Wikipedia per le informazioni storiche sui Beati Paoli


Immagini:

  • La copertina del volume 1
  • I Beati Paoli da www.siciliafan.it
  • Allegoria della vanità di Antonio de Pereda, 1634 circa


Share:

mercoledì 5 aprile 2017

Il Caffè della Rivoluzione: "Il mio regno per una mappa" / 19




Qualche tempo fa stavo scrivendo una scena nel mio romanzo dove un personaggio si muove a Parigi di notte. Sono consapevole che la cosa sia pericolosissima per via dei tagliagole e briganti di vario genere, e infatti Camille Desmoulins, l'enfant prodige della Rivoluzione, libellista, giornalista e rivoluzionario, e testa calda per definizione, gira armato fino ai denti. In breve il mio Camille partiva da un appartamento situato a sud, per la precisione in rue du Théâtre-Français, raggiungeva l'Ile de la Cité, dove si trova la cattedrale di Notre-Dame, attraversava il ponte... e lì mi sono incartata. A dire la verità non è che mi sia proprio fermata, perché sarebbe stato ridicolo non terminare la stesura di una scena per un bazzecola. Infatti non sapevo il nome del ponte, o comunque non ne ero sicura, e la cosa mi disturbava.

Ho comunque fatto attraversare Camille e l'ho condotto felicemente a destinazione in un punto situato molto a nord, ovvero in rue Saintonge. Poi ho guardato su un paio di mappe di Parigi del 1789 scaricate dal web, per rintracciare quello che mi serviva, ma inutilmente. Come potete vedere da voi stessi (sono le due sulla sinistra), sono segnate soltanto le vie principali e poco altro.

Come vi ho detto in altre occasioni, Parigi nel 1789 o giù di lì era una città di dimensioni e popolazione molto più contenute rispetto a quelle odierne. La sua topografia è anche molto mutata in quanto sotto il Secondo Impero, ovvero tra il 1852 e il 1869, Haussmann ricevette l'incarico di rinnovare la città, pianificando e attuando una profonda ristrutturazione; e per tale opera ricevette il titolo di barone. Ad esempio, la sopra menzionata rue du Théâtre-Français non esiste più, e si trovava pressapoco dove ora c'è l'Opéra.

Mi serviva dunque una mappa che fosse una sorta di "tuttocittà" dell'epoca e dove le vie anche più piccole fossero minutamente segnate; e soprattutto che fosse di carta. Io infatti non riesco a lavorare se non ho sottomano saggi e documenti di carta. Piena di fiducia ho cominciato a cercare su Amazon.fr e Ebay. Vuoi che i cugini francesi non vendano mappe della loro beneamata città al tempo della Révolution, mi chiedevo? Invece c'erano mappe di tutti i generi, per lo più turistiche, ma niente di quello cui miravo. Ho fatto un'ulteriore ricerca sui negozi e le librerie di Parigi, ma nisba. Nessuno vendeva mappe del 1789.

Siccome quando mi metto in testa qualcosa sono peggio di un mulo, ho continuato nella mia ricerca e per caso mi sono imbattuta su Etsy in un negozio che vendeva esattamente la mappa che volevo, con tutte le vie minutamente segnate. Eccola qui sotto.  Non mi ero mai servita di questo sito dedicato all'e-commerce, che vende soprattutto oggetti vintage o fatti a mano, e sono un po' diffidente sulle novità sul web. Mi sono premurata di leggere dapprima le recensioni.

Il negozio nello specifico si chiama AncientShades, ed è specializzato nella riproduzione di mappe storiche e ha delle ottime recensioni. Dopo aver ragionato sul da farsi e parlato con il consorte, che mi ha esortato a fare l'ordine per il quieto vivere, ho rotto gli indugi e il giorno 19 marzo ho eseguito. Da quel momento sono rimasta in ansia per tutto il tempo. Il gentilissimo titolare del negozio mi ha mandato subito una mail il giorno in cui la mappa è partita dalla Romania, pregandomi di avvisarlo quando fosse arrivata e se era di mio gradimento... Immaginavo il tubo di cartone contenente la mappa che saettava per i cieli europei, e proprio la scorsa settimana è finalmente arrivata! Eccola racchiusa nel suo contenitore.



Ed ecco la mappa di Parigi del 1789 srotolata in tutta la sua ampiezza, sorretta dai miei due baldi assistenti, ovvero il marito e il figlio. Non solo è come la desideravo, ma è persino più bella e dettagliata di come la immaginavo, e i cugini d'Oltralpe hanno perso clamorosamente una cliente e una vendita.


La grammatura della carta è molto spessa perché è concepita per incorniciarla, cosa che un giorno senza dubbio farò. Nel frattempo, sono felicissima della mia mappa, come Gollum ritornato in possesso del suo anello ("il mio tesssoro!"), e ogni tanto la srotolo, prendo una lente d'ingrandimento e la punto per trovare quello che mi interessa. Tra l'altro ho scoperto che la rue Saintonge, che io immaginavo all'incirca nel centro, era invece all'estrema periferia, quasi in mezzo ai campi e agli orti. Che strano immaginare Parigi grande appena quattro volte Monza!

Ora, mi giudicherete un po' matta o eccessivamente pignola. Infatti non avevo certo intenzione di descrivere minutamente l'itinerario del mio personaggio come se fosse guidato da un navigatore satellitare. Serviva saperlo a me, però. Nei romanzi storici ci sono dei "non detto", informazioni che lo scrittore non inserisce, ma che raggiungono comunque l'inconscio del lettore. In breve, il lettore sa che lo scrittore sa, ma siccome non è un dettaglio utile ai fini della trama apprezza il fatto di non averla inserita.

Ah, quasi dimenticavo... come si chiama il ponte? Si tratta del Pont Notre-Dame, ovviamente! :-) Come direbbe Shakespeare: "Molto rumore per nulla", io invece ribadisco: "Il mio regno per una mappa!".

***

E voi, avete mai sentito il bisogno irresistibile di avere un oggetto in rapporto alla scrittura (un taccuino, una penna, un soprammobile, un portafortuna...)? Come vi siete comportati?

***

Immagine iniziale:


  • Notre-Dame en 1790 ; Favras, faisant amende honorable en face de l'église de Notre-Dame à Paris le 19 février 1790, estampe de J.-L. Prieur, 1802, BnF, Estampes et photographie, RESERVE QB-370 (20)-FT 4, http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b69446557 
  • Mappe tratte da Wikipedia
  • Mappa del sito di e-commerce AncientShades

Share:

sabato 1 aprile 2017

Il Memoriale del Dolore ebraico a Milano



Vi sono luoghi dell'anima terribili, che vivono non nelle poesie, o nella bellezza della natura o delle opere d'arte.
Appartengono un'anima straziata, umiliata e violentata oltre ogni possibile immaginazione. Come sappiamo, l'essere umano è capace di ogni efferatezza, ma con l'Olocausto superò se stesso in quanto perpetrò il massacro sistematico di milioni di esseri umani, pianificandolo a tavolino, e non come effetto di battaglie, pure orrende e cruente. Nel Novecento il Male parve posarsi come una grande coltre luttuosa non soltanto sull'Europa, ma sul mondo intero, che venne sconvolto da due conflitti senza precedenti. Nella Seconda Guerra Mondiale furono sterminati così tra i cinque e i sei milioni di ebrei secondo le fonti attestate, anche se potrebbero essere molti di più. I sopravvissuti ai campi di sterminio, dopo aver perso tutta o gran parte della famiglia, come nel caso del padre di Anna Frank, e aver attraversato atroci sofferenze, patirono il dolore di non essere creduti, o di avere ascoltatori distratti che avevano soltanto voglia di dimenticare e lasciarsi alle spalle il passato.

Ma, come diceva il filosofo e scrittore George Santayana "Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo". Occorre avere memoria, e la parola stessa "memoriale" indica qualsiasi cosa che abbia per fine il ricordo o la commemorazione. Occorre non solo ricordare, ma farlo in modo che la Storia più recente non sbiadisca nel fluire del tempo, e non risulti calcificata da cerimonie senza coinvolgimento perdendo così il suo significato. Il rischio del memoriale come edificio statico è anche quella di diventare museo dove si va per dovere, magari scolastico, o curiosità fine a se stessa.


Il Memoriale della Shoah di Milano, detto anche Binario 21, è un esempio vivente di un modo di ricordare la Storia che tocca le corde più sensibili dell'essere umano. Si trova in un'area della Stazione Centrale, e l'ingresso è nella ex-via Ferrante Aporti, ora Piazza Edmon J. Safra, 1, ed è uno spazio che è stato recuperato rispettando l'architettura originaria ed effettuando interventi poco invasivi nell'ottica di offrire un'autentica esperienza, pur con gli inevitabili limiti, di immersione nella memoria.

Devi giungere davanti alla Stazione Centrale, portarti sulla destra e costeggiare il marciapiede. Attorno a te ci sono passanti frettolosi, all'altro lato ci sono bar, negozi, porte e passi carrabili, e un filare di alberi, di quelli che, a Milano, sembrano lottare contro il cemento e lo smog per puro istinto di sopravvivenza. Sui gradini di ingressi sbarrati, a ridosso della stazione, vi sono dei barboni infagottati nelle coperte e nei maglioni, distesi o rannicchiati sopra cartoni e con accanto bottiglie e cartocci di cibo. Anche questa è la città.

Arrivi all'ingresso del Memoriale, un'area un tempo destinata al carico e allo scarico della posta. Tra il 1943 e il 1945, dopo l'armistizio dell'8 settembre e quindi durante l'occupazione dei tedeschi e la Repubblica Sociale Italiana, iniziano i rastrellamenti di massa, gli arresti e le deportazioni. Siamo dunque arrivati nel luogo dove gli ebrei, dapprima rinchiusi nelle carceri di San Vittore e poi trasportati sui camion, venivano caricati sui carri bestiame. All'ingresso ti viene dato un biglietto adesivo da applicare addosso, per ricordare che gli ebrei dovevano portare su giacche e cappotti la stella gialla di riconoscimento bene in evidenza. Nell'atrio c'è una grande scritta grigia che recita INDIFFERENZA, ovvero una delle cause che permise ai nazisti e collaborazionisti di agire indisturbati nei confronti degli ebrei.

Il Memoriale è un grande spazio apparentemente vuoto e silenzioso, che devi scoprire man mano e quasi in punta di piedi come se entrassi in un luogo sacro. Vi sono dei tabelloni da leggere, appesi su pilastri nella penombra, che costituiscono il filo conduttore di questo segmento storico degli orrori, e che ti aiutano a capire. Mentre stai leggendo, un rombo scuote il soffitto e le pareti, e rabbrividisci perché ti sembra di rivivere... poi ti rendi conto che il rumore fragoroso è il rombo dei treni che, al di sopra, stanno partendo. I treni di oggi. Eppure l'impressione che ne ricavi è fortissima, meglio di qualsiasi colonna sonora.

Puoi continuare a leggere oppure entrare in uno degli spazi insonorizzati dedicati ai filmati con le testimonianze dei sopravvissuti, vedere i luoghi e ascoltare, seduti in silenzio e con il cuore stretto.

Arrivi finalmente al binario dove sono dei carri merci originari, del tipo utilizzato per le deportazioni. Puoi salire se vuoi, oppure girarci attorno. In uno trovi una corona e dei fiori. Ogni carro veniva stipato di persone - uomini, donne, bambini, vecchi, mamme e papà - fino all'inverosimile, a furia di calci e pugni, tra i latrati dei cani e le urla dei soldati, terrorizzanti perché sbraitavano in una lingua che nessuno capiva. Con sé avevano pochissimi oggetti, preparati nel giro di venti minuti dalla notifica della deportazione. Quindi il carro veniva piombato e posizionato su un carrello traslatore, che si muoveva lungo un'enorme galleria, visibile ancora oggi, poi immesso su un ascensore montavagoni e poi sollevato fino a raggiungere un binario di manovra all'aria aperta situato tra i binari 18 e 19. In questo modo nessun passante della stazione si rendeva conto di che cosa vi fosse al'interno di quei carri merci.

Agganciati al locomotore, aveva inizio il trasporto verso le tappe intermedie di Fossoli e Bolzano per poi proseguire verso la destinazione finale, cioè i campi di concentramento di Auschwitz e Bergen Belsen. All'interno dei vagoni surriscaldati d'estate, o gelati d'inverno, non c'era aria, cibo, acqua, spazio per muoversi o distendersi, luoghi per espletare i propri bisogni. Molti piangevano, alcuni pregavano. Tante persone già debilitate morivano ancora prima di arrivare alla meta finale.

Oltre i vagoni, nel Memoriale c'è una grande installazione con sfondo nero su cui compaiono 774 nomi. Essi rappresentano il carico umano dei convogli partiti da qui il 6 dicembre 1943 e il 30 gennaio 1944 dalla stazione con destinazione Auschwitz-Birkenau. Di queste persone, solo 27 sopravvissero. Sulla banchina, ci sono delle targhe con delle date, ognuna delle quali rappresenta una partenza. Altrove si può accedere anche a un grande spazio chiuso di forma conica, dedicato al raccoglimento, alla meditazione, alla preghiera, per credenti e non credenti. In altre parole, dedicato alla memoria.


In un'altra zona c'è anche una raccolta di oggetti al tempo del regime fascista, che hanno stretta attinenza con la questione ebraica, come elenchi di arrestati, proclami in lingua tedesca, giornali con l'entrata in vigore delle leggi razziali, fotografie di adunate oceaniche con cartelli raffiguranti lo stereotipo dell'ebreo. In un altro settore del Memoriale, assai più toccante, sono invece raccolte le fotografie, le lettere, gli scritti, le cartoline delle persone e delle famiglie deportate, e non solo.  Testimonianze commoventi, come le letterine dei bambini ai nonni, con disegni e frasi d'affetto, compiti di scuola, brevi messaggi, alcuni oggetti, vestiti per neonati. Queste persone ritratte quasi sempre sorridono al fotografo - il tempo è prima della tragedia, ed essi si trovano con i propri cari, in qualche località di vacanza, o nelle loro case.



Ci guardano da un passato che sembra lontanissimo, e che  invece è accaduto appena settant'anni fa. Un battito di ciglia, una svolta di strada, a livello temporale. Sono morti pochi anni prima della nostra nascita. Ci chiedono di non dimenticarli, e il Memoriale è per loro, ma anche per noi.

Chiudo con una citazione dalle lettere di Etty Hillesum, che una giovane ebrea olandese scrisse nel 1942-1943 da Amsterdam e poi dal campo di smistamento di Westerbrok, da cui fu poi deportata verso Auschwitz. Questa toccante riflessione riguarda ogni essere umano: "Credo che per noi non si tratti più della vita, ma dell'atteggiamento da tenere nei confronti della nostra fine."


***

Link al sito de Il Memoriale della Shoah per trovare orari e altre informazioni. Il giorno lunedì alle 18,30 è possibile effettuare una visita guidata.


Fonti:

Memoriale della Shoah di Milano - pubblicazione

  • Foto 1 - Ingresso al Memoriale
  • Foto 2 - Inaugurazione della nuova Stazione Centrale di Milano
  • Foto 3 - Carri merci nel Memoriale
  • Foto 4 - Il carrello elevatore
  • Foto 4 - Ebrei provenienti dai Carpazi arrivano ad Auschwitz. Visibili sullo sfondo le ciminiere dei crematori II e III del campo di concentramento di Auschwitz
  • Foto 5 - Il Muro dei Nomi
  • Foto 6 - Fotografie dei deportati
  • Foto 7 - Etty Hillesum


Share:

mercoledì 29 marzo 2017

Il Caffè della Rivoluzione: la Grande Paura e le fake news / 18




Di recente si è  molto dibattuto sul progetto di una legge intesa a individuare e contenere quelle che si chiamano fake news ovvero notizie false, vere e proprie "bufale" che vengono poi ingigantite da quella gran cassa di risonanza che è il web, ovvero social network e affini. Mentre una volta la notizia falsa, chiamiamola così perché abbiamo l'equivalente in italiano, rimaneva circoscritta al bar o nelle chiacchiere di paese, o comunque nell'ambito di una comunità molto ristretta, ora invece rimbalza in rete in maniera velocissima, e risulta distorta, ingigantita, trasformata al punto da renderla irriconoscibile rispetto alla fonte iniziale. La notizia falsa viene presa come verità assoluta e tale viene trattata, scatenando dibattiti e prese di posizioni aggressive, orientando opinioni con il cosiddetto effetto-sciame. Nessuno ha la possibilità di smentirla o decostruirla risalendo alla fonte, tanto sinuoso risulta il suo cammino, come il movimento di un serpente. Non è infrequente che, qualche settimana o qualche mese dopo, la falsa notizia si riveli, appunto, come tale ovvero costruita ad arte.

Ma è sempre vero che la cosiddetta "bufala" rimaneva nell'ambito di un territorio limitato anche nel passato? Nella Francia del 1789 non fu così. Dal 20 luglio al 6 agosto 1789, quindi dopo la presa della Bastiglia, nelle campagne francesi si manifesta infatti una situazione di panico generalizzato detto della Grande Paura, suscitato dalla falsa notizia della massiccia invasione di briganti venuti a distruggere i raccolti e a trucidare i contadini, per vendicare la nobiltà colpita dalle rivolte agrarie scaturite dai recenti sviluppi politico-sociali.

Il tutto viene annunciato dalla fervida immaginazione popolare, che assiste a fenomeni inspiegabili come una grande stella rossa nel cielo, fiamme che danzano sulle acque stagnanti; ode la campana della chiesa rintoccare da sola, in chiesa l'organo comincia a suonare improvvisamente, le porte si spalancano e si chiudono di colpo senza che vi sia un alito di vento. Le notizie più disparate si diffondono con la velocità del vento: in Bretagna, nella valle della Dordogna, sulle Alpi, nel Mediterraneo, compaiono frotte di briganti armati, che incendiano le case, bruciano il grano nei campi, ammazzano il bestiame. Nessuno sa da dove arrivano questi energumeni, ma tutti sono certi che sia imminente il pericolo. In molte regioni i contadini si armano di falci, bastoni, fucili da caccia e corrono alla ricerca di questi uomini... per poi tornare a casa senza aver veduto nulla e nessuno. Molti popolani ne approfittano per eseguire dei veri e propri regolamenti di conti: assaltano i castelli dei signori, trucidano, saccheggiano e ammazzano.

Dalle coste avvistano persino la flotta inglese, e nell'Artois - la regione di Robespierre - se la danno a gambe. Ma l'invasione dall'Inghilterra non avverrà mai. Altra gente fugge in un vero e proprio esodo, convinta di essere inseguita dall'esercito imperiale... ma da quale esercito? Nessuno lo sa.  Un cronista informa che "un tale panico aveva preso gli animi che ognuno abbandonava la propria casa, per andare a casaccio, chi sa dove. Il parroco di Ruillé confessò quel giorno, dalle quattro alle dieci pomeridiane, gente che aveva perduto il senno, pensando che la morte fosse vicina." In un villaggio del Pèrigord un cavaliere ha dato ordine di preparare duecento aste di lance... ma nessuno va a ritirarle perché non serviranno.

Vi sono alcune ipotesi da parte degli storici. Alcuni deducono che questo "grande spavento" sia stato fomentato da pochi uomini che mossero un ristretto gruppo di esecutori. Questi mandanti - forse con l'aiuto dei venticinque milioni che Pitt, il ministro inglese grande nemico della Francia insorta, si è fatto concedere dal Parlamento - hanno probabilmente voluto destabilizzare il paese in modo da eseguire una prova generale di mobilitazione rivoluzionaria. Se il paese si fosse indebolito, avrebbe potuto essere attaccato e, magari, spartito. Come a dire, erano stati i costruttori di fake news dell'epoca per incutere la paura in modo che questa si propagasse come l'incendio che arde nella boscaglia secca, scatenare una reazione e muovere le persone da un capo all'altro del paese. Esattamente come succede ora.

Da che mondo e mondo, quindi, sono sempre esistite queste false notizie, e non soltanto sul web ma soprattutto sulla carta stampata quando furono inventati i giornali e, da sempre, per bocca della gente. Oggi la differenza sta nella tecnologia impiegata, e quindi nella velocità di propagazione e nel fatto che rimaniamo comodamente seduti davanti al computer o allo smartphone anziché armarci di picche, falci e randelli. Ma le reazioni verbali "di pancia" possono avere il medesimo grado di violenza e istigazione alla discriminazione e al razzismo.

***

Appurare che cosa sia falso e che cosa sia degno di credibilità è difficilissimo e nessuno ha l'autorità per fare dei distinguo. Su un articolo di qualche giorno fa, si sosteneva infatti che si tende a cercare delle "prove" che confermino la nostra teoria e quindi le nostre certezze. 

Una legge contro le fake news quindi è inutile, oltre che controproducente. Uno dei metodi potrebbe essere quello di non prendere per oro colato tutto quello che circola, a partire dai giornali. Voi che cosa ne pensate?

***

Fonte:
Robespierre di Friedrich Sieburg - Longanesi & C. 

Immagini:

  • Bambino nella Francia della Rivoluzione
  • Assalto al castello - stampa popolare presso il Musée Carnavalet di Parigi
  • La notte del 4 agosto 1789 ovvero Il delirio patriottico - stampa popolare





Share:

sabato 25 marzo 2017

Il banchetto dell'uomo medievale: cibi, bevande e cultura



Se vogliamo scoprire come eravamo, o meglio che cosa mangiavamo e perché, non possiamo prescindere dalla lettura del saggio

Alimentazione e cultura 
nel Medioevo 

di Massimo Montanari, una vera e propria pietra miliare per chiunque s’interessi al periodo sia come studioso sia come semplice appassionato. Come esplicitato nel titolo, il saggio non riguarda soltanto il cibo inteso come alimento indispensabile alla sopravvivenza, ma anche come espressione culturale dell’essere umano posto in un determinato contesto sociale e religioso da cui viene influenzato e che egli influenza a sua volta. Per questo motivo accade che fortissimi parametri mentali siano a volte più determinanti del cibo stesso, in un’epoca pur soggetta a carestie e alla scarsità di determinati alimenti.

Il capitolo dal titolo “Il peccato di Adamo” crea subito un significativo collegamento del cibo con il passo biblico, ovvero il peccato della gola, e della lussuria conseguente in quanto i progenitori scoprono di essere nudi subito dopo aver ceduto alla tentazione di mangiare del frutto proibito. Per questo motivo nella cultura cristiana il problema del cibo diviene centrale, in quanto è la prima occasione di cedimento ai sensi al di là dell’ovvia necessità di avvalersene per non morire di fame. Se la gola è il primo dei vizi, però, il digiuno diverrà lo strumento con cui fortificare lo spirito e fuggire dal peccato. La sessualità fa così paura che in ambito religioso diventa una vera e propria ossessione e, e l’equivalenza tra la carne alimentare e la carne intesa come corporeità e sensualità è pressoché matematica.

Di contro, è nella classe nobiliare che si sviluppa il polo opposto dell’alimentazione come espressione di forza e violenza. L’uomo nobile, ovvero l’uomo potente, è colui che mangia molto. Non solo, egli deve mangiare molto per esibire il proprio status sociale. Scatta qui l’allarme del pensatore cristiano, soprattutto al cospetto di tale quantità di cibo, in quanto l’eccesso provoca una sovrabbondanza di “umori” che portano alla sovraeccitazione sessuale. Riscaldato da cibo e bevande, il sangue si risveglia e provoca appetiti di vario genere. Santi abati, padri della Chiesa, persino l’apostolo Paolo ammoniscono che la concupiscenza di cibo non è altro che la libido carnale, cosa peraltro confermata anche nei testi di materia medica a partire dal IV secolo, uno per tutti, la Collezione medica di Oribasio. In essi si sostiene che certi cibi favoriscono la sessualità, altri la inibiscono. Nascono così le indicazioni mediche, ad esempio per la cura dell’impotenza, suggerita dallo stesso Oribasio, e alla nascita di una delle teorie fondamentali della medicina medievale, ovvero quella dei quattro “umori”: caldo e freddo, umido e secco che, combinati in varia misura, costituiscono a determinare tutto ciò che esiste in natura, uomo compreso. Da qui ad esempio la predilezione degli eremiti per i cibi crudi, ovvero freddi, come inibitori di sessualità.

Ma il cibo è anche espressione di un incontro-scontro culturale di cui ancora oggi possiamo trovare le tracce sulle nostre tavole e nelle nostre stesse scelte alimentari, e che viene ben spiegato nel capitolo “Barbari e Romani”. La civiltà greco-romana, sviluppatasi in ambito che possiamo definire mediterraneo, ha nella cerealicoltura e nell’arboricoltura con vite e olive la principale fonte del suo sostentamento, accanto a una pastorizia soprattutto a carattere ovino. Grano-olio-vino vengono integrati non tanto dalla carne, quanto dai latticini e in modo particolare dalla produzione casearia.  Le popolazioni celtiche e germaniche che arrivano dal Nord Europa, invece, si avvalgono di un’economia silvo-pastorale, con caccia, pesca, raccolta di frutti e allevamento del bestiame allo stato brado, specialmente con riguardo ai maiali. Il regime alimentare di questi popoli prevede quindi un ingente consumo di carne, ma anche di ortaggi derivati dalle coltivazioni orticole. Questi due modelli alimentari così diversi si contaminano e portano a un modello “misto”. Chiese e monasteri diventano i principali motori di espansione del modello produttivo di tipo “mediterraneo”, anche grazie alla necessità di produrre localmente il cibo necessario. Il modello produttivo germanico trova invece ampia diffusione nelle regioni centro-meridionali dell’Europa. Gli spazi incolti come boschi, paesaggi, paludi, non sono avvertiti come un ostacolo, ma occasione di sfruttamento di risorse e come luogo di allevamento, caccia, pesca e raccolta. L’allevamento del maiale, cibo primario nell’Alto Medioevo, è della massima importanza in quanto non è giuridicamente precluso a nessuno. Il dettaglio curioso è che nella Langobardia emiliana precocemente germanizzata sono assai diffusi questi allevamenti suini (ancora proverbiali ai giorni nostri!), mentre nelle regioni limitrofe persiste l’allevamento ovino.

Il cibo diventa un linguaggio (“Il linguaggio del cibo”), come si accennava all’inizio: il ricco mangia di più e meglio, mentre il povero mangia di meno e peggio. Non solo il potente deve ostentare, tramite il banchetto, la propria superiorità, ma spetta anche al pauper non ricercare comportamenti estranei al proprio rango, anche se per ipotesi ne avesse l’occasione. Massimo Montanari qui sfata però un luogo comune del Medioevo, perlomeno nei primi secoli dello stesso, e cioè la possibilità di approvvigionarsi di carne. Nell’Alto Medioevo difatti il tipo di economia, basata sull’allevamento e la caccia, consente un regolare approvvigionamento di carne a tutti i livelli sociali, popolo compreso. Solo con il tempo la caccia grossa, come dire, verrà riservata alla nobiltà. A rinforzare la teoria secondo cui l’alimentazione a base di carne è un simbolo, nell’aristocrazia militare si procede a comminare l’astinenza forzata come forma di punizione ed emarginazione a seguito di un comportamento scorretto. Ancora una volta, quello che è un atteggiamento virtuoso in un ecclesiastico diventa una maniera per indicare come indegno un membro della nobiltà.

Anche nella disposizione dei posti attorno a una tavola imbandita si sottolinea con estrema precisione la gerarchia dei commensali a seconda della maggiore o minore vicinanza all'uomo dominante. Questa assegnazione dei posti è estremamente rigorosa alla tavola bizantina, come ci informa un ambasciatore di Ottone I presso il rex Grecorum. Più informale ma altrettanto significativa è la consuetudine dei Longobardi di cui è attento cronista Paolo Diacono, in cui il figlio del re può stare a tavola col padre solo dopo aver sottratto le armi al nemico, e quindi aver dimostrato il proprio valore. Peraltro anche nei monasteri la disposizione a tavola segue un codice rigoroso, come sappiamo dalla Regola di Benedetto e altri analoghi testi. L’abate ha una sua mensa distinta dove accoglie ospiti di riguardo e pellegrini. La solitudine della mensa diventa anche un segno di esclusione sociale, e nessuno può mangiare insieme a uno scomunicato a meno di essere scomunicato a sua volta. Particolarmente interessanti sono le disposizioni testamentarie a favore dei pauperes relative alla somministrazione regolare di pasti a favore dei più disagiati.

Il ruolo degli animali, com’è ovvio, è della massima importanza sulla tavola medievale, ma non solo (“Mangiare gli animali”). Vi sono suddivisioni tra gli animali destinati al cibo e animali da fatica. Il maiale è comunque il sovrano nei banchetti non soltanto per le carni, ma anche per altri usi come lo strutto. Rari e preziosi sono i bovini, di taglia più piccola rispetto a quelli che siamo abituati a vedere sui nostri pascoli; sono utilizzati come forza-lavoro per le operazioni agricole e i trasporti, più che come produttori di carni e latte, anche perché la selezione delle razze avviene in epoca molto più tarda. Soltanto alla fine della vita essi vengono macellati a scopo alimentare. Per il cavallo il discorso è del tutto particolare, in quanto esso è destinato in prevalenza alle cavalcature militari, sebbene non venga esplicitamente proibito il consumo della sua carne nei libri penitenziali (qui il link all'articolo sul cavallo). Si può dire che solo pecore e maiali vengano davvero destinati alla tavola medievale. A questa schiera si aggiungono quelli gli animali da cortile come galline, oche anatre, e la selvaggina di piccola taglia cacciata nei boschi. Grazie alla presenza di corsi d’acqua, molto diffusa è la pratica della pesca e la presenza di pesce di allevamento. Le tecniche di conservazione e preparazione delle carni e dei pesci rivelano grandissima ingegnosità: in un’epoca dove non esistevano i frigoriferi, si sviluppano ad esempio le tecniche dell’affumicatura e dell’insaccamento, o i formaggi stagionati oppure fusi che reggono il passaggio del tempo, e possono essere trasportati da un luogo all'altro nei lunghi e faticosi viaggi.

Nel saggio c’è il capitolo sulle diete monastiche che riguardano i cibi consentiti e quelli proibiti in corrispondenza del calendario liturgico, l’alto significato cristiano di cibi come il pane (eucaristico) e il vino (benedetto). E gustoso – è il caso di dirlo! – è “Il pranzo dei canonici” dedicato alla furibonda contesa che si innesca nel 1198 tra il vescovo di Imola, Alberto, e i canonici della cattedrale di S. Cassiano. Tra i vari punti delle loro richieste, parecchi sono dedicati al cibo: molto pressante è la pretesa dei canonici di sedere alla tavola del vescovo in occasione di quattro pranzi annuali. Non solo, ma il povero vescovo dovrebbe apprestare i suddetti pranzi anche alla loro familia, ai servientes e ai castaldi con una spesa niente affatto irrisoria per l’epoca, rispettando così la malaugurata consuetudine istituita dal suo predecessore.

Un discorso a parte merita il consumo dei cereali nell’Italia del Sud (“Modelli di civiltà: il consumo dei cereali”), con particolare riferimento alle leggi protezionistiche messe in atto dall’imperatore Federico II per tutelare la produzione nei campi e di conseguenza il lavoro dei contadini. Nel capitolo è molto ben spiegata la cattiva nomea dell’orzo come alimento per gli animali e che persino nelle grandi carestie viene adoperato obtorto collo per produrre pane povero e poco nutriente. Mangiare orzo equivale, nella mentalità dell’uomo medievale, ad essere arrivati al grado più basso della scala sociale, ovvero all’equiparazione con gli animali. Il capitolo “Mercanti” illustra con dovizia di fonti e documentazione il percorso che dovevano fare le navi comacchiesi sotto il regno longobardo di Liutprando per arrivare a Pavia e a quale pioggia di dazi fossero sottoposte.

Infine “Alimentazione e cucina” e “Il sale e la vita dell’uomo” sono capitoli imperdibili per chi scrive racconti o romanzi storici. Nel primo si entra direttamente in cucina, si preparano le pietanze insieme al cuoco di turno e si prende ispirazione da raccolte di ricette; si parla bevande aromatiche e fermentate, insieme a metodi di preparazione, insaporimento e conservazione dei cibi assai intelligenti. La preziosità del sale è ben nota sia come elemento per insaporire sia per conservare, e l'indicazione evangelica "Voi siete il sale della terra" la dice lunga sul tesoro rappresentato nei secoli da questo ingrediente e per cui si combatterono guerre.

Grazie al saggio di Montanari, si può dunque fare una vera e propria immersione nel passato per dare una coloritura più credibile e veritiera alle scene conviviali che scaturiscono dalla nostra penna, se scriviamo di Medioevo.

***

Fonti:
Alimentazione e cultura nel Medioevo di Massimo Montanari - Editori Laterza

Immagini:

  • Cucina medievale
  • Sant'Onofrio anacoreta in una icona bizantina
  • Macellaio – miniatura dal De Univers” di Rabano Mauro – Montecassino, X-XI sec.
  • Arazzo di Bayeux - Scena 43 : il vescovo Odon benedice il banchetto - Bayeux, seconda metà dell'XI secolo
  • Copertina del libro


Share:

Politica dei cookie

Questo sito fa uso di cookie, anche di terze parti, per offrire un migliore servizio ai lettori. Se decidi di continuare la navigazione, significa che accetti il loro uso. Per maggiori dettagli leggi la seguente pagina informativa.

QUALCOSA DI ME

QUALCOSA DI ME
Mi chiamo Cristina Rossi, e sono nata a Milano nel 1963. Sono editor e ricercatrice iconografica nel settore scolastico per le lingue moderne. Mi piace scrivere e sono appassionata di Storia. In quest'ambito ho scritto e pubblicato cinque romanzi, svariati racconti e due drammi teatrali. Ne ho in cantiere uno ambientato nel periodo della Rivoluzione Francese. Lo pseudonimo di Cavaliere è il mio omaggio al Medioevo.

IL MIO ULTIMO LAVORO

IL MIO ULTIMO LAVORO
Ambientato nel 1104, il romanzo narra la fuga dello schiavo Jamil, che, dalle sponde del Marocco, approda ai regni dei Franchi. Nel castello di Montségur s’imbatte una misteriosa compagnia di cavalieri, in viaggio lungo le vie dei pellegrinaggi cristiani. La sua magnifica avventura è solo all’inizio.

IL MIO CANALE YOUTUBE

Visualizzazioni totali

Top 7 Commentatori

Post più popolari

Che cosa sto leggendo

Che cosa sto leggendo
"Medicus" di Noah Gordon

Gli ultimi award

Il Franken-meme di Nocturnia